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  1. #46
    Partecipante Affezionato
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    13-09-2009
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    Ancona
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    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Ho letto attentamente tutta la discussione dagli inizi e credo si sia andati sempre più verso un livello di eccessiva intellettualizzazione.... Ed è per questo credo che si sente la difficoltà di comunicazione più profonda e di comprensione tra voi tutti... In realtà sembra essersi creato quello che non deve avvenire in una stanza di terapia... Sembra che ognuno voglia far prevalere la sua verità senza lasciar aperture vere... Forse avete fatto crollare una baracca e cercate un architetto che vi restituisca un castello, ma credo che ognuno qui abbia i suoi strumenti ed un'idea per procedere... Durante un'analisi credo che il terapeuta possa fornire degli strumenti mancanti ma non debba sostituirsi all'altro nel tirar su la sua nuova baracca o villa che sia... Può sostenerlo col il suo esserci, incoraggiarlo, guardarlo lavorare indirizzandolo dove quello ha più difficoltà, ma quello che nascerà alla fine nè il primo nè il secondo possono saperlo. Ognuno di noi è diverso e l'incontro di due persone da luogo ad una esperienza sempre peculiare ed unica che apre ad infinite possibilità, sta ad entrambi trovare quelle più funzionali. La consapevolezza di entrambi è sempre sfumata ma spesso il dialogo inconscio gioca un ruolo importante, ma non è tanto il capire che permette il cambiamento quanto il saper sentire credo, cogliere le nostre ed altrui sensazioni, reazioni, emozioni ci permette di toccare livelli più profondi di conoscenza.

  2. #47
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    13-06-2007
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    Sicilia
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    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Citazione Originalmente inviato da fciancio Visualizza messaggio
    Ho letto attentamente tutta la discussione dagli inizi e credo si sia andati sempre più verso un livello di eccessiva intellettualizzazione.... Ed è per questo credo che si sente la difficoltà di comunicazione più profonda e di comprensione tra voi tutti... In realtà sembra essersi creato quello che non deve avvenire in una stanza di terapia... Sembra che ognuno voglia far prevalere la sua verità senza lasciar aperture vere... Forse avete fatto crollare una baracca e cercate un architetto che vi restituisca un castello, ma credo che ognuno qui abbia i suoi strumenti ed un'idea per procedere... Durante un'analisi credo che il terapeuta possa fornire degli strumenti mancanti ma non debba sostituirsi all'altro nel tirar su la sua nuova baracca o villa che sia... Può sostenerlo col il suo esserci, incoraggiarlo, guardarlo lavorare indirizzandolo dove quello ha più difficoltà, ma quello che nascerà alla fine nè il primo nè il secondo possono saperlo. Ognuno di noi è diverso e l'incontro di due persone da luogo ad una esperienza sempre peculiare ed unica che apre ad infinite possibilità, sta ad entrambi trovare quelle più funzionali. La consapevolezza di entrambi è sempre sfumata ma spesso il dialogo inconscio gioca un ruolo importante, ma non è tanto il capire che permette il cambiamento quanto il saper sentire credo, cogliere le nostre ed altrui sensazioni, reazioni, emozioni ci permette di toccare livelli più profondi di conoscenza.
    Caro fciancio, hai capito male. In queste stanze si discute anche animatamente, ma non c'è mai stata difficoltà di comprensione, anche in querelle molto più vivaci. Anche se virtuale la comunicazione è sempre profonda, genuina, umana. Non sarebbe stimolante, se tutti fossero sempre della stessa opinione, non avrebbe senso neanche partecipare ad un forum.
    Per quanto riguarda la funzione del terapeuta nel percorso analitico, non stai dicendo nulla di nuovo o di diverso rispetto a quello che tutti gli esperti hanno sempre sostenuto.....si sono scritti papiri a tale proposito! Abbi la buona volontà di leggerti qualche paginetta
    Ciao
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  3. #48
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    13-06-2007
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    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Qualcuno sostiene che si sta intellettualizzando troppo l'argomento; forse, invece, si sta andando OT. Avevo aperto questa discussione per chiarirmi alcuni aspetti del concetto di conflitto, che non sono stati ancora affrontati.
    Se un paziente in analisi ha avuto delle carenze affetive primarie, come vive il conflitto nel qui e ora, sia nel setting con l'analista, sia nelle sue relazioni familiari e sociali, e quali sono le tecniche più adatte a farlo crescere, cambiare fino ad essere capace di una gestione sana dei conflitti?
    Ciao
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  4. #49
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Credo, francesca. che non sia possibile parlare a nome di un ipotetico paziente. Io, quantomeno, non me la sento di farlo. Però ti mando un pm con qualcosa che ti può, forse, essere utile.

