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  1. #61
    Postatore Compulsivo L'avatar di sunflower
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    Originariamente postato da Parsifal

    Molto spesso le persone iniziano una terapia con un'idea molto diversa rispetto a quella di compiere un lavoro cooperativo con il terapeuta per aumentare la propria autoconsapevolezza e modificare alcuni pensieri e comportamenti.
    Spesso il paziente pensa che sarà il terapeuta a fare tutto e a guarirlo;altri pensano di avere caratteristiche psicologiche innate e immodificabili e si aspettano di essere rincuorati e apprezzati dal terapeuta,altri pensano che tutto dipenda da un trauma e aspettano l'illuminazione che farà loro ricordare tutto e guarire miracolosamente;altri pensano che il terapeuta li aiuterà a far cambiare il comportamento,non loro,ma quello della moglie;laltri ancora vanno dal terapeuta perchè insegni loro come vivere,come fosse un maestro,altri sono convinti che il loro problema sia il conflitto ragione-emozione e nella terapia cercano un metodo per tenere sotto controllo le emozioni.Altri vanno in terapia per volontà dei famigliari,altri ci vanno per dimostrare definitivamente a sè stessi che nessuno li capisce ecc ecc
    Tolte tutte queste persone non rimangono in molti sulla terra a dover/poter/voler rivolgersi a un terapueta = chi non ha di questi blocchi-barriere etc.? Inoltre: senza una di queste condizioni non esisterebbe neanche il bisogno di terapia. Un esempio a caso: Il pregiudizio dilagante sullo strizzacervelli nasconde ovviamente ben altro che semplici stereotipi. Sono paure, schemi, vincoli, ostacoli, frutti di un dialogo intrapischico evidentemente minato. La terapia può correggere questo. Ho visto andare in terapia gente che guardava con disprezzo tutta la scienza psicologica e considerava peggio che lebbrosi coloro che vi si rivolgevano. Nelle loro sedute sono emersi ben altri problemi.

    Mi sorge un dubbio: siamo alla ricerca del paziente perfetto? E per cosa dovrebbe rivolgersi a noi? E, soprattutto, mi chiedo: forse il problema è più nostro che di questi eventuali pazienti difficili?
    Forse ci siamo arresi e abbiam gettato la spugna, convinti di non saper far breccia in certi animi?

    Originariamente postato da Parsifal

    Se la terapia non modifica inizialmente questi schemi di pensiero è inutilee a volte non si riesce a modificarli.
    Ancora una volta il problema non sembra essere il paziente, ma si auspica la correzione del tiro nella terapia globalmente intesa.



    (infine, per inciso:
    Originariamente postato da Parsifal

    Vorrei poi aggiungere che la terapia serve sì ad aumentare la consapevolezza di sè (ma non sempre questo è necessario),ma serve anche a modificare alcune cose:ad esempio non è assolutamente scontato che una psicoterapia tolga gli attacchi di panico o le fobie:anzi!Direi che per molti approcci terapeutici questi risultati sono piuttosto rari.
    Per la bacchetta magica ci stiamo attrezzando
    Matteo, io non volevo dire siano risultati semplici quelli, o non degni del nome "psicoterapia" - non facciamo il processo alle intenzioni, si vuol solo discorrere qui - , rispondevo piuttosto a Rubens).

    EDIT: ho postato contemporaneamente a Ghiretto: esattamente quello che penso.

  2. #62
    Giurato di Miss & Mister OPs L'avatar di Parsifal
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    io terrei distinta la terapia da un intervento iniziale per modificare le idee che il paziente ha della terapia.La terapia è cercata dal paziente perchè egli sente un problema che vuole risolvere,la terapia deve intervenire su questo problema:il paziente non considera un problema il suo modo di concepire la terapia.Se questo cambiamento nel modo di considerare il lavoro psicoterapeutico riesce la terapia inizia,altrimenti no;ovviamente è sperabile che spesso questo cambiamento,almeno parziale,nel paziente ci sia.Non sempre c'è e in quel caso non ha senso che la terapia inizi:non è per niente scontato che la psicoterapia sia utile a queste persone,anzi può essere dannosa.

