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Discussione: terapia personale

  1. #61
    Partecipante Super Esperto L'avatar di nicole
    Data registrazione
    05-03-2005
    Messaggi
    552
    Originariamente postato da squirrol
    proprio a grosse linee... l'analisi bioenergetica è un metodo che combina la terapia corporea e quella psicoterapeutica propriamente verbale. Il primo a descrivere quello che oggi noi definiamo il "linguaggio del corpo", fu Wilhelm Reich che iniziò a porre attenzione, per esempio, all'espressione degli occhi e del viso, alla qualità ed al tono della voce, ai vari tipi di tensioni muscolari e così via, insomma, si dedicò all'osservazione del corpo....
    ...In terapia lo scopo principale è ristabilire questo libero fluire dell'energia intervenendo sia a livello fisico che psichico che emozionale.
    Se ho capito bene comunque rimane insieme alla lettura del corpo,anche una parte di terapia verbale.
    per ora grazie,magari leggerò qualcosa anche per sito.
    ciao nicole

  2. #62
    Daidaidaidai
    Ospite non registrato

    Esperienza personale

    Salve a tutti,
    sono uno studente di psicologia clinica e ho intrapreso una terapia ad indirizzo analitico (psicologia dell'Io) della durata di quasi 3 anni. Le motivazioni che mi hanno spinto erano 2 ed entrambe abbastanza forti. La prima è ovviamente quella didattica: per uno studente con delle buone basi di teoria psicoanalitica affrontare l'analisi è davvero interessante. Il secondo motivo era una nevralgia di natura muscolo-tensiva (qui è troppo complicato descrivere il risultato dei refererti medici) che però già trattavo e tenevo sotto controllo sia seguendo il consiglio del medico di fare della ginnastica propedeutica (per via della mia cifosi) che quello di cercare di correggere le posture scorrette. Nonostante gli ottimi miglioramenti che mi permisero di rimettermi a suonare notavo che avevo ancora parecchi mal di testa (cefalee muscolo-tensive che sono un po' un classico dello stress) e non volendo abusare di analgesici (anche perchè il Moment non funziona con la muscolo-tensiva) decisi di cogliere la palla al balzo e di unire l'urgenza del momento ad una formazione di qualità.