    Buona vita
    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  5. #50
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Cara Francesca,
    se OT sta per essere fuori argomento, anch'io ho avuto la tua stessa impressione. Ho seguito tutta la discussione e mi pare che dal conflitto (o da qualunque cosa stia oggi al posto del buon vecchio conflitto freudiano) ci siamo spostati inesorabilmente su cosa facciamo oggi noi analisti col paziente. Per quanto suggestive tutte le ipotesi presentate e per quanto io mi senta di condividere molto di ciò che ha espresso Gieko, forse dovremmo prima partire da come concepiamo noi oggi il conflitto o da che cosa abbiamo sostituito a questo glorioso concetto. Interverrò successivamente per dire la mia opinione in proposito.
    Un saluto a tutti.

  6. #51
    Partecipante Affezionato
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    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Caro fciancio, hai capito male. In queste stanze si discute anche animatamente, ma non c'è mai stata difficoltà di comprensione, anche in querelle molto più vivaci. Anche se virtuale la comunicazione è sempre profonda, genuina, umana. Non sarebbe stimolante, se tutti fossero sempre della stessa opinione, non avrebbe senso neanche partecipare ad un forum.
    Per quanto riguarda la funzione del terapeuta nel percorso analitico, non stai dicendo nulla di nuovo o di diverso rispetto a quello che tutti gli esperti hanno sempre sostenuto.....si sono scritti papiri a tale proposito! Abbi la buona volontà di leggerti qualche paginetta
    Ciao
    Mi dispiace che tu reagisca così non credo tu abbia colto quello che volevo dire, non deve necessariamente esserci accordo di opinioni perchè ci sia comprensione profonda.... Se ho poi detto cose che ritieni scontate mi dispiace, ma visto che non sembravan così da ciò che ho letto mi son permessa di scriverle, in ogni caso mi pare che la tua reazione sia stranamente eccessiva, io non credo di aver offeso qualcuno ma solo detto quale sensazione mi rimandava la discussione, tu invece, con le tue ultime frasi, ti sei permessa di fare insinuazioni piuttosto pesanti sul mio conto il che secondo me è del tutto fuori luogo. Ciao

  7. #52
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Citazione Originalmente inviato da fciancio Visualizza messaggio
    Mi dispiace che tu reagisca così non credo tu abbia colto quello che volevo dire, non deve necessariamente esserci accordo di opinioni perchè ci sia comprensione profonda.... Se ho poi detto cose che ritieni scontate mi dispiace, ma visto che non sembravan così da ciò che ho letto mi son permessa di scriverle, in ogni caso mi pare che la tua reazione sia stranamente eccessiva, io non credo di aver offeso qualcuno ma solo detto quale sensazione mi rimandava la discussione, tu invece, con le tue ultime frasi, ti sei permessa di fare insinuazioni piuttosto pesanti sul mio conto il che secondo me è del tutto fuori luogo. Ciao
    Dispiace molto anche a me, che tu te la sia presa a male, ma qui, più o meno funziona sempre così. Si discute anche molto più animatamente, ma sempre con rispetto e comprensione sopratutto per chi non è addetto ai lavori. Chi non rispetta queste regole viene bannato. E' successo.
    Scusami se il tuo approcciarti 'in questi termini' al forum sia stato un pò criticato da me; sai, io sono solo una paziente profana appassionata di psicoanalisi, che ha seguito da più di 2 anni le tante discussioni che si sono svolte su ops e che ha tanto appreso anche in maturità. Il fatto che la relazione analitica deve essere genuina, umana , empatica è stato sempre un concetto condiviso da tutti, anche se qualche esperto a volte sembra voglia lasciare più spazio alla teoria e alla tecnica rispetto alle" sensazioni, emozioni, reazioni". Si è tanto parlato anche di asimmetricità della relazione; gli esperti mi hanno severamete redarguita per il mio continuo lagnare circa questa malattia iatrogena definita "transfert", ma mi sembra che rispetto a due ani fa c'è più apertura....
    Chiarito questo, benvenuto su ops
    Ultima modifica di francesca63 : 13-10-2009 alle ore 14.38.46
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  8. #53
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Credo, francesca. che non sia possibile parlare a nome di un ipotetico paziente. Io, quantomeno, non me la sento di farlo. Però ti mando un pm con qualcosa che ti può, forse, essere utile.

