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Discussione: Dubbio

  1. #46
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    28-03-2004
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    Riferimento: Dubbio

    Citazione Originalmente inviato da chiaravarri Visualizza messaggio
    Ah ok, dal TUO punto di vista. Magari semplicemente non e' un aspetto contemplato dal tuo orientamento...?
    L'affettività è contemplata nel mio orientamento, e in maniera molto approfondita, direi.

    Citazione Originalmente inviato da chiaravarri Visualizza messaggio
    Ma non e' detto che sia sbagliato o inutile in altri! Poi gieko, io "i presupposti che stanno alla base di una teoria che vede nell'accudimento un fattore di cambiamento" non li conosco! Non sono mica una psicologa! Stavo parlando di mie sensazioni. Ma perche' dobbiamo sempre fare diventare tutto complicato??
    Sposterei la discussione sul piano tecnico perchè altrimenti si parla di situazioni singole e ci si perde... Anche se non sei psicologa potresti esserti fatta un'idea del perchè l'accudimento del terapeuta provocherebbe dei cambiamenti. Se ti va di condividere le tue riflessioni...
    Quanto alla complicazione... Noi esseri umani siamo complessi, la semplicità applicata a noi stessi è fuorviante.

    Saluti
    gieko

  2. #47
    Partecipante Super Esperto L'avatar di chiaravarri
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    Riferimento: Dubbio

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    L'affettività è contemplata nel mio orientamento, e in maniera molto approfondita, direi.
    L'affettivita' e' un sacco di cose non solo contatto fisico. E mi era sembrato che non condividessi il contatto fisico tutto qui. Tu faresti una carezza a un tuo paziente?
    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Sposterei la discussione sul piano tecnico perchè altrimenti si parla di situazioni singole e ci si perde... Anche se non sei psicologa potresti esserti fatta un'idea del perchè l'accudimento del terapeuta provocherebbe dei cambiamenti. Se ti va di condividere le tue riflessioni...
    Quanto alla complicazione... Noi esseri umani siamo complessi, la semplicità applicata a noi stessi è fuorviante.

    Saluti
    Ti rispondo di getto da non professionista ne da studente. Sentirmi accudita mi ha sempre dato sicurezza ma allo stesso tempo quando questo veniva a mancare o si affievoliva (perche' succede) non riuscivo ad accettarlo. Quando dico che da lui mi sento accudita intendo un'altra cosa. Il suo accudirmi non e' solo l'eventuale carezza, quella e' solo la ciliegina sulla torta! Un modo per dirmi "Sei stata brava, sono contento". Per come la vedo io il lavoro che ho svolto e sto svolgendo con lui, e che ha portato il cambiamento e la trasformazione in me, e' stato accudirmi. Anche mettendomi in difficolta' eh? Ci sono stati pure quei momenti li! Prendere in cura un paziente non vuole forse dire ANCHE accudirlo? E quando dico "accudire" non intendo accarezzare la testa al paziente per cercare di consolarlo, mi riferisco a tutto il processo di cura. Forse e' sbagliatissimo ma per ora la vedo un po' cosi'.
    Ultima modifica di chiaravarri : 13-07-2009 alle ore 21.51.18
    "Ma io non sono un folle e non sono mai stato ragionevole come ora, semplicemente mi sono sentito all'improvviso un bisogno di impossibile. Le cose cosi' come sono non mi sembrano soddisfacenti...siate realisti domandate l'impossibile."
    Camus

  3. #48
    Partecipante Super Esperto
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    27-03-2004
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    Riferimento: Dubbio

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    L'affettività è contemplata nel mio orientamento, e in maniera molto approfondita, direi.



    Sposterei la discussione sul piano tecnico perchè altrimenti si parla di situazioni singole e ci si perde... Anche se non sei psicologa potresti esserti fatta un'idea del perchè l'accudimento del terapeuta provocherebbe dei cambiamenti. Se ti va di condividere le tue riflessioni...
    Quanto alla complicazione... Noi esseri umani siamo complessi, la semplicità applicata a noi stessi è fuorviante.