    Con la terapeuta non c'è stato molto feeling sin dall'inizio e io non sapendo che fosse un fattore importante (ho letto Rogers solo un mese e mezzo FA!) continuai la terapia devo dire con poche soddisfazioni se non il famoso rafforzamento dell'Io (notevole cmq) che mi ha permesso di rivivere alcune interessanti esperienze di regressione come fenomeni mentali e non come sintomi corporei o eventi spaventosi (anche se lì per lì un po' turbati si rimane Fatevelo raccontare da squirrol che parlava di regressioni ecc...). Il setting era di una seduta alla settimana con pausa estiva di un mese circa verso agosto. Gioie accademiche a parte sul piano umano il setting analitico classico (per chi non lo conosce è: paziente sdraiato sul lettino faccia al muro e analista seduto dietro al capezzale girato di lato) è stato abbastanza brutto come setting e mi ha sempre messo un certo disagio: non so quanti apprezzino parlare ad un muro ma devo ammettere sinceramente che a me non piace.
    Sentivo sempre del disagio a contatto con l'analista ma ci rendevamo entrambi conto che non era riferito alle nostre persone reali... mi ci vollero mesi per capire che la mia relazione terapeutica era incentrata su un transfert negativo (cosa che mi fece aggiungere una stelletta alle mie conoscenze di psicoanalisi) incentrato su mia madre. L'analista continuava a non addentrarsi in questo nucleo ed io aspettavo che fosse lei a muovere il primo passo perchè non volevo sembrare saccente o avventato (molto spesso lo studente di psicologia dinamica è in preda a 'scoperte' su di sè o sugli altri che si rivelano degli specchietti per le allodole e io non ne sono certo stato risparmiato... ).
    Questo tira e molla è stato un po' il leit motiv della nostra relazione terapeutica (per via del transfert negativo e io credo pure per un pizzico di controtransfert) puntellato da momenti di reale e profonda comprensione umana e persino (avventura ! ) un momento (2 settimane) di innamoramento (e qui Freud ballerebbe il valzer per settimane per la contentezza...) oltre ai tentativi della terapeuta di venirmi incontro e cercare di superare assieme le difficoltà imposte da un transfert negativo davvero ingombrante e devo dire che lima oggi lima domani ho mentalizzato sempre più aspetti di questo mio modo di reagire anche se in parte non penso sia mai possibile accettare alcune persone i cui atteggiamenti ci ricordano delle figure difficili della nostra infanzia (genitori, fratelli, nonni, amici del cuore ecc...) (qui mi ricollego con te Squirroll e il tuo rapporto 'difficile' con le persone prepotenti che mi sembra di capire sia qualcosa di speciale rispetto all'antipatia che si attira spontaneamente chi agisce in modo poco rispettoso delle idee e dei sentimenti altrui).
    Vorrei raccontare brevemente la decisione di concludere la relazione terapeutica. A differenza di altri che hanno scritto in questo forum che sono stati dimessi 'a forza' dalla terapia (Itsuki) o altri che sono andati incontro a decesso del terapeuta, trasferimenti, esaurimento delle disponibilità finanziarie (non dimentichiamo che la psicoterapia è anche un costo) è stata interamente mia la decisione di finire la terapia. I motivi erano naturalmente molti ma citerò i principali, sperando che possa gettare luce e interesse sul fatidico momento della fine della terapia su cui molto è stato scritto e si continua a scrivere. Semplicemente ho sentito che la terapia aveva esaurito il suo compito e che ogni altro tentativo terapeutico per quanto ben motivato o scientificamente informato sarebbe stato un 'accanimento terapeutico' se mi passate il termine.
    Credo che il fatto che il paziente senta questo sia già un segnale che quella particolare relazione ha compiuto almeno una fase fondamentale della relazione terapeutica e può crescere oppure arrivare ad una conclusione (che, non dimentichiamolo apre alla vita).
    Dal punto di vista didattico avevo avuto una prova tangibile di che cosa fossero le forze dell'inconscio e il ruolo coercitivo che potevano avere sui nostri comportamenti tramite somatizzazioni o veri e propri 'espropri' mentali e mi riferisco ai meccanismi di difesa.
    Dal punti di vista psicoterapeutico le somatizzazioni erano scomparse (ad es. i mal di testa o di pancia) o comunque molto più rari e in circostanze oggettivamente stressanti per la maggior parte delle persone con background familiari migliori del mio, l'ansia diminuita considerevolmente e stabilmente e la mia capacità di integrare sensazioni, sentimenti e pensiero autonomamente, senza l'ausilio indispensabile dell'analista è cresciuta davvero molto con dei risultati di autoanalisi che ho trovato molto soddisfacenti.
    Dal punto di vista professionale anche se non considero la mia terapia una 'buona' esperienza di terapia la considero cmq, per parlare con le parole di Winnicott una terapia 'sufficientemente buona'.

