Comunque, ammetto di essere molto duro. Per darvi un'idea del perchè dico questo, vi invito tutti a vedere il video online, in italiano, del Tribunale Foucault: http://www.foucault.de/ft_video_stream.htm
Ed ecco la condizione di alcuni vecchi manicomi in Italia nel '93, raccontati da Roberto Cestari. Potete trovare queste parole sull'e-book "L'inganno psichiatrico"(cap.Manicomi,lager e psichiatria), a questo indirizzo: http://ebooks-planet.com/italiano/antipsichiatria.htm
Sono le 6,30 del mattino, fa freddo: è il 22 feb_braio 1993. Ci presentiamo all'uscita del mani_comio di Siracusa: uno di noi estrae un tesseri_no del Parlamento Italiano: «Sono Edo Ronchi, Deputato alla Camera... ho potere ispettivo, do_vete farci entrare...».
È la prima di una serie di visite a sorpresa, or_ganizzate dal Comitato dei Cittadini per i Diritti dell'Uomo (CCDU).
Andiamo verso i padiglioni... entriamo e quello che ci troviamo davanti è qualcosa che nessuno di noi dimenticherà mai più. Subito veniamo av_volti da un tanfo di escrementi nauseabondo, penetrante, insopportabile.
Gli stessi escrementi sono disseminati ovun_que.
I pazienti, ma sarebbe meglio dire gli internati, di notte sono rinchiusi in orribili cellette a due posti; lo sporco, la puzza e il degrado sono im_pressionanti.
I muri sono diroccati, scrostati, coperti di muf_fa, i serramenti (vetri e finestre) rotti...
Le uniche cose che funzionano sono i cate_nacci che chiudono le porte; anche le inferriate alle finestre sono in piena efficienza.
A quell'ora del mattino gli internati vengono fatti uscire dalle celle e rinchiusi in un grande stanzone dove ci sono alcune sedie e due fine_stre con le sbarre.
L'On. Ronchi chiede che la stanza venga aperta e i reclusi si precipitano fuori a valanga. Non per cercare di scappare, né, come spesso si vuol far credere, di aggredire qualcuno. Sono gentili, sorridono, chiedono sigarette, qualche spicciolo, caramelle. Capiscono benissimo che le persone che vedono arrivano da fuori, da quel mondo che è stato loro negato, e che possono avere quello che loro non hanno.
Proseguiamo nell'ispezione e vediamo meglio queste celle dove passano la notte: i materassi, privi di cerate, sono intrisi di escrementi. Non vi è alcuna forma di arredo. Nelle stanzette solo i letti, nelle sale comuni tavoli sedie e qualche panca. Chi vive lì non ha oggetti personali; chi li ha (pochissimi), non ha posto dove metterli.
Dai bagni luridi, semidiroccati e senza porte, coi pavimenti allagati di acqua, urina e feci, alle docce che solo a vederle si esita ad entrare, te_mendo per la propria salute, la visita prosegue verso gli altri padiglioni, nessuno escluso, sia maschili che femminili.
Qualcuno sta male; una giornalista deve usci_re a prendere un po' d'aria: il tanfo di escremen_ti colpisce lo stomaco.
Nei bagni di uno dei reparti femminili chiamo l'On. Ronchi, per mostrargli l'estremo degrado di quell'ambiente. Dal fondo del corridoio Ronchi risponde: «No, basta; ne ho visto abbastanza». Il suo volto è pallido, anche lui ha lo stomaco sot_tosopra.
Nel pomeriggio della stessa giornata, visitia_mo il manicomio di Messina. In un reparto ma_schile c'è uno stanzone pieno di gente, dove gli infermieri spalano letteralmente escrementi da terra, a mucchi. Decine di internati urlano e si agitano, sporchi, scalzi e seminudi; uno è legato a una panca.
Quando mi affaccio alla porta di quello stan_zone, nonostante la mia abitudine di medico a vedere anche cose orrende, ho un breve attimo di smarrimento: l'unica cosa che mi viene subito in mente è un girone dell'inferno di Dante.
Quando usciamo mi accorgo che l'odore, quel lezzo insopportabile, c'è ancora, come se ci ac_compagnasse. Ci annusiamo: i nostri vestiti ne sono rimasti impregnati; dobbiamo cambiarci e mandare tutto in lavanderia.