    Saluti
    In che modo viene esplicitata l'affettività, quindi?Parlo del tuo orientamento.
    Posso dirti che due giorni fa, a lezione, uno dei docenti della mia scuola, parlando di un caso, ha chiaramente detto che quella determinata paziente, aveva necessità di essere "accudita", durante l'iter terapeutico, rivivendo col terapeuta le modalità d'attaccamento vissute con il genitore!
    E' stata una precisa scelta, PENSATA quindi!
    Comunque la mia tutor non tratta tutti i pazienti allo stesso modo, ci mancherebbe altro!!!
    Per lei, ogni paziente è UNICO, e lo dice spesso a chi le sta di fronte!
    E dal "successo" (passami il termine poco ortodosso!) che ottiene da anni ed anni di attività, riconosciutole in diversi contesti, mi sembra che non io non possa che considerare questo suo atteggiamento in modo positivo!
    Non tutti, abbiamo lo stesso approccio

  4. #49
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
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    Riferimento: Dubbio

    non tutti abbiamo lo stesso approccio. esatto. ma attenzione a parlare di succeso che hanno i terapeuti, meglio non eccedere con questa etichetta. gli anni di lavoro che si fanno bisogna sapere dove sono stati compiuti. o, meglio, è davvero difficile valutare l'operato di un terapeuta. è un discorso molto interessante che non mi pare lì'argomento di questo th.
    certo è che le perplessità vengono fuori quando si parla di accudimento, quando si parla di modalità di attaccamento, specie quando si mette in gioco un pezzo delle personali terapie (cosa alquanto curiosa dal mio punto di vista).
    io prima ho accennato ironicamente ma di buongrado, al fatto che bisognerebbe incorniciare come è stata descritta l'esperienza in prima persona (trascritta e quindi narrata) di una paziente col proprio terapeuta. soprattutto iin un'ottica epistemologica. (che andrebbe comunque a finire in quella clinica in effetti...).
    se ne può parlare. è certo che i motivi tecnici, di buon senso soprattutto, addotti da gieko, non fanno altro che ripetere: attenzione, quello che succede in privato con il propiro terapeuta è una cosa, quello che riportiamo nella sede virtuale di un forum è un'altra. ci vuole molta competenza, buon senso, una dose di caso, per poterlo fare già in sede di supervisione: credete che sia il caso di questo contesto?
    ecco perchè si ripete garbatamente e assennatamente: allarghiamo la visuale, non entriamo nel merito, vediamo l'aspetto teorico, un po' clinico, un po' di metodo.

    faccio una semplice osservazione a proposito dell'accudimento:
    naturalmente anche i pugili si abbracciano, tipico pezzo di un comportamento di accudimento.
    allora, come facevo osservare che genere di accudimento abbiamo nella testa e come lo stiamo condividendo? (sono due grosse domande)

    ciaz.

  5. #50
    Partecipante Super Esperto L'avatar di chiaravarri
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    Riferimento: Dubbio

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    non tutti abbiamo lo stesso approccio. esatto. ma attenzione a parlare di succeso che hanno i terapeuti, meglio non eccedere con questa etichetta. gli anni di lavoro che si fanno bisogna sapere dove sono stati compiuti.
    Scusa ma forse non ci arrivo davvero...in che senso DOVE sono stati compiuti??
    "Ma io non sono un folle e non sono mai stato ragionevole come ora, semplicemente mi sono sentito all'improvviso un bisogno di impossibile. Le cose cosi' come sono non mi sembrano soddisfacenti...siate realisti domandate l'impossibile."
    Camus

  6. #51
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: Dubbio

    L'argomento è delicato proprio per il coinvolgimento personale, come dice bene neuromancer, spero quindi di non urtare la sensibiltà di nessuno. Proprio per questo rimango sugli aspetti teorici, perdonate quindi il linguaggio astratto.

    Citazione Originalmente inviato da chiaravarri
    Tu faresti una carezza a un tuo paziente?
    (...)
    Prendere in cura un paziente non vuole forse dire ANCHE accudirlo? E quando dico "accudire" non intendo accarezzare la testa al paziente per cercare di consolarlo, mi riferisco a tutto il processo di cura. Forse e' sbagliatissimo ma per ora la vedo un po' cosi'.
    E' il tuo punto di vista e mi sembra buono che tu lo espliciti. Una considerazione però ritengo utile fare: il paziente è una persona adulta che deve "accudirsi" autonomamente. Questo sposta il ruolo del terapeuta su posizioni più paritarie. Le conseguenze non sono da poco. Per questo motivo non penso che accarezzerò mai un paziente, del quale tenterò di rispettare sempre l'identità di adulto.