    Ho incontrato i limiti ma anche le grandezze della professione e serbo un ricordo complessivamente positivo dell'esperienza terapeutica anche se non sono mancati momenti in cui scoppiavo di collera e odio nei confronti della terapeuta (o dei poveri malcapitati che mi dovevano sopportare ) o altri in cui volevo abbandonare la terapia a tutti i costi (credetemi succede anche questo quando si è sotto pressione emotiva per via del materiale inconscio che inizia a smuoversi: provare per credere). La terapeuta ha avuto il difficilissimo compito di vivere con me la relazione difficile e intricata tra me e mia madre (prevalentemente questo è stato il focus) e devo dire che è dopo aver visto lo svilupparsi delle sedute che ho avuto la prova che bisogna essere matti per fare gli psicoterapeuti! lol A parte gli scherzi il pesante carico emotivo di entrambi aggravato da un'alleanza terapeutica non proprio ottimale e da una differenza di temperamento (lei 'calma calma' io più impulsivo) mi ha portato a decidere che ogni ulteriore passo in terapia sarebbe stato un inutile supplizio per entrambi. Affrontare i propri fantasmi senza motivi è una tortura che non raccomanderei... oltre al fatto che ho sentito che una relazione terapeutica di tipo analitico sia un forte impedimento allo sviluppo creativo dell'identità e alla possibilità di cambiare oggettivamente il nostro mondo umano e relazionale (e non solo, come troppo spesso accade solo 'nella nostra mente') lasciando all'indisciplina del paziente il compito di 'correggere' le miopie della teoria. Spesso in analisi ci sono pazienti che si sentono sporchi o colpevoli per via dei traumi del passato o di eventi luttuosi dei quali si sono sentiti illogicamente responsabili (e qui la letteratura analitica sul senso di colpa la fa da padrone). In questo caso si insegna ad accettare ciò che non si può cambiare e si cerca di giungere ad una assoluzione morale (curiosamente simile alla assoluzione ecclesiastica) del paziente. Penso però che spesso divorziare da una compagna/o impossibili, rimandare una gravidanza ad un momento più opportuno per la donna o per la coppia, cambiare amicizie, cambiare posto di lavoro o città, per chi non lavora avere un'esperienza stabile di tipo lavorativo, per altri crearsi degli hobby magari rispolverando la chitarra che imbracciavamo ai tempi dei Beatles o dei Led Zeppelin sia un modo assolutamente onesto di promuovere la crescita personale: io penso sinceramente che non sia necessario essere 'sani' psichicamente (nel senso di perfettamente analizzati) per essere felici ma soprattutto per vivere una vita piena e coinvolgente.
    Infine alcune note sul mio orientamento teorico attuale che forse chiarirà alcune delle affermazioni fatte sopra. Il mio atteggiamento è ora di tipo squisitamente fenomenologico. Non credo all'esistenza della malattia mentale ma credo all'esistenza della sofferenza umana senza tirare in ballo termini come disagio, malattia, disturbo x o y. sono tutti termini che uso nella mia vita di studente ma nei quali non credo più di quanto creda ai giornali o alla televisione. Sono modi di intendere il vasto e complesso panorama datoci dagli altri e andrebbero intesi solo come metodi. Ognuno di noi è un mondo (nel senso neurofenomenologico del termine) e personalmente penso che la vita sia così bella e intensa che valga la pensa perdersi ad esplorare questa assoluta, infinita complessità secondo i propri gusti e talenti piuttosto che 'curare' le persone, impiegando goffamente tecniche che forse non padroneggieremo mai nella nostra vita e che vanno a riscrivere ciò che forse nemmeno pensavano esistesse. Io sono uno scienziato non uno scalpellino della mente. Non mi piace dare consigli o giudizi (cosa che il buon terapeuta non fa mai ma che i molti terapeuti semplicemente umani, con marito disordinato a casa e bambini piagnucoloni, frustrazioni professionali, personali e (diciamolo) talvolta anche sessuali fanno molto spesso), per quanto scientificamente informati (test alla mano!) o dotti (lei sta operando una scissione della sua coscienza che mette in luce gli aspetti difensivi organizzati del suo falso Sè... ecc...). Non mi piace terraformare persone di cui non so e non saprò nulla per il resto della mia vita dicendogli lei ha questo, lei ha quest'altro, lei deve prendere x, fare y oppure peggio ancora lei ha un qi basso/è dislessico/ha una tara mentale ecc...
    Ma soprattutto non mi piace alzarmi la mattina e pensare che secondo molti miei colleghi il mondo è pieno di malati mentali. Secondo me queste persone dovrebbero cercarsi un buon analista

    Vi lascio con questa battuta e spero che il mio intervento improntato al 'naturalismo' terapeutico abbia fornito qualche spunto e - spero - anche qualche critica senza le quali non si cresce.