Nei mesi successivi, di visite a sorpresa ne facciamo molte altre.
Ogni volta portiamo con noi una troupe televi_siva: vogliamo che tutta la nazione si renda con_to di questo scempio.
Alle visite partecipa poi anche il Senatore Franco Greco, che guida la delegazione a Tra_pani, Napoli e Nocera Inferiore.
Dopo i blitz di Siracusa e Messina, seguono infatti quelli di Rieti, Napoli (manicomio "II Frullo_ne"), Trapani, Girifalco (CZ), Aversa, Cogoleto (GE), ancora a Napoli (manicomio "Leonardo Bianchi"), Nocera Inferiore e infine Sassari.
Le condizioni che troviamo sono simili a quel_le dei primi due posti visitati: ovunque vi sono immagini che colpiscono duramente. II degrado, la sporcizia, l'umanità negata, fanno sorgere spontanea una rabbia, un desiderio di giustizia per tutte quelle persone i cui diritti umani sono così pesantemente violati.
Ogni volta presento una denuncia alla Procu_ra della Repubblica di competenza territoriale. Durante le visite i parlamentari, i giornalisti, gli altri rappresentanti del CCDU ed io parliamo con gli internati, e vengono alla luce storie dramma_tiche.
Una donna è rinchiusa da quaranta anni per_ché aveva avuto una storia d'amore con un ra_gazzo di una famiglia importante; lei era povera e sola, così, per evitare quel matrimonio sconve_niente, venne fatta rinchiudere nel manicomio. È molto gentile, parla tranquillamente, aiuta le in_fermiere a pulire. In quaranta anni nessuno psi_chiatra l'ha mai dimessa: l'hanno tenuta lì, ed è lì ancora oggi.
Molti sono quelli ricoverati da bambini, a due, tre, quattro anni di età. Non hanno imparato nemmeno a leggere o scrivere, sono cresciuti lì, nel manicomio. Non sanno come è la vita al di fuori. La loro vita intera è stata stroncata, nega_ta.
A Trapani, sulle cartelle cliniche degli internati ci sono le loro foto, fatte all'atto dell'entrata. Mentre sto osservando la fotografia di una bam_bina di otto anni, una donna quarantenne passa dietro di me: «Sono io, io... io quella!» grida la donna, riconosciutasi nella foto.
Un altro internato, come se fosse in carcere, ci dice «... sono qui da venti anni, due mesi e do_dici giorni...». Controlliamo le date con il Senato_re Greco, sulla cartella clinica: sono esatte.
A Cogoleto (il paese dove è nato Cristoforo Colombo), incontriamo un vecchietto che ci fer_ma, ci chiede chi siamo e perché siamo li. Quando riceve risposta, ci chiede allora perché lo tengono ancora lì. In breve si scopre che egli è proprietario di una bella casa con vista sul mare, ha una cospicua pensione e oltre due_centocinquantamilioni di lire in banca.
Non ha nessun grave handicap, non è "furio_so", potrebbe prendersi una donna che lo assi_ste e stare a casa sua...
A Napoli, il Senatore Greco fa amicizia con un ex giornalista, rinchiuso lì da venti anni. Ora po_trebbe andarsene, ma non ha posto dove vivere, né lavoro. II Senatore Greco lo invita a casa sua. II degente accetta solo dopo molte insistenze e per un periodo limitato di tempo, una vacanza dice: non vuole disturbare.
II Senatore Greco, intervistato, commenta: «Queste (i manicomi) sono le strutture del pec_cato sociale».
A Sassari c'è un uomo di quaranta anni che è li rinchiuso in una stanza da quando era bambi_no: si chiama Ignazio. Ogni tanto qualche infer_miere lo fa camminare un po' il resto del tempo lo passa a scrostare con le unghie il muro della sua "prigione".
La sporcizia e il degrado che troviamo non sono le cose più gravi. Lì gli psichiatri hanno praticato sistematicamente la distruzione di ogni uomo o donna che aveva la sventura di esserci rinchiuso. Oggi rimangono i superstiti, spesso comunque irreparabilmente distrutti da decenni di violenze, "terapie" e internamento.
Così si spiega anche il perché quei "pazienti" non protestano, nonostante le condizioni in cui li fanno vivere.
