
Originalmente inviato da
willy61
Dopo provo a discutere anche gli altri punti. Per ora questo:
Intanto, io non vedo "medicalizzazione" tra gli psicoterapeuti che conosco. Il mio non è un campione rappresentativo, ma mi pare si confonda l'immagine che della psicoterapia viene data da alcuni soggetti e la psicoterapia per come è. Quando "L'Eco di Bergamo", per fare un esempio, scrive un articolo sulla depressione, il trattamento psicoterapeutico non viene mai nominato. Ma si comprende anche il perché: dato che l'articolo parla (invariabilmente) dei benefici del trattamento farmacologico e serve a sostenere la posizione di un primario all'interno di un ospedale. Quando professionisti appartenenti ad una scuola particolare sostengono a spada tratta l'inutilità della psicoanalisi o quando chi offre corsi di formazione in counselling dichiara inutile la psicoterapia, mi pare il minimo che si possa dubitare delle loro affermazioni. Non della loro onestà, ma della veridicità.
La potenziale utenza dei servizi di qualunque tipo tenderà a rivolgersi a coloro che non li mettono in alcun modo in difficoltà. Vale per le banche come per la psicologia. I risultati, temo, saranno per la psicologia quelli che abbiamo e vediamo essere per le banche.
Allora, un percorso di counselling perché, secondo te, non va a colludere con il "carattere sociale"? Il "mercato" chiede rapidità, superficialità, non impegno, e io gli dò quel che chiede. Senza nemmeno interrogarsi sul fatto se sia o meno corretto dare a tutti quello che chiedono. Senza nemmeno interrogarsi se sia o meno utile (da un punto di vista delle conoscenze scientifiche) rifiutare il confronto con l'esperienza del limite e del bisogno, dell'impotenza e del dolore?
Ma non si ottiene, in questo modo, esattamente il contrario di quel che ci si propone? Non si attua semplicemente un'operazione "cosmetica"? O, peggio, non si scambia per "aiuto" quel che è semplicemente un'adesione all'ideologia del presente?
Buona vita
Guglielmo