Ad essere sincero quando ho parlato di tombe, non mi riferivo al testo della canzone che avevi proposto tu e nemmeno al video, ma a quella di lalangue, è stato davvero un caso che ho parlato di tombe e che anche il testo della canzone che avevi citato parlava della morte di un genitore, non conosco l'inglese. Il testo e la musica della prima canzone davvero mi aveva dato l'idea di un qualcosa di gotico romantico e melanconico (in questo genere c'è un continuo riferimento al sangue, funerali e cose di questo tipo), e per un attimo, siccome la canzone mi era stata dedicata, mi ero immaginato che ci si era fatti l'idea che fossi uno di quei tipi che vanno in giro vestiti a lutto tutti di di nero con questi cappotti lunghi, col pallore del viso messo bene in evidenza dal colore dell'abbigliamento e con qualche gadget a forma di teschio, e la cosa per la verità mi aveva anche fatto sorridere

.
Riguardo al film, non mi identifico solo col tipo che viene scaricato nel ristorante (che si scaglia contro la poveretta che lo scarica

, poveretta anche lei perché in seguito le cose non è che le gireranno bene), mi sento in una certa misura un po' come tutti i personaggi del film (consiglio di vederlo tutto per chi non lo conoscesse, c'è anche uno psicoanalista tra i personaggi che ne combinerà delle belle

) intrappolati e costretti a vivere all'interno di una certa gabbia esistenziale frustrante ed anche un po' squallida. C'è anche un altro film interessante (secondo me) dello stesso regista "Welcome to the Dollhouse".
Se ti ho offeso Megiston, beh ti chiedo scusa. Però se si parla del
mio modo di sentire dovrei essere io poi a stabilire cosa sento più vicino a questo. Se mi accorgo che dite una cosa ed io ne sento un’altra secondo me non ci troviamo in sintonia, e così torno anche al tema principale di questa discussione. Se non si riesce a capirsi in una certa misura riguardo a questi vissuti personali non si riescono ad afferrare quali sono le variabili dei problemi e ci si trova inevitabilmente in conflitto ed anche inutilmente, perché si parla di cose distinte.
Uno psicoterapeuta secondo me non può e non deve forzare i significati della persona con i propri, dovrà inevitabilmente muoversi proprio all'interno di questi ultimi, i problemi che l'altra persona porta ed espone sono strutturati proprio tramite questi significati e se li si vuol risolvere questi problemi e non dissolverli bisognerà giocare pulito rispettando le regole del gioco.
Quello che osservo qui è che ognuno di voi cerca di riformulare i problemi secondo la sua griglia teorica e fornire così soluzioni, ma prima di far questo dovreste preoccuparvi che la vostra riformulazione, per così dire, "acchiappa" realmente quelli che il paziente ritiene problemi. Discutete tra di voi riguardo ad autopoiesi, soggettività ed altro ma la persona che si rivolge a voi per essere aiutata, spesso non si sa ancora bene a far cosa, passa subito in secondo piano. La cosa più paradossale per me è che in particolare è proprio il "cosa cerca e sta tentando di risolvere quella persona" che passa subito in secondo piano, le formulazioni del paziente divengono per voi "falsi problemi", perché per voi i "veri problemi" di quella persona sono in realtà altri, sono quelli che definite voi tramite certe riformulazioni che forzano le cose. Ma io penso che è proprio il "cosa vuol risolvere" quella persona che definisce i problemi che poi voi dovreste aiutare a risolvere.
Comunque se non ci sono soluzioni per certi problemi nessuno avrà colpa (soltanto quelli che diranno di averne soluzioni avranno certe responsabilità e dovranno assumersele), semplicemente bisognerà ammettere che per quel tipo di problemi non si può disporre di alcuna soluzione.
Saluti