    Buona vita
    Guglielmo
    Carissimo Willy, scusami se non sono d'accordo. Ritengo che 'quasi' chiunque si rivolga ad un aiuto terapeutico, abbia problemi legati all'infanzia e un filo coduttore che li lega. Per questo si potrebbero avanzare ipotesi generiche rispetto al concetto di "conflitto" e al suo ripeterlo nel qui e ora, ipotesi che si potrebbero formulare senza necessità di entrare nella singola situazione di un ipotetico paziente. Se poi qui si non vuole entrare vel vivo dei problemi...
    Un caro saluto.
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  9. #54
    Partecipante Affezionato
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    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Dispiace molto anche a me, che tu te la sia presa a male, ma qui, più o meno funziona sempre così. Si discute anche molto più animatamente, ma sempre con rispetto e comprensione sopratutto per chi non è addetto ai lavori. Chi non rispetta queste regole viene bannato. E' successo.
    Scusami se il tuo approcciarti 'in questi termini' al forum sia stato un pò criticato da me; sai, io sono solo una paziente profana appassionata di psicoanalisi, che ha seguito da più di 2 anni le tante discussioni che si sono svolte su ops e che ha tanto appreso anche in maturità. Il fatto che la relazione analitica deve essere genuina, umana , empatica è stato sempre un concetto condiviso da tutti, anche se qualche esperto a volte sembra voglia lasciare più spazio alla teoria e alla tecnica rispetto alle" sensazioni, emozioni, reazioni". Si è tanto parlato anche di asimmetricità della relazione; gli esperti mi hanno severamete redarguita per il mio continuo lagnare circa questa malattia iatrogena definita "transfert", ma mi sembra che rispetto a due ani fa c'è più apertura....
    Chiarito questo, benvenuto su ops
    Non capisco bene cosa voglia dire "in questi termini", in ogni caso se in qualche modo ti sei sentita criticata dalle mie parole mi dispiace non era una critica a nessuno la mia riflessione iniziale e non metto in dubbio che tu conosca meglio di me i forum del sito e le loro regole essendo qui da più tempo. Ora comunque lasciamo spazio alla discussione perchè credo si vada altrimenti troppo altrove. Ciao