    Oltre al problema motivazionale ce n'è un altro legato al problema dell'intervento sui sintomi.Se una terapia non modifica i sintomi che il paziente vuole eliminare,in base a cosa la si può definire utile?
    Se una psicoterapia non dimostra di produrre cambiamenti nei sintomi di un disturbo,in base a cosa si può dire che è utile?in quel caso il paziente con quel disturbo non è adatto a quel tipo di terapia.
    Poi si può giustamente ragionare sul fatto che i disturbi non sono uguali in tutte le persone,che ci sono differenze individuali che una terapia deve valutare,differenze di personalità:però,detto questo,in base a cosa si fanno terapie,poniamo per un disturbo d'ansia,senza che mai nessuno ne abbia dimostrata l'utilità?

  3. #63
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    Originariamente postato da Parsifal
    io terrei distinta la terapia da un intervento iniziale per modificare le idee che il paziente ha della terapia.La terapia è cercata dal paziente perchè egli sente un problema che vuole risolvere,la terapia deve intervenire su questo problema:il paziente non considera un problema il suo modo di concepire la terapia.
    la terapia non inizia con il contratto terapeutico ma nel momento stesso in cui il paziente pensa elabora decide che ha un problema e che vuole rivolgersi ad uno specialista
    Originariamente postato da Parsifal
    Se questo cambiamento nel modo di considerare il lavoro psicoterapeutico riesce la terapia inizia,altrimenti no;ovviamente è sperabile che spesso questo cambiamento,almeno parziale,nel paziente ci sia.Non sempre c'è e in quel caso non ha senso che la terapia inizi:non è per niente scontato che la psicoterapia sia utile a queste persone,anzi può essere dannosa.
    qui credo tu faccia un salto notevole, la terapia è cambiamento, come già qualcuno ha scritto bidirezionale, è dannosa se non si esplicano ed eviscerano le idee sottese, quelle che da questo percorso si vuole/cerca/aspira/sogna
    Originariamente postato da Parsifal
    Oltre al problema motivazionale ce n'è un altro legato al problema dell'intervento sui sintomi.Se una terapia non modifica i sintomi che il paziente vuole eliminare,in base a cosa la si può definire utile?
    Dici? E se arriva un paziente pedofilo egosintonico, credi il problema sia che lui identifica il sintomo con il fatto che lo si voglia normalizzare, che non lo si accetti così?
    Originariamente postato da Parsifal
    Se una psicoterapia non dimostra di produrre cambiamenti nei sintomi di un disturbo,in base a cosa si può dire che è utile?in quel caso il paziente con quel disturbo non è adatto a quel tipo di terapia.
    Poi si può giustamente ragionare sul fatto che i disturbi non sono uguali in tutte le persone,che ci sono differenze individuali che una terapia deve valutare,differenze di personalità:però,detto questo,in base a cosa si fanno terapie,poniamo per un disturbo d'ansia,senza che mai nessuno ne abbia dimostrata l'utilità?
    Si presuppone che un beneficio, forse non definitivo di risoluzione stile paradigma medico, sintomo-cura, il paziente lo abbia se comunque questo percorso lo prosegue, magari di contenimento, magari di parziale remissione, semprechè il problema appunto non sia la nostra "ansia da prestazione" del nostro agire teraupetico, che ahimè si scontra con la caduta del narcisismo che la realtà ha anche per noi clinici, l'onnipotenza è dura a morire.