    Citazione Originalmente inviato da principessab
    In che modo viene esplicitata l'affettività, quindi?Parlo del tuo orientamento.
    In psicoanalisi, ed in particolare nei modelli bipersonali, l'attenzione è posta proprio sul campo emotivo che si crea tra analista e paziente. Un campo popolato di emozioni più o meno evidenti ad entrambi, perchè si palesano sulla scena (grazie al dispositivo del setting - libere associazioni/attenzione liberamente fluttuante) soprattutto le emozioni non pensate. Emozioni, o meglio proto-emozioni, che sono tanto violente, spiacevoli, perturbanti, disturbanti che, per dirla con Bion, "nessuno reclama". E' a questo livello strutturante la personalità del paziente (il suo mondo interno ed esterno) che si situa l'esplicitazione o, meglio, l'interpretazione, che ha il ruolo di sommuovere l'equilibrio (patogeno) presente nel campo emotivo. Si tratta quindi di un vero e proprio movimento di immersione e di emersione nella vita affettiva propria e del paziente.
    Spero di aver risposto sufficientemente bene.

    Citazione Originalmente inviato da principessab
    Posso dirti che due giorni fa, a lezione, uno dei docenti della mia scuola, parlando di un caso, ha chiaramente detto che quella determinata paziente, aveva necessità di essere "accudita", durante l'iter terapeutico, rivivendo col terapeuta le modalità d'attaccamento vissute con il genitore!
    E' stata una precisa scelta, PENSATA quindi!
    Posto che bisogna sempre intendersi su cosa significhi "accudire", il problema si pone nel momento in cui questa scelta non può essere pensabile a priori perchè dipende dalla situazione dinamica che si crea nella stanza di terapia. Quindi ciò che potrebbe sembrarci accudente in in dato momento al terapeuta potrebbe risultare il contrario per il paziente, se non ci si pone in un'ottica di estrema indeterminatezza e di ascolto e verifica continui (le associazioni del paziente sono di nuovo un aiuto enorme). Ecco perchè si dice che la seduta va vissuta "senza memoria e desiderio" da parte dell'operatore, dunque senza alcuno schema prestabilito, senza messa in atto.

    Saluti

    Saluti
    gieko

  7. #52
    Partecipante Super Esperto L'avatar di chiaravarri
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    Riferimento: Dubbio

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    E' il tuo punto di vista e mi sembra buono che tu lo espliciti. Una considerazione però ritengo utile fare: il paziente è una persona adulta che deve "accudirsi" autonomamente. Questo sposta il ruolo del terapeuta su posizioni più paritarie. Le conseguenze non sono da poco. Per questo motivo non penso che accarezzerò mai un paziente, del quale tenterò di rispettare sempre l'identità di adulto.
    Sono d'accordo con te sul fatto che il paziente e' una persona adulta in grado di accudirsi autonomamente ci mancherebbe pure! Ma non condivido (pur rispettandola) la tua idea. Fare una carezza ad un paziente (e ripeto non deve essere la regola potrebbe capitarti anche solo una volta) non vuole dire mettere in dubbio la sua identita' di adulto o non essere su posizioni paritarie con il terapeuta.

    Hai scritto "penso che non accarezzero' mai un paziente"...quindi non lo escludi a priori...come fai a sapere che non ti succedera' mai?
    "Ma io non sono un folle e non sono mai stato ragionevole come ora, semplicemente mi sono sentito all'improvviso un bisogno di impossibile. Le cose cosi' come sono non mi sembrano soddisfacenti...siate realisti domandate l'impossibile."
    Camus

  8. #53
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Dubbio

    Mi sembra pertinente riportare un mp ricevuto da un' amica psicoterapeuta. Mi ha profondamente colpita perchè trabocca di umanità e intuizioni incontestabili anche se provocatorie, che spero possano suscitare l'interesse degli esperti che sicuramente troveranno le argomentazioni adeguate a contestarlo.