    Vorrei rispondere ad una domanda che si sente fare spesso con la mia opinione assolutamente personale.

  3. #63
    Partecipante Esperto L'avatar di TheGathering
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    Carissimo!
    Come già ti ho scritto via mp, ho trovato il tuo intervento molto interessante, di facile lettura, divertente, simpatico e non pretenzioso, cosa rara purtroppo..
    Ecco il racconto di un'analisi, con pregi e difetti, dove c'è un vero rapporto tra 2 persone, non solo una relazione terapeutica...
    Dove si ama e si odia, dove si decide di smettere, quando non c'è più niente da dirsi, e dove si ha il diritto di decidere fin dove deve spingersi la conoscenza di sè...
    Sono anch'io dell'idea che analizzarsi troppo a fondo può anche avere un effetto iatrogeno e non ci dovrebbe essere uno standard da applicare a tutti sulla durata della terapia...
    Così mi è sorta una riflessione: ogni tanto non vi sentite come posseduti da uno spirito da crocerossini? Come se il destino di queste persone con problemi fosse nelle vostre mani? O viceversa, per reazione pensate "Ma sì, chi se ne frega, la vita è sua, se anche non vuole chiedere aiuto sono fatti suoi...io non ne voglio sapere"..
    No perchè sarebbe interessante capire anche come si sentono gli psicologi, perchè questo influisce moltissimo poi sull'andamento della relazione terapeutica...
    Lo stato di dipendenza in cui mi trovavo a causa della mia psicologa, che si proponeva come mamma, scatenando in me i sentimenti più oppositivi, può essere un esempio..
    E cosa ci suscitano le persone che ci chiedono aiuto?
    Ha senso iniziare una terapia con un paziente che ci irrita tantissimo?

    A voi la parola...
    Controlling my feelings for too long..
    They make me....
    make me scream your screams...
    (MUSE- "Showbiz")
    Just so you'll be scared of me
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    ("Locked away"- The gathering)

  4. #64
    Daidaidaidai
    Ospite non registrato
    Ciao Elisa,
    ti ho appena risposto al pm e aggiungo un paio di cose qui sul forum perchè credo siano di interesse per diverse persone.
    Circa la posizione su alcune delle tue domande penso che queste si evincano facilmente dal post che ho scritto...
    Dopo questa esperienza di terapia mi sono orientato verso l'approccio fenomenologico di Rogers (per quanto concerne la terapia poi perchè l'approccio fenomenologico è più complesso). Questo approccio sostiene alcuni punti che penso risponderanno alle tue domande aperte con quello che è anche il mio pensiero:
    - nella relazione terapeutica è importantante essere sè stessi in modo naturale: la relazione terapeutica è un modello di relazione umana e non una modalità di relazione per persone con problemi psicologici (spesso con la scusa 'tecnica' di trattare un disordine mentale si sceglie arbitrariamente un approccio impersonale o grottesco che può indurre nei pazienti (che ora chiamo persone o clienti) regressioni grottesche e incompatibili con qualsiasi relazione 'normale' e sana (si vedano gli 'esperimenti' terapeutici del primo Winnicott nella terapia degli adulti).
    Questo che ho detto comporta un paio di comma:
    comma 1: essendo io uno psicologo (ancora da farsi ) non mi piace pensare che nel mio mestiere inganno o brutalizzo le persone... nemmeno se è per il 'loro bene'. Mi piacebbe essere uno psicologo sincero che ha un moto di paura se un paziente gli confessa di avere l'HIV oppure che si sente a disagio con una persona pedante che crede di sapere più di tutti e più di me (il che può anche essere vero! Ma che noia! ) Dubito che le persone non si accorgano se l'amore o l'attenzione che viene loro elargita sia genuina oppure no e così mi piace esprimermi in maniera trasparente senza voler comunicare un'immagine troppo autoritaria (che non mi appartiene) nè una troppo naif da 'ragazzo della porta accanto'. Non sono nessuna di queste due cose soltanto.
    comma 2: per Rogers sentirsi realmente accettati per quello che si è, è il motore del cambiamento spontaneo del soggetto. Io non riuscirei ad accettare delle manifestazioni che ritengo insopportabili o addirittura in alcuni casi immorali, e voi? Non penso che ci riuscirei nemmeno se fossi 'bene analizzato' e a dire la sincera verità, non penso che ci riesca nemmeno la maggior parte dei terapeuti.