Eppure sarebbe la cosa più logica, ognuno di noi lo farebbe. Vivere tra i propri escrementi, in ambienti malsani e dal tanfo nauseabondo, spesso mangiando cibo schifoso: è normale che scatti la ribellione.
Ma qui no: nessun gesto, nessuna parola. II manicomio, le terapie psichiatriche, hanno fatto il loro dovere, anche e persino su chi non aveva nessun motivo per essere lì.
Quella gente è stata uccisa dentro: questo è il vero crimine. I muri scrostati, le finestre rotte, i materassi marci, sono solo la punta di un ice_berg di sofferenza che trova radici molto più profonde e lontane.
Ci sono oggi circa 26.000 persone rinchiuse nei quasi cento manicomi italiani.
Qualcuno ha detto in passato che la legge 180 aveva svuotato i manicomi e "messo la gen_te per la strada".
Rispondo: magari fosse stato così! Nella stra_da, anche come barboni, sarebbero stati meglio! In verità quasi nessuno è uscito vivo dai mani_comi.
Solo quelli che avevano i parenti che li accet_tavano in casa o che erano ricchi (alcune deci_ne in tutta la nazione) hanno potuto, in pratica, andarsene. Dei più di centomila rinchiusi nei manicomi prima della approvazione della 180, oggi ne restano 26.000, circa 4.000 sono forse quelli che sono riusciti a "scappare", tutti gli altri sono morti durante questi anni, dentro i manico_mi stessi...
Per quelli che restano ci sono 26.000 storie di atroci sofferenze, che non sono ancora cessate. Dozzine di elettroshock ne hanno distrutto il cer_vello e la memoria; le percosse, le camicie di forza, le torture fisiche e psichiche vissute per decenni sono qualcosa che lascia un segno profondo.
Durante le visite ci sono anche i momenti drammatici. A Girifalco e ad Aversa, nonostante il potere ispettivo proprio dei parlamentari, gli psichiatri non vogliono far entrare nessuno.
Un ispettore dei personale a Girifalco vuole vedere i nostri documenti. Glieli mostriamo, ma lui rifiuta di dire il suo nome, aggredisce il came_raman, spintona fuori anche l'On. Ronchi e ci chiude la porta in faccia. Dobbiamo chiamare i carabinieri; nella mia denuncia (fatta dopo la vi_sita), l'episodio viene descritto con precisione.
Con l'arrivo dei Direttore e delle forze dell'or_dine, entriamo.
A Napoli, al manicomio Leonardo Bianchi, due primari psichiatri cercano di impedire la visita: il Dr. lervolino aggredisce il cameraman; l'altro primario ci dice che non possiamo andare a vi_sitare il piano superiore dei suo reparto, dove i malati dormono: è pericolante.
Lo chiamo e gli faccio vedere che sopra c'è della gente (si vedono alcuni internati attraverso le sbarre e le scale): se ci stanno loro, ci possia_mo andare anche noi. II primario non è d'accor_do e non ci vuole aprire la porta. Si mette a gri_dare, poi in un eccesso di ira, fugge, esce dal reparto e chiude a chiave dietro di sé, imprigio_nandoci all'interno.
Con noi ha chiuso anche il suo Direttore e due infermieri. Uno di questi ultimi riesce a trovare una seconda chiave; nel frattempo col telefono cellulare, chiamo i carabinieri: chi ha detto che i telefonini sono inutili?
Così, proseguiamo nella visita.
In vari manicomi e in diversi reparti ci hanno detto «state attenti, qui c'è gente pericolosissi_ma...» oppure «se entrate qui non ci assumiamo nessuna responsabilità per la vostra salute...».
La violenza dei cosiddetti malati di mente è un'invenzione degli psichiatri utilizzata per giu_stificare la reclusione, le catene, la camicia di forza... Abbiamo incontrato migliaia di ricoverati: gli unici pericolosi, e che ci hanno aggredito, sono stati due psichiatri.
Lo scandalo nei manicomi è un argomento di attualità; ma per chi conosce la storia è una at_tualità che dura da 170 anni, cioè da quando i manicomi italiani hanno iniziato ad esistere.
È quasi divertente leggere le cronache dei 1820, 1823, 1860, 1901... relative agli scandali manicomiali: descrivono sempre le stesse cose, la stessa sporcizia, il personale scarso, le stes_se condizioni inumane... poco è cambiato in tut_to questo tempo.
ecc... ecc...







. 