    Libera-mente
    Pat

  4. #64
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    Originariamente postato da Parsifal
    io terrei distinta la terapia da un intervento iniziale per modificare le idee che il paziente ha della terapia.La terapia è cercata dal paziente perchè egli sente un problema che vuole risolvere,la terapia deve intervenire su questo problema:il paziente non considera un problema il suo modo di concepire la terapia.Se questo cambiamento nel modo di considerare il lavoro psicoterapeutico riesce la terapia inizia,altrimenti no;ovviamente è sperabile che spesso questo cambiamento,almeno parziale,nel paziente ci sia.Non sempre c'è e in quel caso non ha senso che la terapia inizi:non è per niente scontato che la psicoterapia sia utile a queste persone,anzi può essere dannosa.
    Provo a rispondere su questa prima parte. Non è facile, in quanto mi vedo "costretto" a postare la mia esperienza personale. Ma non ho altro mezzo per esprimere quel che penso. E la teoria senza l'esperienza vale zero,dal mio punto di vista.
    Dunque. io iniziai una psicoterapia per un problema di eiaculazione precoce. Ora. la terapeuta che mi trovai di fronte ci ha messo circa (sono passati 15 anni da allora, quindi i ricordi sono alquanto sbiaditi) 6 settimane ad eliminare questa sintomatologia. Avrei potuto andarmene ed essere contento così. Scelsi di continuare. Per curiosità, soprattutto. Perché mi aveva fatto vedere aspetti di me stesso dei quali non conoscevo affatto l'esistenza. E perché era stata estremamente onesta con me, dicendomi: "Possiamo lavorarci, con lei e sua moglie. Ma io non posso assicurarle che, risolto questo problema, voi continuerete ad essere marito e moglie!". Nei fatti, il suo "caveat" era azzeccato. Il cambiamento, quello vero, dal mio punto di vista, è sopravvenuto solamente tra i due ed i tre anni dopo. Quando ho smesso di giocare quel che io chiamo ora "judo psicologico". Quando ho smesso di cercare di prevedere il comportamento della psicoterapeuta e ho deciso di lasciarmi andare in mare aperto, per così dire. E, se la risoluzione dei sintomi mi consentì di fare l'amore con piacere e con passione, il cambiamento del mio punto di vista mi consentì di migliorare molti altri aspetti della mia vita. Il non avere paura di quel che si è e di come lo si è diventati stravolge il senso che si assegna agli avvenimenti. E questo mi consentì di :
    a) iniziare a studiare
    b) ottenere una migliore posizione nell'azienda dove lavoravo
    c) separarmi e divorziare poi
    d) essere quel che sono ora

    Oltre al problema motivazionale ce n'è un altro legato al problema dell'intervento sui sintomi.Se una terapia non modifica i sintomi che il paziente vuole eliminare,in base a cosa la si può definire utile?
    Se una psicoterapia non dimostra di produrre cambiamenti nei sintomi di un disturbo,in base a cosa si può dire che è utile?in quel caso il paziente con quel disturbo non è adatto a quel tipo di terapia.
    Poi si può giustamente ragionare sul fatto che i disturbi non sono uguali in tutte le persone,che ci sono differenze individuali che una terapia deve valutare,differenze di personalità:però,detto questo,in base a cosa si fanno terapie,poniamo per un disturbo d'ansia,senza che mai nessuno ne abbia dimostrata l'utilità?
    Su questo io sono in parte d'accordo e in parte no. Semplicemente perché penso che:
    a) Qualunque azione del/la terapeuta produce cambiamenti nel/la paziente
    b) Il sintomo è una delle cause per cui il paziente chiede l'intervento di un/a terapeuta. Non LA causa, UNA delle cause.
    c) Non penso che l'utilità possa venire "oggettivata". Un paziente può ritenere utile un intervento che, tuttavia, non risolve la sua sintomatologia. Sono cosciente che questo è un rischio per il/la terapeuta. Poiché può portare il/la professionista ad un autocompiacimento del tutto fuori luogo. Ma esistono contromisure.

    Vediamo come prosegue questa discussione

    Buona vita

    Guglielmo
    Ultima modifica di willy61 : 11-08-2005 alle ore 03.12.03
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  5. #65
    Giurato di Miss & Mister OPs L'avatar di Parsifal
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    Originariamente postato da ghiretto
    la terapia non inizia con il contratto terapeutico ma nel momento stesso in cui il paziente pensa elabora decide che ha un problema e che vuole rivolgersi ad uno specialista

    qui credo tu faccia un salto notevole, la terapia è cambiamento, come già qualcuno ha scritto bidirezionale, è dannosa se non si esplicano ed eviscerano le idee sottese, quelle che da questo percorso si vuole/cerca/aspira/sogna

    Dici? E se arriva un paziente pedofilo egosintonico, credi il problema sia che lui identifica il sintomo con il fatto che lo si voglia normalizzare, che non lo si accetti così?

    Si presuppone che un beneficio, forse non definitivo di risoluzione stile paradigma medico, sintomo-cura, il paziente lo abbia se comunque questo percorso lo prosegue, magari di contenimento, magari di parziale remissione, semprechè il problema appunto non sia la nostra "ansia da prestazione" del nostro agire teraupetico, che ahimè si scontra con la caduta del narcisismo che la realtà ha anche per noi clinici, l'onnipotenza è dura a morire.