    "Sulla mia pelle so che un’anima travagliata è tale proprio perché, quasi sempre, chi avrebbe dovuto amarla “in natura” non è stato capace di farlo, e quindi - se sopravvive -, va in giro per il mondo a cercare questo amore mancato come un assetato, e incappa in relazioni sentimentali tutte proiettive, si ammala, piange a fiumi, perde treni… fino a che un giorno si accende una piccola lampadina e capisce che occorre spendere soldi e tempo per farsi aiutare, per provare quella speciale sensazione di avere qualcuno dalla sua parte.
    E qui… può accadere di tutto. Nel senso che può andare benissimo ma anche malissimo.
    Personalmente ho sperimentato sulla mia pelle entrambe le situazioni, e i risultati sono stati profondamente diversi: la discriminante stava proprio nella percezione del terapeuta come sinceramente (cioè non per soldi o per copione) partecipe, DA SUBITO, o al contrario soltanto un “professionista”, in qualche modo assimilabile a un ragioniere.
    Dunque il mio interesse per la discussione sul transfert (vedi che in qualche modo ci arrivo…), è data dalla mia posizione, che è del tutto eterodossa (blasfema!): il transfert non esisterebbe neanche, se ci fosse un terapeuta che ama le proprie emozioni, che non ha nessun bisogno di “controllarle” (brrrr), ma ne fa la propria linfa vitale e il succo della sua comunicazione con il paziente… temere le proprie emozioni o negarle equivale a una sorta di “schizoidismo volontario”, quindi secondo me il transfert accade solo perché spesso nella relazione terapeutica non ci sono DUE persone sincere e genuine, ma una sola, il paziente, che però è costretto proprio dalla “ortodossa” distanza, artificialmente imposta, ad arrampicarsi sugli specchi per sentire un po’ di vicinanza e vera solidarietà.
    E la cosa a me risulta ancora più inaccettabile in quanto gli psicologi volenti o nolenti hanno comunque studiato gli effetti tremendi della carenza di cure materne sui bambini, e sanno benissimo che l’intero organismo senza amore si perde e collassa… infatti chi va da loro sta male per questo, e invece di trovare accoglienza trova il muro della teoria.
    E’ proprio il bambino interno, non sazio di amore, quello che soffre, quello che l’adulto non riesce a guarire da solo, e quindi davanti al distaccato analista ci si trova di fronte ad una ripetizione di una storia già vissuta, non alla sua alternativa… se ci pensi, un bambino che riesce a sopravvivere anche senza amore, prima o poi in ogni caso comincia a farcela per conto suo!!! Ma questo accade per forza… nessun bimbo rimane bimbo!!! E quindi anche durante una terapia, che comunque instaura una relazione asimmetrica, non paritaria, perché non è certo il paziente che utilizza la funzione genitoriale.. ecco, anche lì a un certo punto, se si sopravvive, prima o poi si guarisce! (o si lascia la terapia stando anche peggio, l’equivalente simbolico di quello che accade al bambino reale se non ce la fa a guarire per conto suo, cioè muore…).
    La teoria con cui si giustifica tutto ciò riguarda una specie di circolo vizioso mentale per cui… solo così il paziente ce la fa da solo… ma io dico: appunto, proprio come è già successo… questa persona è qui perché è viva e se lo è vuol dire che ce l’ha fatta da solo, ok… ma a quale prezzo? Nel caso del bimbo reale il prezzo è il dolore e mille casini da non-amore; nel caso del paziente il prezzo è misto, compresa la villa al mare del suo analista… so di sembrare radicale, ma credimi, è tutto impresso sulla mia carne viva, non nei libri…! (e garantisco che di libri sul transfert ecc. ne ho digeriti centinaia…).
    Quindi questa difesa strenua della necessità del “distacco emotivo”, della freddezza ecc, serve solo a schermare con uno scudo l’analista, mentre il paziente (mai parola fu più letterale) sta lì annaspando e dovendo per la milionesima volta pensare di essere lui sbagliato, sembra una beffa! con una relazione di potere che somiglia alle città fortificate, in cui l’analista sta dietro le sue belle mura invalicabili e il paziente fuori a chiedere di entrare, oltretutto mentre lo paga profumatamente!… come nominare Dracula direttore del centro di trasfusioni…
    So bene che questa visione stride inesorabilmente con le teorie e anche la pratica del setting, in particolare con quella analitica, ma ogni volta che vengo accusata di essere blasfema… bene, intanto contesto il fatto che ci sia qualche “divinità teorica” da osannare, e poi mi vengono in mente le grandi ribellioni storiche, che ci hanno regalato geni assoluti come Jung e Reich, solo per citare i più famosi, che proprio in opposizione a Freud hanno sviluppato la loro genialità, e se avessero avuto paura di contraddire e innovare non avrebbero lasciato nulla all’umanità...
    E ricordo un episodio di Jung, grande maestro e pioniere, che si “sporcò le mani” talmente tanto da interferire con la famiglia di un suo paziente fino a raccontare una clamorosa bugia, che però condusse alla sua guarigione in pochi giorni!! Altro che distacco emotivo e attesa silente della ristrutturazione autonoma dell’Io!
    … questa faccenda del transfert, per me è uno di quei problemi che sono definiti “iatrogeni”, ossia la malattia è il medico stesso, è come ammalarsi di infezione all’ospedale, insomma, è quel tipo di problema che esiste solo nella misura il cui c’è quel distacco!!! (mi viene in mente una definizione simile del matrimonio: è quella situazione piena zeppa di problemi… che non avresti se non ti fossi sposato..).
    Per dirla in un altro modo: se ci sono due persone reali e genuine, questa “proiezione di emozioni” non si crea, ma certo questo non può dipendere dal paziente, è il terapeuta che deve essersi smazzato con grandissima cura la sua gestione emotiva (non controllo, che equivale a repressione!!) e guardare il paziente senza che LUI analista ci proietti niente di suo… e tu puoi capire che di questa “Pulizia Emozionale” non tutti se la sentono di accollarsi l’onere, perché non solo è difficile, ma non si può smettere mai, invece moltissimi credono che basti una scuola (o due, università più accademie costose..) per aver risolto.
    Reich parlava di Peste Emozionale, di cui accusava abbondantemente anche tutti gli psicoanalisti, ossia della incapacità di far fluire le emozioni, che sono sinonimo di vita!"
    La psicoterapia ne esce ammaccata!
    Ultima modifica di francesca63 : 14-07-2009 alle ore 00.29.47
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  9. #54
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: Dubbio