    La mia risposta dunque è no è sconsigliabile cercare di fare i terapeuti vincenti quando non si è in grado (per temperamento, per orientamento cultural-filosofico, per ceto sociale ecc..) a sostenere ed accettare un paziente che ci 'urta' psichicamente in tutto quello che fa.

    Lascio la parola agli altri visitatori

    Complimenti per il post stimolante a Wrubens e TheGathering!

  5. #65
    Partecipante Esperto L'avatar di TheGathering
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    26-04-2005
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    487
    Grazi daix4
    Mi spiace che nella mia università non si parli molto di tematiche psicodinamiche, terapeutiche e altro, in quanto il Preside è un medico e l'orientamento è più che altro neuropsicologico..
    Quindi ogni cosa che leggo in più qui mi è di grande aiuto, anche perchè il tempo x leggere altri libri è veramente poco (ho preso Gioco e realtà di Winnicott in biblioteca e non l'ho ancora iniziato.. )..
    Questo approccio di Rogers mi interessa, se non fosse che nel mio ultimo esame ho studiato che gli umanisti rigettano la diagnosi e qui mi trovo in disaccordo in quanto sono fondamentalmente orientata a un approccio clinico diagnostico e questo mal si sposa con le teorie di Rogers...
    Che mi dite?
    Io confusa.....
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  6. #66
    Daidaidaidai
    Ospite non registrato
    Anche io ero della tua stessa opnione Thegathering ma le mie idee sono cambiate radicalmente quando ho capito perchè la diagnosi non è necessaria e questo lo si ottiene solo leggendo e comprendendo il pensiero di Rogers. A me... di rigido approccio clinico e nosografico (ero un sostenitore del sistema DSM!) mi ha cambiato la vita e mi ha portato a ripensare a molti punti del pensiero clinico e a trovarmi sostanzialmente d'accordo con Rogers. L'approccio fenomenologico è davvero una voce fuori dal coro nel mondo della psicoterapia contemporanea e se dovessi proseguire nel percorso clinico sarà sicuramente il mio approccio alle difficoltà delle persone. Se vuoi farti un'idea c'è un testo della Giunti-Martinelli (tutto rosso della collana Psycho) che è un collage di alcuni scritti di rogers sulla psicoterapia (ad esempio sulla sperimentazione che egli ha spesso incoraggiato e fatto...) proposti in un edizione esclusiva per l'italia e il nome è 'la terapia incentrata sul cliente'. E' un bel malloppone ma ti basteranno le prime 100 pagine per inquadrare il pensiero di rogers e giudicare liberamente se ti piace oppure no.
    A presto,

  7. #67
    Partecipante Esperto L'avatar di TheGathering
    Data registrazione
    26-04-2005
    Residenza
    Milano
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    487
    Ti ringrazio! :*
    Appena a vrò tempo vedrò se riuscirò a leggere qualcosa..
    Ora sono in fase di propaganda elettorale x ste cavolo di elezioni dei rappresentanti, dove sono candidata x il CdF..che sbatti!
    Male che vada approfondirò più avanti, quando dovrò scegliere che scuola fare...
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  8. #68
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    17-04-2003
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    492
    MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEGLI PSICOLOGI
    davanti alle sedi delle più alte autorità istituzionali
    a Roma il 10 Dicembre 2005 - ore 11 a Piazza SS. Apostoli!