  10. #55
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Cara Francesca,
    parto dai tuoi interventi (il primo e l'ultimo) per sottolineare che "trauma" infantile e conflitto non sono la stessa cosa, anzi, si escludono vicendevolmente. Se tu parli di trauma ti riferisci ad un episodio (o a una serie di episodi) spiacevoli dell'infanzia che gridano vendetta e che giustificano un disagio attuale. Se fai riferimento al conflitto, stai parlando di qualcosa che è presente in questo preciso momento, e che potrebbe non avere nessun riferimento diretto a fatti antecedenti. Conflitto è un dissidio fra due cose opposte co-presenti in questo momento; trauma è un evento passato spiacevole (o intempestivo) che non ha mai avuto soluzione e che si ripresenta. Esistono anche due distinte modalità terapeutiche per trattare le due distinte modalità di vedere il disturbo: se pensi ad un conflitto, allora cerchi di far emergere la polarità inconscia; se invece pensi al trauma dovrai affidarti ad una esperienza "correttiva" che neutralizzi il potere iatrogeno dell'evento traumatico. Ad esempio, se pensi di non aver avuto una madre sufficientemente buona, il terapeuta ne farà le veci (Winnicott), se ritieni di non aver avuto un oggetto-Sé sufficientemente empatico e in grado di rifornirti o sostenere quel narcisismo sano che ti da sicurezza e appagamento, il terapeuta ti fornirà un'esperienza correttiva adeguata. Siamo all'interno di quelle che vengono denominate le teorie del "deficit"; oggi si parla anche di "riparazione", ma il concetto non cambia.
    Nel caso del conflitto il disturbo è intrapsichico, all'interno dell'individuo, Freud lo fa risalire addirittura alla trasmissione genetica, un qualcosa che affonda le sue radici nel biologico ... e più avanza verso questa convinzione, più diventa pessimista circa le possibilità terapeutiche della psicoanalisi. Diverso il caso delle teorie del deficit, il problema viene dall'esterno, dall'educazione parentale; basta ricreare un'esperienza educativa correttiva per rimettere il treno sul binario giusto. In entrambi i casi manca un soggetto, manca il paziente a cui rivolgersi, niente sembra dipendere davvero da lui. Con queste modalità di intendere la "patologia" espropriamo il soggetto dal suo disagio, non è più suo, è biologico o ambientale. Lui diventa una vittima e noi psy diventiamo dei supereroi vendicatori. Provoco: e se le cose non stessero davvero così, se il sintomo non fosse la malattia ma un tentativo (maldestro) di guarigione? Se il soggetto non fosse soltanto una banderuola al vento, ma un essere che si auto -determina (ed eco-determina) persino quando si trova in disagio? Per il momento credo possa bastare.
    Un saluto.

  11. #56
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Cara Francesca,
    parto dai tuoi interventi (il primo e l'ultimo) per sottolineare che "trauma" infantile e conflitto non sono la stessa cosa, anzi, si escludono vicendevolmente. Se tu parli di trauma ti riferisci ad un episodio (o a una serie di episodi) spiacevoli dell'infanzia che gridano vendetta e che giustificano un disagio attuale. Se fai riferimento al conflitto, stai parlando di qualcosa che è presente in questo preciso momento, e che potrebbe non avere nessun riferimento diretto a fatti antecedenti. Conflitto è un dissidio fra due cose opposte co-presenti in questo momento; trauma è un evento passato spiacevole (o intempestivo) che non ha mai avuto soluzione e che si ripresenta. Esistono anche due distinte modalità terapeutiche per trattare le due distinte modalità di vedere il disturbo: se pensi ad un conflitto, allora cerchi di far emergere la polarità inconscia; se invece pensi al trauma dovrai affidarti ad una esperienza "correttiva" che neutralizzi il potere iatrogeno dell'evento traumatico. Ad esempio, se pensi di non aver avuto una madre sufficientemente buona, il terapeuta ne farà le veci (Winnicott), se ritieni di non aver avuto un oggetto-Sé sufficientemente empatico e in grado di rifornirti o sostenere quel narcisismo sano che ti da sicurezza e appagamento, il terapeuta ti fornirà un'esperienza correttiva adeguata. Siamo all'interno di quelle che vengono denominate le teorie del "deficit"; oggi si parla anche di "riparazione", ma il concetto non cambia.
    Nel caso del conflitto il disturbo è intrapsichico, all'interno dell'individuo, Freud lo fa risalire addirittura alla trasmissione genetica, un qualcosa che affonda le sue radici nel biologico ... e più avanza verso questa convinzione, più diventa pessimista circa le possibilità terapeutiche della psicoanalisi. Diverso il caso delle teorie del deficit, il problema viene dall'esterno, dall'educazione parentale; basta ricreare un'esperienza educativa correttiva per rimettere il treno sul binario giusto. In entrambi i casi manca un soggetto, manca il paziente a cui rivolgersi, niente sembra dipendere davvero da lui. Con queste modalità di intendere la "patologia" espropriamo il soggetto dal suo disagio, non è più suo, è biologico o ambientale. Lui diventa una vittima e noi psy diventiamo dei supereroi vendicatori. Provoco: e se le cose non stessero davvero così, se il sintomo non fosse la malattia ma un tentativo (maldestro) di guarigione? Se il soggetto non fosse soltanto una banderuola al vento, ma un essere che si auto -determina (ed eco-determina) persino quando si trova in disagio? Per il momento credo possa bastare.
    Un saluto.
    Non ho mai parlato di trauma, e non posseggo gli strumenti teorici per affrontare la discussione. Ritengo però che se nell'infanzia (ad esempio) si subisce senza ribellarsi l'autorità di un genitore per paura di perdere il suo amore, tutto questo crea un conflitto(non un trauma). Nell'inconscio rimane il desiderio di ribellarsi, un'aggressività mai espressa e il comportamento si ripresenta in età adulta nel relazionarsi: si è fragili e dipendenti per timore di allontanare chi si ama, mentre si è consapevoli che occorrerebbe emanciparsi ed essere forti e liberi.
    Il paziente che vive questa situazione di stallo che si fa sempre più oppressiva e invasiva, vive l'angoscia di sapere quale sarebbe il comportamento sano da mettere in atto e di contro l'incapacità di attuarlo. La domanda di aiuto si fa più urgente nella relazione di cura, mentre si neutralizza ogni sforzo in direzione dello scambio, poiché qualunque risposta data o proposta dall'analista verrà avvertita come inadeguata, ogni interpretazione respinta.
    lo sviluppo della relazione terapeutica dovrebbe prima o poi aprire qualche fessura, spiragli di luce o vie di sbocco a questa incapacità di gestione dei conflitti.
    Provoco: ricorda che qualunque significato si possa attribuire al sintomo, in ogni caso è sempre causa di sofferenza per il paziente
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  12. #57
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Le provocazioni mi piacciono e mi chiedo, Megiston, verso quale tipo di guarigione si evolve il soggetto che prova tale sintomo? In che modo si autodetermina, se non sempre in relazione all'ambiente?