    Mi sembra pertinente riportare un mp ricevuto da un' amica psicoterapeuta. Mi ha profondamente colpita perchè trabocca di umanità e intuizioni incontestabili anche se provocatorie, che spero possano suscitare l'interesse degli esperti che sicuramente troveranno le argomentazioni adeguate a contestarlo.
    Io credo che sarebbe più facile per tutti (terapeuta e paziente) seguire questa via, che traboccherà anche di umanità e di intuizioni (incontestabili non credo proprio), ma alla fine resta pur sempre un amore a pagamento. Chiudo solo dicendo che per fare uno psicoanalista non basta una università o un'accademia costosa, ci vuole un'analisi condotta fino al suo termine ultimo.

    Saluti,
    ikaro

  10. #55
    Partecipante Super Esperto L'avatar di chiaravarri
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    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Io credo che sarebbe più facile per tutti (terapeuta e paziente) seguire questa via, che traboccherà anche di umanità e di intuizioni (incontestabili non credo proprio), ma alla fine resta pur sempre un amore a pagamento.
    Piu' facile...amore a pagamento...mah...vabbe'...
    "Ma io non sono un folle e non sono mai stato ragionevole come ora, semplicemente mi sono sentito all'improvviso un bisogno di impossibile. Le cose cosi' come sono non mi sembrano soddisfacenti...siate realisti domandate l'impossibile."
    Camus

  11. #56
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di GIUNONE
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    Riferimento: Dubbio