    http://www.altrapsicologia.it/manife...ne/default.asp

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  9. #69
    squirrel
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da TheGathering
    Grazi daix4
    Mi spiace che nella mia università non si parli molto di tematiche psicodinamiche, terapeutiche e altro, in quanto il Preside è un medico e l'orientamento è più che altro neuropsicologico..
    Quindi ogni cosa che leggo in più qui mi è di grande aiuto, anche perchè il tempo x leggere altri libri è veramente poco (ho preso Gioco e realtà di Winnicott in biblioteca e non l'ho ancora iniziato.. )..
    Questo approccio di Rogers mi interessa, se non fosse che nel mio ultimo esame ho studiato che gli umanisti rigettano la diagnosi e qui mi trovo in disaccordo in quanto sono fondamentalmente orientata a un approccio clinico diagnostico e questo mal si sposa con le teorie di Rogers...
    Che mi dite?
    Io confusa.....
    Ciao TheGathering,
    tranquillizzati: io sono rogersiana ma non rigetto la diagnosi... e come me anche tanti miei colleghi con la mia stessa formazione...
    Rogers, dopo tanti anni di consolidata esperienza e formazione, se lo poteva permettere ma non tutti siamo Carl Rogers...!

  10. #70
    Daidaidaidai
    Ospite non registrato
    eheheh...

  11. #71
    squirrel
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Daidaidaidai
    eheheh...
    Ciao Daidaidaidai,
    ho letto con interesse i tuoi interventi e mi trovo d'accordo con te su molti punti: è importante essere autentici in una qualsiasi relazione ma, ancora di più, secondo me, in una relazione di aiuto come quella psicoterapeutica ed inoltre noi abbiamo dei limiti come persone e come professionisti, che dobbiamo, onestamente, riconoscere ed accettare ed anche il nostro approccio li ha, come ho avuto modo di sottolineare più volte e non mi stancherò di ripeterlo... è inutile cercare di psicoanalizzare un paziente per 10-15 anni alla ricerca del perchè, tanto per fare un esempio, abbia la fobia dei topi o dei serpenti e quel poveraccio, nel frattempo (sigh!) si tiene la fobia per poi arrivare finalmente a sapere, alla fine, perchè la ha, ma a tenersela ugualmente, quando con un approccio di tipo cognitivo-comportamentale i sintomi fobici potrebbero sparire in circa un anno e senza più ricomparire...
    Rogers parla di congruenza e si riferisce al fatto che un terapeuta debba dire quel che sente e che pensa così come lo sente e lo pensa, sempre nel rispetto dell'altro e dei suoi problemi e difficoltà, beninteso, in questo modo conduce il paziente a fare altrettanto e lo aiuta a divenire più autentico. Con certi pazienti, poi, che magari hanno caratteristiche di personalità più simili alle nostre, noi funzioniamo meglio che con altri ed anche i pazienti, viceversa, funzionano meglio con noi che con altri terapeuti con caratteristiche dissimili o magari agli antipodi.
    Se mi rendo conto che, con un determinato paziente, non può andare, molto onestamente e molto francamente, glielo comunico indicandogli magari un tipo di approccio od un collega che faccia maggiormente al suo caso.
    C'è una differenza tra il capire determinati atteggiamenti e l'accettarli, il terapeuta dovrebbe, ed uso intenzionalmente il condizionale, capire il paziente che ha di fronte, è questo il suo compito, ma non può accettare tutto! Quando Rogers parla di accettazione positiva e non condizionata intende riferirsi ad un atteggiamento non-giudicante da parte del terapeuta, il giudizio, con relativa assoluzione o condanna, spetta al giudice, non allo psicologo e, tanto meno, allo psicoterapeuta... faccio un esempio: io posso capire cosa possa aver condotto un paziente ad uccidere un'altra persona ed empatizzare con la sua eventuale rabbia, frustrazione o quant'altro ma non posso accettare l'omicidio in sè nè giustificarlo e non do dell'assassino al paziente ma entro in contatto con il suo dramma umano. L'accettare la rabbia, il dolore, la disperazione, la frustrazione, ecc. ecc. di un paziente conduce il paziente ad accettare queste emozioni, a farle proprie ed ad elaborarle. Adesso mi piacerebbe sentire cosa ne pensi tu...