    Libera-mente
    Pat
    Per sintetizzare direi così: il paziente arriva con una sua idea del problema,degli scopi e della terapia;il terapeuta ha sul paziente idee relative a:problema,scopi terapia.
    A volte le due posizioni coincidono a volte no.Se si riesce ad avvicinare queste 2 posizioni oppure a trovare una via che le concili la terapia è utile,altrimenti no.
    Più in particolare
    -come ho detto è fondamentale capire quali siano le idee del paziente sul trattamento
    -non sempre la psicoterapia è utile,ad esempio perchè non ci sono le condizioni per realizzarla o perchè,in quel momento,il paziente non riuscirebbe a tollerare e gestire un cambiamento
    -non sempre il paziente si rivolge al terapeuta per eliminare dei sintomi,o comunque non solo per quello.Sono d'accordo;riguardo all'aspetto sintomatico,però,è possibile verificare se un effetto chiaro di un tipo di psicoterapia c'è oppure no;nel caso non ci sia mi sembra più corretto scegliere un tipo di terapia diverso: ci sono degli effetti comuni sul paziente di tutti i tipi di terapia,oltre a questi ci sono degli effetti specifici legati al modello terapeutico usato:queste differenze sono quantificabili e credo sia utile utilizzare i modelli più sicuri.

  6. #66
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Originariamente postato da sunflower
    [B]Rubens, la terapia non ha la sua ragion d'essere come panacea per curare una fobia. Dopo qualche lezione all'università abbiamo già buone tecniche e strumenti per QUESTO tipo di problemi, senza sobbarcarci 4 anni di specializzazione.

    RUBENS
    allora ti invidio!. Dico davvero. Tu dopo qualche lezione all' università hai già gli strumenti per curare un disturbo come la fobia!. Non so quale università tu abbia frequentato. Le prime lezioni che ho seguito erano di biologia. Di una epistemolgia e di una tecnica per curare la fobia neanche una traccia...ma neanche alle ultime lezioni !...non è purtroppo obbiettivo del corso di laurea formare psicoterapeuti per curare fobie o meno..
    forse i colleghi che seguono questo thread sono più fortunati di me... chi è d' accordo con Sunflower?...

    2- Chi ha mai detto che 4 anni di specializzazione servono per curare le fobie?... meglio fare discorsi meno generali e dire a me sembra, io penso ecc.. ecc..



    Dunque, dunque, mi sfugge una cosa: ma la questione erano i pazienti? Pare siano i terapeuti ora

    RUBENS
    Rispondevo ai tuoi quesiti ma si può affrontare il discorso anche lato terapeuta...


    Ricapitolando, secondo la tua ottica i pazienti sono tutti adatti a fare terapia e questo è un thread che non ha senso.
    Eliminiamo quindi il famoso colloquio di accettazione e passiamo direttamente alla presa in carico incondizionata.
    E' un tuo punto di vista che rispetto ma assolutamente non condivido.
    Una posizione confutabile al massimo con una serie di motivazioni in parte già espresse.
    Un ' ottica che addirittura mi fa paura. Un professionista che accetta tutti.
    Un Kaiser della terapia!

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  7. #67
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Originariamente postato da willy61

    Comodo! Soprattutto per il/la terapeuta. Bello! Mi scelgo i casi facili, quelli che rispondono ai miei "criteri di analizzabilità" e non mi mettono troppo in discussione o in crisi. Come dire: mi guardo allo specchio, lì non corro rischi di sorta... Facile, ma inutile, secondo me.

    Scusa se sono andato un po' sopra le righe, non prendertela, è un periodo così.

    Buona vita.

    Per Sunflower:

    Ciao

    Guglielmo
    In parte abbiamo già chiarito e confutato questa idea ma ancora....

    è esattamente il contrario...ed i casi facili...non c' entrano per nulla...

    A mio avviso è proprio indice di alta professionalità poter disporre di strumenti per verificare un ' eventuale presa in carico...

    tutti i professionisti, non solo gli psicologi, decidono cosa prendere in carico o chi prendere in carico...

    hanno una visione ed una consapevolezza dei propri strumenti e sanno cosa poter affrontare, cosa affrontare con fatica, e cosa inviare....

    Questo falso buonismo che tutti devono essere presi in carico perchè sono uomini e il terapeuta dovrebbe assecondare un processo......e tu cattivo rubens che li cacci via(verbo non usato da me)....mi fa letteralemente schifo!!!.