    Facendo il terapeuta, vivi direttamente il tuo impianto teorico, metodologico e tecnico nella co-costruzione della relazione con lo specifico paziente. Sai che ogni tuo gesto, comportamento, parola, intenzione non cade dal cielo, ma è frutto di un preciso e consapevole lavoro che trova radici nella costruzione a "quattro mani" di uno spazio di significati intra ed intersoggettivi. Il terapeuta lavora ed il suo gesto, anche una mano sulla spalla, è l'esito di un consapevole intento e non della "leggerezza" e della "irresponsabilità" di un saluto al bar tra avventori. Io credo, in quanto lo vivo con i miei pazienti e l'ho vissuto con il mio terapeuta, che, in quanto professionista, ogni azione, verbale o non, non corrisponde ad un incosciente "agito", ma elicita un preciso e pensato intento funzionale agli obiettivi concordati.
    Ed i terapeuti sanno di essere in un contesto di lavoro. L'immagine del terapeuta, che ricordiamo ha fatto 4 anni di scuola e terapia individuale, che non sa quel che fa non la vedo aderente con la realtà.

    Certo, ci sono le eccezioni ignobili, ma quelle ci sono in tutti i campi e non vedo perchè il terapeuta debba essere considerato tout court la mezza calzetta, superficiale ed ignorante, che "agisce" impulsivamente e ciecamente bisogni personali.
    Ultima modifica di GIUNONE : 14-07-2009 alle ore 10.07.55

  12. #57
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Mi sembra pertinente riportare un mp ricevuto da un' amica psicoterapeuta. Mi ha profondamente colpita perchè trabocca di umanità e intuizioni incontestabili anche se provocatorie, che spero possano suscitare l'interesse degli esperti che sicuramente troveranno le argomentazioni adeguate a contestarlo.
    La testimonianza è carina, per carità. Ma io non capisco come mai ancora ci si arrovelli su queste ovvietà: ma credete che Freud sputasse in faccia i suoi pazienti? Una metateoria è necessaria per dare ordine al caos: un secolo di psicoanalisi ha insegnato quanto sia difficile ordinare 'una volta per tutte' questa faccenda della ''umanità'' (se vogliamo chiamarla così). Sono invero anche stanco perchè si credono cose sostanzialmente false: se togliamo di mezzo un pò di melassa ('accudimento' nel senso che si evince in queste pagine) e usiamo ad esempio la parola ''accoglimento'' le cose cambiano non poco! Quale analista non ''accoglie''? L'analisi della domanda è infatti un punto essenziale della clinica psicodinamica. Forse sbaglio ma per me l'''umanità'' non è una qualità dell'analista, ma la qualità dell'uomo che sta dietro all'analista, quindi uno sfondo che mi pare sia imprescindibile ad un livello strettamente etico prima che professionale. Ancora un punto: ho letto velocemente la testimonianza riportata ma una domanda mi sorge spontanea...sembra si evinca una immagine di paziente quasi distorta (se tutti i pazienti fossero così!): mi chiedo dunque se le cose cambierebbero con i lamenti di una isterica, o con i sistemi deliranti, con un narcisista...o pensiamo che con questo tipo di quadri verrà ancora a salvarci la tanto osannata ''umanità''? Ho un pò di dubbi insomma, tutto qui.

    Saluti,
    Luigi

  13. #58
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Ma io non capisco come mai ancora ci si arrovelli su queste ovvietà: ma credete che Freud sputasse in faccia i suoi pazienti?
    Ahahahahah! Bella questa, comunque sono d'accordo!

  14. #59
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    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    ...E' il tuo punto di vista e mi sembra buono che tu lo espliciti. Una considerazione però ritengo utile fare: il paziente è una persona adulta che deve "accudirsi" autonomamente. Questo sposta il ruolo del terapeuta su posizioni più paritarie. Le conseguenze non sono da poco. Per questo motivo non penso che accarezzerò mai un paziente, del quale tenterò di rispettare sempre l'identità di adulto....
    Citazione Originalmente inviato da chiaravarri Visualizza messaggio
    Sono d'accordo con te sul fatto che il paziente e' una persona adulta in grado di accudirsi autonomamente ci mancherebbe pure! Ma non condivido (pur rispettandola) la tua idea. Fare una carezza ad un paziente (e ripeto non deve essere la regola potrebbe capitarti anche solo una volta) non vuole dire mettere in dubbio la sua identita' di adulto o non essere su posizioni paritarie con il terapeuta.