  12. #72
    Matricola L'avatar di WendyPan
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    16
    Ciao a tutti, io sono iscritta al 1 anno di una Scuola ad indirizzo psicodinamico a Roma ma abitando in provincia il viaggio mi richiede sempre parecchio tempo, per cui sto cercando di trovare una psicoterapeuta che abbia una formazione psicodinamica che abiti in zona Castelli Romani, se qualcuno di voi mi potesse fornire un nominativo ve ne sarei grata, contattatemi tramite messaggio privato Grazie. PS: Deve essere donna, avere alcuni anni di esperienza, e la sua formazione deve essere esclusivamente ad orientamento psicodinamico, non però psicoanalitico ortodosso, e la devo trovare per gennaio 2006.

  13. #73
    Daidaidaidai
    Ospite non registrato
    sono molto d'accordo Squirrol... in un altro post dicevo che la psicoanalisi ha anche un'etica della terapia che consiste nell'idea positivista della ragione che trionfa sull'irrazionale: di fronte ad una cosa inspiegabile come la fobia il paziente deve affrontarla e alla fine trovarne una spiegazione logica. Al di là del clima ottocentesco e quasi romantico che si respira in questa descrizione è evidente che essa gettava le radici in un quadro culturale e non in un riferimento scientifico. Oggi sempre maggiori evidenze ci fanno pensare ad un funzionamento integrato degli aspetti cognitivi ed emotivi come tral'altro psicologi della personalità e studiosi del ritardo cognitivo avevano già compreso (è tipico il caso del bambino che non si sviluppa sul piano cognitivo a causa di un trauma che non è in grado di elaborare o viceversa dell'iperstimolazione cognitiva di un bambino traumatizzato il quale diventa molto intelligente ma anche molto cerebrale). Passato l'ottocento e la validità scientifica di questo atteggiamento io penso che il punto fondamentale è questo: la psicoterapia deve guarire quello che è sbagliato oppure deve promuovere ciò che è giusto? Gli approcci fenomenogici si basano su un tipo di rinforzo (se mi concedi il termine che mutuo da Skinner) di tipo positivo accettando la persona così com'è e lasciando che i momenti bui o regressivi del paziente siano sporadici e causati da esperienze esterne alla terapia: di per sè la terapia è incentrata su emozioni positive quali la fiducia, una sana indipendenza e resposabilizzazione, la fiducia nella capacità interna della persona di giudicare moralmente ciò che ha fatto ecc...
    Viceversa l'approccio psicodinamico premia le situazioni conflittuali sotto forma di condizionamento aversivo: la persona rimane bloccata in terapia per anni concentrandosi sugli aspetti non funzionali della sua personalità. Il paziente non cerca di stare bene ma di stare 'meglio'. Poichè anche gli analisti seguono questo tipo di training essi si convincono ad es. che siamo tutti malati, che la società intera sia malata e che la terapia al limite ci rende 'accettabili' o che pur non potendo rimuovere la fobia 'almeno' ora abbiamo libertà di scelta...
    Trattandosi di condizionamento aversivo le persone non hanno mai scelta. Posso solo scegliere tra una compulsione o l'altra ma dimenticano che i meccanismi aversivi sono costruiti a mio parere per evitare l'impatto di tutte quelle situazioni che l'organismo rifiuta o considera periferiche rispetto alla sua direttrice esistenziale (la self-actualizing tendency).