    E' proprio il contrario, IL TERAPEUTA NON ACCETTA TUTTI I CASI.
    Non è onnipotente, non deve pensarlo e non lo sarà mai.
    IL TERAPEUTA COME OGNI ALTRO PROFESSIONISTA DEVE AVERE I REQUISITI NECESSARI PER DECIDERE CHI PRENDERE IN CARICO E CHI NON PRENDERE IN CARICO, INVIARE, RIMANDARE.

    Ciao Guglielmo

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  8. #68
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    Innanzitutto cerchiamo di abbassare il tono: non c'è bisogno di urlare per esprimere un parere. Se vogliamo confrontarci ben venga, viceversa non è questa la sede, e non certo per me.

    Dopo di chè ti dico un'ultima cosa, e poi lascio la discussione, dal momento che quel che ci dovevamo dire l'abbiam fatto e non è mio costume tormentarmi in discussioni sterili.

    "IL TERAPEUTA NON ACCETTA TUTTI I CASI.
    Non è onnipotente, non deve pensarlo e non lo sarà mai.
    IL TERAPEUTA COME OGNI ALTRO PROFESSIONISTA DEVE AVERE I REQUISITI NECESSARI PER DECIDERE CHI PRENDERE IN CARICO E CHI NON PRENDERE IN CARICO, INVIARE, RIMANDARE."

    Nessuna delle cose da me dette và contro queste affermazioni: la penso come te.
    Sono intervenuta nella discussione dicendo la mia su quello che era il titolo del 3d, da cui tu svii ogni volta, attribuendo visioni deliranti a chi ti risponde.
    La mia idea è che *tutti i pazienti posso andare in terapia*, da cui non deriva alcun sillogismo = i terapeuti possono curare ogni paziente. Sei tu che hai inferito questa conclusione da un discorso, il mio, poggiato solo sul paziente.
    Per quanto attiene il lato terapeuta mi trovi perfettamente d'accordo.

    Spero d'essermi chiarita e buona prosecuzione
    Ultima modifica di sunflower : 11-08-2005 alle ore 16.07.57

  9. #69
    minodegi
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    nell'ottica sistemico relazionale si può benissimo non essere interessati alla classificazione o riclassificazione delle persone sulla base del "sistema esplicativo dominante socialmente determinato che chiamiamo classificazione psichiatrica".Ciò non significa che il terapeuta non debba credere alle esperienze personali come reali e disturbanti
    Per cui tra i presupposti 1)gli individui possono cambiare 2)i sintomi non sono difetti o anomalie, ma strettamente collegati con la costruzione di sè e del mondo, e con i rapporti interpersonali

  10. #70
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    [QUOTE]Originariamente postato da sunflower
    [B]Innanzitutto cerchiamo di abbassare il tono: non c'è bisogno di urlare per esprimere un parere. Se vogliamo confrontarci ben venga, viceversa non è questa la sede, e non certo per me.

    Dopo di chè ti dico un'ultima cosa, e poi lascio la discussione, dal momento che quel che ci dovevamo dire l'abbiam fatto e non è mio costume tormentarmi in discussioni sterili.

    Rubens
    Ti capisco. E mi dispiacerà se lascerai il thread. Il tuo contributo come quello degli altri è prezioso e la tua ottica importante.
    Tuttavia, considerando il tuo tono iniziale decisamente strafottente non credo sia giusto recriminarmi di alzare la voce...pensavi ad una reazione diversa?...a me sembra un rispondere per le rime...
    ma lasciamo perdere è giusto ciò che dici...non tormentiamoci in discussioni sterili...

    --------------------------

    "IL TERAPEUTA NON ACCETTA TUTTI I CASI.
    Non è onnipotente, non deve pensarlo e non lo sarà mai.
    IL TERAPEUTA COME OGNI ALTRO PROFESSIONISTA DEVE AVERE I REQUISITI NECESSARI PER DECIDERE CHI PRENDERE IN CARICO E CHI NON PRENDERE IN CARICO, INVIARE, RIMANDARE."

    Nessuna delle cose da me dette và contro queste affermazioni: la penso come te.
    Sono intervenuta nella discussione dicendo la mia su quello che era il titolo del 3d, da cui tu svii ogni volta, attribuendo visioni deliranti a chi ti risponde.
    1)Visioni differenti, che, ho precisato, rispetto ma non condivido.
    Non ho iniziato io ad attribuire visioni deliranti.

    2) Cosa significa intervenire sul titolo?, l' argomento del thread postato era il seguente : (mi piacerebbe tornarci ..)

    " i pazienti sono tutti adatti a fare terapia?