  13. #58
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Cara Francesca,
    non mi pare che tu non possegga gli strumenti (teorici o non) per affrontare la discussione, mi pare che tu stia affrontando benissimo questa discussione e che abbia affrontato altrettanto bene anche altre discussioni.
    Avere a che fare con un genitore autoritario è un trauma (trauma ha un significato generico di “ferita”, qui potremmo intenderlo come qualcosa che ti “segna”), elaborare questo trauma può dar luogo al conflitto, ma non è scontato, nel senso che esistono conflitti dove è difficile se non impossibile rintracciare uno o più eventi traumatici significativi (e questo il nostro buon Freud l’aveva capito abbastanza presto). Faccio questa distinzione perché a partire da essa in psicoanalisi si sono create due modalità di intendere il disagio e due corrispettive modalità per affrontarlo; se pensi al conflitto, cerchi di far emergere (portare alla coscienza) la polarità inconscia, se pensi al trauma cerchi di sanare il deficit che esso ha provocato sostituendoti come figura parentale a quella (inadeguata) che ha causato il trauma. E’ possibile pensare a qualcosa di diverso da queste due modalità psicopatologiche e terapeutiche? E’ possibile recuperare il “soggetto” e farne un agente attivo sia nella terapia sia nella formazione del suo disagio?
    Eliminata questa breve e noiosa parte teorica, che risponde più che altro ad una mia esigenza di passare per la teoria, rispondo alla tua provocazione e rilancio: è vero che il “sintomo” crea sofferenza nel paziente, la vedo, la percepisco, la sento, vi partecipo, ma perché allora se lo tiene ben stretto?
    I pazienti spesso arrivano portandomi non se stessi, e nemmeno la loro sofferenza (che viene lasciata intendere), mi portano il sintomo, dipanandolo in ogni sua ramificazione, corredandolo di prove a sostegno che ne accertino l’esistenza (“Il medico ha detto ... “, “Lo psichiatra ha detto ...”, “Il neurologo ha detto ....”, “Questo certificato dice ....”, “La diagnosi è ...”). Mi chiedono di occuparmene, di liberarli da questa maledizione (“Perché proprio a loro?”), ma di fare attenzione, come se mi stessero affidando un bambino; mi chiedono, inconsapevolmente, anche di non prenderli troppo sul serio in questa loro richiesta di privarli del sintomo, perché se io davvero lo facessi (nei casi in cui è evidente fin da subito tutto il problema), si sentirebbero nudi e indifesi.
    E’ vero che gradualmente lo mollano un po’ (a volte di botto), che dopo qualche seduta non hanno più attacchi di panico, l’ansia è a livelli tollerabili, non sono più così depressi come quando sono arrivati, ecc.; questo avviene di solito perché si è consolidata la relazione con me, e questo prende il posto del sintomo (il buon Freud aveva capito anche questo e l’aveva nominato transfert). Io lavoro attraverso questa relazione, ma per far questo ho bisogno di pensarmi attivo al suo interno (non l’analista neutrale che: “Oddio, se il mio paziente mi vede mentre ballo il latino americano ....”) e ho bisogno di pensare attivo anche chi mi sta di fronte (non vittima della genetica, della biologia, degli ormoni, dei suoi genitori, della società, del mondo cinico, baro e crudele).
    Un saluto.