    La malattia in questi casi non è la nevrosi ma questo atteggiamento basato sulla persistenza di emozioni negative che rimangono nella relazione con l'analista (che guardacaso spesso è odiato o attaccato ma chissà come mai) che spesso rispecchia l'impossibilità di sottrarsi delle persona ad ambienti ostili. Invece di trovare la strada per stare bene la persona 'si adatta' con una parola che mi dai l'idea del pongo indurito cacciato a forza in una formina per bambini. Si pensi a questo proposito dell'idea di Freud secondo cui tutti le persone che conosceva erano 'mascalzoni'... (termine un po' retrò)
    In altre parole: i fenomeno psicodinamici si osservano solo se la persona è dominata da emozioni negative. Il problema non sono i sintomi ma le emozioni negative x sè. Io penso che l'approccio fenomenologico proponendo una relazione vera tra persone vere promuova il manifestarsi spontaneo di profonde sensazioni positive dovute al fatto che a mio parere come esseri umani il nostro SNC riconosce perfettamente le intenzioni dell'altro. Chi non si accenderebbe di gioia nel sapersi importante per un altro, nel sapere che qualcuno ti vuole veramente bene x come si è? Secondo me questa abilità è innata ed universale e la persona comune non differisce in nulla dallo psicologo anzi... a volte le teorie possono essere un valido rifugio dalle emozioni negative che ci suscita l'altra persona. Rogers scrive ad esempio che il ricorso alla 'professionalità' è usato come modo per mettere le distanze... è noto lo psichiatra che prescrive più farmaci possibile al paziente che sopporta di meno.
    ... ogni qualvolta riconosco l'instaurarsi un un meccanismo di difesa mi rendo conto che sto provando una qualche emozione negativa ed ora uso il knowhow psicoanalitico per sapere cosa NON devo fare, in modo speculare a quanto farebbe un analista.
    Possiamo barare sui nostri sentimenti ma l'altro (il partner, il genitore o il paziente che io ho preso a chiamare cliente...) lo sa benissimo. Più che altro il disagio nasce dal relazionarsi con persone false che sorridono se sono tristi che piangono quando sono arrabbiate si mostrano deboli quando in realtà sono crudeli e si mostrano crudeli quando in realtà si sentono piccoli e meschini. A mio parere se gli altri non confermano la nostra realtà interiore rispondendo sinceramente alle nostre emozioni non riusciamo a capire se ciò che proviamo e sentiamo con l'altro è reale o meno... e quanto è brutto vivere nelle realtà stereotipate della cultura senza aver la possibilità di
    essere ascoltato e confermato nelle nostre sensazioni e percezioni più intime.

    Fammi sapere che ne pensi

    Fabrizio

  14. #74
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Originariamente postato da squirrol
    è inutile cercare di psicoanalizzare un paziente per 10-15 anni alla ricerca del perchè, tanto per fare un esempio, abbia la fobia dei topi o dei serpenti e quel poveraccio, nel frattempo (sigh!) si tiene la fobia per poi arrivare finalmente a sapere, alla fine, perchè la ha, ma a tenersela ugualmente, quando con un approccio di tipo cognitivo-comportamentale i sintomi fobici potrebbero sparire in circa un anno e senza più ricomparire...
    Scusate, ma questa è proprio "cattiva" informazione, io resto sempre più basito nel leggere questo forum, ma davvero credete che l'obiettivo di 1 analisi sia quello di eliminare 1 fobia? Boh!
    Ultima modifica di ikaro78 : 12-12-2005 alle ore 16.52.27

  15. #75
    Sigismonda
    Ospite non registrato
    ... aggiungo, e soprattutto veramente credete che non ci riesca? Boh! Boh!

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