    Ciao,

    questo forum ha contribuito sicuramente a far nascere in me alcune consapevolezze.

    Possiamo anche essere i terapeuti più bravi in assoluto ma non è detto che riusciamo a risolvere tutti i casi.

    Perchè?

    Ipotizziamo pure che possediamo una metodologia ed una tecnica infallibile. Questo non ci garantisce di poter risolvere tutti i casi.

    Perchè?


    Rubens

    --------------------------------


    La mia idea è che *tutti i pazienti posso andare in terapia*, da cui non dervia alcun sillogismo = i terapeuti possono curare ogni paziente.

    Non credo vi sia una differenza così netta se diamo per implicito che un paziente vada in terapia per migliorare.
    SE tutti i pazienti possono essere migliorati, allora i terapeuti possono curare tutti i pazienti.

    Ciao ciao


    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  11. #71
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    Originariamente postato da wrubens

    Tuttavia, considerando il tuo tono iniziale decisamente strafottente non credo sia giusto recriminarmi di alzare la voce...pensavi ad una reazione diversa?...a me sembra un rispondere per le rime...
    E' vero: sono stata provocatoria, ma non volevo nè voglio offendere, erano provocazioni tra *amici* per far nascere uno scambio tra persone di cui mi interessa conoscere il parere. Infatti, non ho contestato la tua prima risposta, ma l'ultima - uso del maiuscolo, tono acceso, chiusura e innalzamento di un muro comunicativo-

    Originariamente postato da wrubens

    Non ho iniziato io ad attribuire visioni deliranti....
    dimmi dove ho delirato

    Originariamente postato da wrubens

    Possiamo anche essere i terapeuti più bravi in assoluto ma non è detto che riusciamo a risolvere tutti i casi.....
    lo dico per l'ultima volta: perfettamente d'accordo

    Originariamente postato da wrubens

    Ipotizziamo pure che possediamo una metodologia ed una tecnica infallibile. Questo non ci garantisce di poter risolvere tutti i casi......
    Questo è delirio. Se parti da questo assunto, sei tu l'onnipotente. Purtroppo non esiste nè può esserci nè metodologia nè tecnica infallibile, ma questo non significa che il punto sia il paziente, ma la tecnica globalmente intesa, e non il singolo terapeuta. A me professionista non interessa sia IO il salvatore di alcuno; mi sta a cuore, che se non io, altri, con altri strumenti, possano dare una lettura diversa a date problematiche e che il singolo sia in qualche modo seguito, ascoltato, infine aiutato, dalla Scienza terapeutica, non da me per forza.

    Originariamente postato da wrubens

    SE tutti i pazienti possono essere migliorati, allora i terapeuti possono curare tutti i pazienti.
    Ti aggrovigli un'altra volta. Mettiamola così: esiste certamente una cura, un terapeuta, una condizione, attraverso cui ognuno può essere aiutato/curato. Ripeto: la terapia viene da me intesa come un collettivo di forze e saperi, strumenti e metodi diversi, dove se non posso io, può altri da me.
    E credo di essere molto umile in questo alzare le mani eventualmente un domani.

  12. #72
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    Mi sembra proprio che non ci intendiamo...

    dove io lancio una provvocazione ed una volontà di approfondire tu intendi un' affermazione delirante...

    dove io intendo approfondire quali possano essere i parametri di presa in carico di un paziente...tu interpreti una chiusura ed una spietata selezione a priori...

    Parliamo due lingue differenti...

    siamo cresciuti in 2 ambienti differenti...

    siamo distanti....molto distanti....

    ed i rapporti a distanza si sà...sono sempre difficili...

    cheers

    Rubens
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    Rubens

  13. #73
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    facciamo terapia gruppale?

  14. #74
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    Originariamente postato da wrubens
    In parte abbiamo già chiarito e confutato questa idea ma ancora....

    è esattamente il contrario...ed i casi facili...non c' entrano per nulla...

    A mio avviso è proprio indice di alta professionalità poter disporre di strumenti per verificare un ' eventuale presa in carico...

    tutti i professionisti, non solo gli psicologi, decidono cosa prendere in carico o chi prendere in carico...

    hanno una visione ed una consapevolezza dei propri strumenti e sanno cosa poter affrontare, cosa affrontare con fatica, e cosa inviare....