  14. #59
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Cara Benedetta,
    alla risposta alla tua prima domanda vorrei arrivarci gradatamente, perché se la buttassi li così temo di essere frainteso. Mentre alla seconda domanda non ho timore a risponderti. Certo che il soggetto si auto-determina in relazione all’ambiente, ma questa semplice affermazione va comunque chiarita, perché da cosa intendi per “soggetto”, per “relazione” e per “ambiente” essa assume un senso anche molto differente. Noi possiamo pensare ad un soggetto “tabula rasa” che viene completamente plasmato dall’ambiente (il soggetto è creato dall’ambiente, vi si adegua); possiamo pensare ad un soggetto attivo che vive in un ambiente dato, lo seleziona, lo interpreta, (il soggetto adegua l’ambiente a se stesso); possiamo, infine, pensare ad un soggetto attivo che costruisce l’ambiente in cui vive insieme all’altro.
    Costruire insieme a significa che il soggetto crea se stesso in relazione all’ambiente attraverso due movimenti sincronici di auto ed eco – regolazione, in cui, come nel caso del pulsare del cuore, dopo una sistole segue la diastole, ad una espansione soggettiva, ad una apertura verso l’ambiente, segue un ritorno a sé per effettuare una elaborazione interiore dell’esperienza, per auto – regolare le proprie emozioni, sensazioni, percezioni, pensieri, per appropriarsene.
    Se preferisci, si tratta dei vecchi concetti di assimilazione e di accomodamento (molto rivisitati, trasformati), o ancora più lontano nel tempo dei concetti filosofici dell’essere parmenideo e del divenire eracliteo.
    Proviamo a pensare alla formazione di un disagio a partire da queste tre distinzioni: nel primo caso il disagio è causato interamente dall’ambiente e il soggetto ne è totalmente espropriato, in tal caso solo l’ambiente potrà ripristinare condizioni di miglior benessere o di assenza di disagio; nel secondo caso il disagio è provocato da come il soggetto ha inteso l’ambiente, da come lo interpreta e lo vive, anche in tal caso un intervento esterno attivo servirà a fornire la giusta interpretazione agli eventi, affinché il disagio (che era una bolla di sapone) rientri; nel terzo caso il disagio viene creato dal paziente insieme al suo ambiente significativo [sull’esempio di Francesca sopra: Sono autoritario altrimenti temo che tu non mi ascolti e faccia qualcosa di sbagliato o di pericoloso – Sono dipendente (ti obbedisco) altrimenti temo di perdere il tuo amore o addirittura il rapporto (vitale) con te]. Da una paura trasformata in intrusione, eccessiva attenzione, autoritarismo, si trasmette una corrispettiva paura che viene elaborata come forma di dipendenza (per non perdere l’affetto), ma che avrebbe potuto essere elaborata anche come ribellione all’autoritarismo, rivendicazione (devi amarmi per come sono), o altro. Ma potremmo anche ribaltare i termini della questione (perché la causalità è circolare e non lineare); da un timore di non essere amati si elabora una forma di dipendenza che trasmette all’altro il timore di non essere un buon padre, di non amare abbastanza il figlio, che potrebbe tradursi in autoritarismo (confermando così il sintomo della dipendenza), ma anche in continui sensi di colpa, in insicurezza, il non sapere cosa fare e anche nel disinteressarsi ad un rapporto così frustrante.
    Lo so, l’esempio non è il massimo, ma forse può servire lo stesso per capire un po’ di più ciò che voglio dire.
    Un saluto.