    Hai scritto "penso che non accarezzero' mai un paziente"...quindi non lo escludi a priori...come fai a sapere che non ti succedera' mai?
    Perdonatemi se intervengo "a spot". Non ho il tempo per intervenire su ogni cosa. E ci sono cose che sono state scritte qui che richiederebbero mesi di discussione e tonnellate di testi.

    Mi soffermo su questo aspetto dell' "essere in grado di accudirsi autonomamente", perché ci sono alcune sfumature di significato che enso sarebbe bene esplicitare.
    Intendiamoci bene su cosa dici, Gieko. Perché, messa così, mi suona tanto di un "dover essere" che mal si concilia con i "senza memoria e senza desiderio". Cosa intendi per "accudimento" e per "autonomia", nel contesto della seduta analitica? Perché mi pare si rischi fortemente di andare a sostenere una posizione che è di separatezza e di isolamento, più che di autonomia. Se gli esseri umani sono sistemi aperti, e non chiusi, se la relazione è circolazione di energia, di parole, di affetti, di significati e (perché no) di gesti e di contatti tra i due "animali in una stanza", allora l'autonomia non è separatezza, non è chiusura, non è un confine rigido ma piuttosto una membrana semipermeabile.
    Abbiamo sempre bisogno dell'altro per sopravvivere. Fisicamente, all'inizio. Emotivamente, sempre.

    Allora, capisci che mi trovo più d'accordo con chiaravarri, quando sostiene una posizione di possibilità, che non con te (che pure metti lì un dubitativo, ma in modo poco convinto e poco convincente - o così mi appare)

    Magari può essere utile rileggersi un vecchio articolo, che io reputo assai interessante:

    The fear of the body in psychotherapy. By: Miller, John Andrew. Psychodynamic Counselling, Nov2000, Vol. 6 Issue 4, p437-450, 14p Abstract: This paper identifies the fear of attending to and engaging with the patient's body and the therapist's body, regardless of therapeutic orientation, as a topic rarely explored in books and articles but pervasively experienced because of the cultural norms brought to the consulting room. It explores how we might name the constituent parts of this fear and describes how they inter-link. A case study then exemplifies learning about and transforming such fear in both patient and therapist. Finally, the paper offers suggestions of how therapists might increase their awareness and turn this fear into a tool which extends their range of skills. [ABSTRACT FROM AUTHOR] DOI: 10.1080/13533330050197070 (AN 3888401)
    Database: Psychology and Behavioral Sciences Collection

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  15. #60
    Partecipante Super Esperto
    Data registrazione
    27-03-2004
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    502

    Riferimento: Dubbio

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    non tutti abbiamo lo stesso approccio. esatto. ma attenzione a parlare di succeso che hanno i terapeuti, meglio non eccedere con questa etichetta. gli anni di lavoro che si fanno bisogna sapere dove sono stati compiuti. o, meglio, è davvero difficile valutare l'operato di un terapeuta. è un discorso molto interessante che non mi pare lì'argomento di questo th.


    faccio una semplice osservazione a proposito dell'accudimento:
    naturalmente anche i pugili si abbracciano, tipico pezzo di un comportamento di accudimento.
    allora, come facevo osservare che genere di accudimento abbiamo nella testa e come lo stiamo condividendo? (sono due grosse domande)

    ciaz.
    Mi sembra di aver puntualizzato "passami il termine poco ortodosso", e io so esattamente dove sono stati compiuti tali anni di lavoro (30 per l'esattezza!).
    Il riscontro dei pz credo sia il miglior metodo di giudizio!
    I pugili si abbracciano????Scusa ma tale osservazione potrei accettarla da un profano...che non sa di cosa stiamo parlando, non sa nulla di psicoterapia o di setting terapeutico!
    Dove lo lasciamo il contesto???Cosa c'entra un ring di pugilato???
    O vogliamo prendere l'azione in sè, nuda e cruda, avulsa da ogni contesto???
    Forse ho interpretato male le tue parole....

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