    Questo falso buonismo che tutti devono essere presi in carico perchè sono uomini e il terapeuta dovrebbe assecondare un processo......e tu cattivo rubens che li cacci via(verbo non usato da me)....mi fa letteralemente schifo!!!.

    E' proprio il contrario, IL TERAPEUTA NON ACCETTA TUTTI I CASI.
    Non è onnipotente, non deve pensarlo e non lo sarà mai.
    IL TERAPEUTA COME OGNI ALTRO PROFESSIONISTA DEVE AVERE I REQUISITI NECESSARI PER DECIDERE CHI PRENDERE IN CARICO E CHI NON PRENDERE IN CARICO, INVIARE, RIMANDARE.

    Ciao Guglielmo

    Rubens
    Ciao Rubens. Grazie.
    Probabilmente, le differenze tra noi sono più apparenti che sostanziali. E, forse, derivano da un'incomprensione di fondo mia su quale sia l'oggetto del discorso.
    Voglio dire: se il titolo del 3d è "Tutti i pazienti sono adatti a fare terapia?", questo mi porta a pensare che esistano "pazienti" adatti e "pazienti" inadatti alla psicoterapia. Di fatto è un vecchio assunto proveniente dalla psicoanalisi che non tutti i pazienti possano trarre givamento da un percorso psicoterapeutico. Un assunto, peraltro, che ha avuto fortuna anche in scuole differenti.
    Ora, può essere che esistano persone che non sono "adatte" ad un percorso di psicoterapia. Non lo so, di persona. Sono solo uno psicologo, e - su un argomento come questo - mi piacerebbe sentire il parere di chi psicoterapeuta lo è già.
    Ma, per motivi derivanti dalla mia formazione e dalla mia esperienza di vita (di vita, non necessariamente di psicologia o di psicoterapia), io sono portato a tentare di vedere l'altra faccia della medaglia e a chiedermi: ma non è che non tutti i terapeuti sono adatti a fare terapia a tutti i pazienti?
    Le psicoterapie comprendono al loro interno una vastissima gamma di tecniche, che le diverse scuole e correnti hanno sviluppato per tentare di risolvere i problemi che i azienti portavano. Ma chi applica quelle tecniche sono gli/le psicoterapueti/e. Che sono esseri umani come tutti gli altri. Come i loro pazienti.
    E io mi chiedo, non è possibile pensare che tutti i pazienti sono adatti a fare terapia, ma non tutti i terapeuti possono lavorare con tutti i pazienti?
    Se fosse così, la questione dell'analizzabilità, dei criteri, delle caratteristiche potrebbe agevolmente venire rovesciata. E diventare: ma io, professionista, sono o non sono in grado (dal punto di vista tecnico, cognitivo, emotivo, affettivo) di lavorare con quella persona che mi è venuta a trovare? Io, come terapeuta ho il compito di costruire le migliori condizioni possibili perché il mio lavoro abbia successo. E in questo è compreso anche il dire ad un paziente: "non possiamo lavorare assieme". Ma non tanto perché LUI/LEI non possieda i requisiti necessari, ma perché IO so che non farei un buon lavoro.
    Un caso, che mi potrebbe capitare: poniamo che venga da me una paziente e che mi porti un problema di disturbo d'ansia generalizzato. Da un punto di vista delle tecniche che conosco e padroneggio, non avrei problemi a prenderla in carico. Ma, se questa paziente assomiglia moltissimo alla mia ex-moglie, probabilmente sceglierei di mandarla da qualcun altro/a.

    Spero di essere riuscito a spiegare il mio punto di vista. Grazie Rubens. E grazie anche a Sunflower e Ghiretto. Cerchiamo tutti di fare "terapia di gruppo", rispettando anche le prese di posizione che sembrano molto lontane dalle nostre. Discutiamo, confrontiamoci, magari prendiamoci pure a capocciate (ma sarebbe meglio farlo per PM), ma evitiamo di insultarci e di prendercela. Ricordiamoci della lezione di Watzlawick sulle liti tra marito e moglie: bevo perché lei urla - urlo perché lui beve.

    Buona vita a tutti

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  15. #75
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    [QUOTE]Originariamente postato da willy61
    [B]Ciao Rubens. Grazie.

    Ciao Guglielmo, grazie a te ed alla tua lealtà.

    Willy
    Probabilmente, le differenze tra noi sono più apparenti che sostanziali. E, forse, derivano da un'incomprensione di fondo mia su quale sia l'oggetto del discorso.