  15. #60
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    Riferimento: Conflitti inconsci e consci

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema
    Proviamo a pensare alla formazione di un disagio a partire da queste tre distinzioni: nel primo caso il disagio è causato interamente dall’ambiente e il soggetto ne è totalmente espropriato, in tal caso solo l’ambiente potrà ripristinare condizioni di miglior benessere o di assenza di disagio; nel secondo caso il disagio è provocato da come il soggetto ha inteso l’ambiente, da come lo interpreta e lo vive, anche in tal caso un intervento esterno attivo servirà a fornire la giusta interpretazione agli eventi, affinché il disagio (che era una bolla di sapone) rientri; nel terzo caso il disagio viene creato dal paziente insieme al suo ambiente significativo [sull’esempio di Francesca sopra: Sono autoritario altrimenti temo che tu non mi ascolti e faccia qualcosa di sbagliato o di pericoloso – Sono dipendente (ti obbedisco) altrimenti temo di perdere il tuo amore o addirittura il rapporto (vitale) con te].
    Ma il terzo caso Megiston se rifletti bene rientra nel secondo, si agisce in un certo modo perché si temono delle conseguenze, se è vero quel che si suppone si ha una conoscenza adeguata dell'ambiente, se le azioni provocano altri effetti molto diversi da quelli previsti vuol dire che tanto bene l'ambiente non lo si conosce.
    Ad esempio "Sono dipendente (ti obbedisco) altrimenti temo di perdere il tuo amore o addirittura il rapporto (vitale) con te" rappresenta uno schema di comportamento per non andare incontro ad un abbandono: lo schema funziona? Quanto funziona? Cosa permette di ottenere? Che costi ha? E' possibile trovarne altri più efficienti per ottenere maggiore soddisfazione?

    Lo schema di sopra non è tanto diverso da "Non parcheggio l'auto in divieto di sosta per non avere noie con i vigili urbani e non dover pagare delle multe". Io spesso sarei tentato di parcheggiare l'auto in divieto di sosta, soprattutto quando vado di fretta ad esempio, e se ci fosse uno schema di comportamento che mi permettesse di parcheggiare in divieto senza dover avere tante noie ed andare incontro a questi rischi lo adotterei. Ora lo schema che adotto è sbagliato o no? Se sono paure infondate le mie (e cioé non esistono rischi così probabili di esser multati) vuol dire che non conosco la realtà, e ricadiamo nel secondo caso, se le paure sono fondate, lo schema è tutto sommato funzionante nell'evitare il rischio e le cose che mi danno noia, ma tutto questo ha dei costi (perché nel mettere in atto lo schema evito di parcheggiare in certe zone di divieto), se ne può trovare uno con dei costi minori e rischi equivalenti al primo (in questo caso nessuno )?

    Se la risposta è no allora continuerò a subire il male del costo visto che prima già agivo così preferendo di evitare le zone di divieto, ma questo male che lamentavo non è stato scalfito, né sono stati risolti i problemi che ponevo.

    Allo stesso modo, essere accomodanti con gli altri potrebbe rappresentare qualcosa di costoso per certi tipi di individui, e queste persone potrebbero lamentarsi della cosa, ma c'è un modo migliore meno costoso per loro, e perciò più efficiente, per poter avere delle relazioni, visto che desiderano avere delle relazioni?

    Per migliorare le condizioni di vita, secondo me, bisognerebbe cercare di risolvere questo tipo di problemi, ammesso che esistano strategie migliori attuabili in modo "economicamente ragionevole" per noi nel far fronte alle nostre diverse e svariate esigenze, perché non è detto che debbano esistere per forza sistemi più efficienti di quelli che già usiamo.

    Un saluto
    Ultima modifica di Char_Lie : 15-10-2009 alle ore 17.03.23

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