    Rubens
    a tal proposito, considerando ciò che ho conosciuto di te su questo forum, non ho dubbi che ci assomigliamo. il thread è un pò confuso.

    Willy
    Voglio dire: se il titolo del 3d è "Tutti i pazienti sono adatti a fare terapia?", questo mi porta a pensare che esistano "pazienti" adatti e "pazienti" inadatti alla psicoterapia.
    Rubens

    Un mio errore nella formulazione del titolo.

    Di fatto, come poi spiegato nel contenuto del thread il titolo si riferiva ad una analisi sulle metacognizioni presenti nei pazienti.
    Un' analisi che può interessare anche la grossa problematica dell' Accettazione.

    Quel paziente potrebbe non essere adatto per quel terapeuta e viceversa.

    Vi sono disturbi mentali che non si curano con la psicoterpia come il disturbo egosintonico della pedofilia.

    Quindi vi sono anche pazienti non adatti alla psicoterpia ed il pedofilo ne è solo un esempio (che poi il terapeuta lo prenda comunque in carico è altra questione).


    Willy
    io sono portato a tentare di vedere l'altra faccia della medaglia e a chiedermi: ma non è che non tutti i terapeuti sono adatti a fare terapia a tutti i pazienti?
    Le psicoterapie comprendono al loro interno una vastissima gamma di tecniche, che le diverse scuole e correnti hanno sviluppato per tentare di risolvere i problemi che i azienti portavano. Ma chi applica quelle tecniche sono gli/le psicoterapueti/e. Che sono esseri umani come tutti gli altri. Come i loro pazienti.
    E io mi chiedo, non è possibile pensare che tutti i pazienti sono adatti a fare terapia, ma non tutti i terapeuti possono lavorare con tutti i pazienti?
    Se fosse così, la questione dell'analizzabilità, dei criteri, delle caratteristiche potrebbe agevolmente venire rovesciata. E diventare: ma io, professionista, sono o non sono in grado (dal punto di vista tecnico, cognitivo, emotivo, affettivo) di lavorare con quella persona che mi è venuta a trovare? Io, come terapeuta ho il compito di costruire le migliori condizioni possibili perché il mio lavoro abbia successo. E in questo è compreso anche il dire ad un paziente: "non possiamo lavorare assieme". Ma non tanto perché LUI/LEI non possieda i requisiti necessari, ma perché IO so che non farei un buon lavoro.
    Un caso, che mi potrebbe capitare: poniamo che venga da me una paziente e che mi porti un problema di disturbo d'ansia generalizzato. Da un punto di vista delle tecniche che conosco e padroneggio, non avrei problemi a prenderla in carico. Ma, se questa paziente assomiglia moltissimo alla mia ex-moglie, probabilmente sceglierei di mandarla da qualcun altro/a.

    Rubens
    Concordo, altra faccia della stessa medaglia è quella che hai espresso, nel caso che hai analizzato il terapeuta rifiuta il caso a causa di un conflitto personale.
    Vi possono essere anche altri casi che lo portino a rifiutare, inviare o rimandare un caso.
    Un' epistemologia non adatta al problema, una previa consulenza medico-specialistica per determinare se il problema sia fisiologico ecc. ecc.
    Nel colloquio di Accettazione si dovrebbero valutare questi ed altri parametri proprio per garantire un lavoro eseguito da un professionista.

    Ora vorrei spiegarti/vi l' origine di questo thread, qualcosa di personale visto che tu per primo hai avuto il coraggio di esporti.

    A volte nel mio lavoro di psicologo specializzando mi sembra di non centrare il cuore del problema. Analizzi una serie di parametri e poi ti rendi conto che il paziente è già impostato nei confronti del terapeuta per un cambiamento limitato, minimo, non sensibile.

    Il punto è che non credo sia questione di terapia o terapeuta.
    Mi viene allora in mente un esempio di Freud:
    Se per assurdo due persone identiche avessero due destini diversi, una principessa e l' altra contadina, la seconda considerando lo stile di vita a cui è abituata risolverebbe meglio i propri problemi.

    Da qui l'idea di un lavoro differente: sulla disciplina, sull' impegno, sui valori.

    Che ne pensi, pensate?

    Ciao Willy Ciao a tutti eccetto sunflower...

    (scherzo )

    Rubens
    Ultima modifica di wrubens : 11-08-2005 alle ore 23.02.30
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

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