Il problema non è che la scuola di specializzazione costi troppo, è che non vale niente.
Se investi 16000 euro in borsa hai meno possibilità di buttarli via.
Il problema non è che la scuola di specializzazione costi troppo, è che non vale niente.
Se investi 16000 euro in borsa hai meno possibilità di buttarli via.
tra un anno circa dovrei laurearmi poi dovrò fare 6 mesi di tirocinio e l'esame di stato!vedo ancora lunga la strada davanti a me nonostante i 4 anni alle spalle...non so se riuscirò a iscrivermi a una scuola di specializzazione,tutto dipende dalla fortuna che avrò nel trovare un buon lavoro in questi (diciamo) 2 anni...e mentre mi scervello per capire come fare a pagare una retta del genere e magari farmi una famiglia mi chiedo se è indispensabile frequantare la scuola di specializzazione per avere un buon lavoro da psicologo!?!qualcuno mi dica di no...
Intervengo un attimo anche io ( che non sono psicologo... ) in questa discussione per segnalarvi come la vostra situazione sia comune a tutte le altre branche professionali, medicina in primis...
Questo è il risultato di un quindicennio di dura svolta POLITICA nel nostro Paese: usando un termine un po' sfruttato, ma efficace, si può dire che in Italia si sia bloccato "l'ascensore sociale": ovverosia il figlio dell'operaio /impiegato può solo sperare di fare ( se gli va bene... ) l'operaio-impiegato, non ha EFFETTIVA speranza di accedere ad una vita professionale, economica e sociale migliore, a prendere, cioè, l'ascensore sociale in salita.
Nello stesso tempo, il figlio del ricco professionista è pressocchè sicuro che farà anche lui il professionista, indipendentemente dalle sue effettive qualità ( non prenderà cioè mai l'ascensore sociale in discesa... ).
Prima non era così, io me la sono cavata per il rotto della cuffia, essendomi laureato prima dell'inizio dell'infausto quindicennio ancora in corso: altrimenti, non essendo figlio di un professionista, non sarei, probabilmente, mai riuscito ad esercitare.
E' triste, tristissimo, ma questo ha voluto e vuole ancora il popolo italiano ( anche se, spesso, non se ne rende neanche conto...)
Ultima modifica di doctor2009 : 01-08-2009 alle ore 12.58.43
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PRESIDENTE DEL CLUB DEL GIALLO!
Veramente a me sembra che in una certa misura stia avvenendo il fenomeno contrario, con tutte le implicazioni del caso, compresa la confusione che regna sovrana nelle scelte formative e, di conseguenza, nelle professioni. Negli ultimi due decenni si è infatti rafforzata la tendenza a frequentare i licei, con il conseguente abbandono degli ottimi istituti tecnici e professionali da cui uscivano specialisti preparati e capaci. Per non parlare delle università, presso le quali l'affluenza è aumentata enormemente. In sè e per sè niente di male, se non fosse che la qualità della formazione è fortemente scaduta e che non c'è stata alcun orientamento lavorativo serio, in modo da regolamentare il fabbisogno delle nuove generazioni da parte del mondo del lavoro. Ci siamo trovati così, per fare l'esempio della psicologia, ad avere i famosi 70.000 psicologi, pari ad un terzo del totale europeo... Un'assurdità, se ci pensiamo.
Purtroppo questa è la situazione e speriamo che il mercato del lavoro vi ponga rimedio quanto prima, dal momento che le istituzioni sono impossibilitate a governare quest'anomalia e possono solo sperare di metterci qualche pezza efficace.
Il vero paradosso, a mio parere, non è costituito dai soliti discorsi sul "privilegio", sui "figli degli operai" e così via, quanto dal fatto che è quasi scomparsa l'idea che quanto più una professione è specifica, tanto più implica approfondimenti, prolungamenti di formazione, costi, sacrifici. Sembra prevalere una visione di "diritto" anzichè di "acquisizione", e, di conseguenza, di "recriminazione e sfogo", anzichè di "assunzione della situazione e risoluzione della situazione". Con il rischio di rimanere eternamente scontenti e delusi... Non è un caso che qualcuno parli di passaggio da Edipo a Narciso.
Saluti
gieko
Trovo molto pertinenti le vostre analisi. Propongo però come chiave di lettura il fatto che la formazione universitaria sia gestita a tutti gli effetti come una merce da vendere.
Gli iscritti all'università come diceva qualcuno non ingrossano le percentuali di disoccupazione e creano un enorme indotto (libri, affitti, tasse di iscrizione...).
E' una forma di economia cannibalica e suicida in cui enormi risorse sono impiegate inutilmente formando persone che non faranno mai il lavoro per cui sono stati formati.
Devo anzitutto ribadire la premessa che il mio discorso era riferito, genericamente, alla situazione delle professioni intellettuali in Italia e non specificatamente a quello della Psicologia che, debbo riconoscere, conosco solo superficialmente... Se non per il fatto che ritengo abbia subito il contraccolpo della generalizzazione del numero chiuso a Medicina che ha dirottato sulla vostra, come su altre Facoltà "affini", il peso della pletora professionale che fino a due decenni fa affliggeva la classe medica....
In generale io non sono AFFATTO contrario ad una selezione rigorosa e ad una severità e difficoltà del corso degli studi Universitari, anzi...
Credo che una Università "facile" che distribuisca indiscriminatamente dei pezzi di carta a tutti sia PROPRIO una dei fattori di più ingiusta discriminazione a sfavore dei meno abbienti e, in generale, dei meno "protetti"...
E' ovvio, infatti, che, nel vostro caso, se ci sono in Italia un terzo degli psicologi europei, questo significa che a fare VERAMENTE il lavoro dello psicologo sarà SOLO chi ha già le spalle coperte, chi ha lo studio di un padre, zio, amico che lo possa facilmente introdurre nella professione, mentre tutti gli altri, con un enorme spreco di risorse ( come giustamente sottolinea cristoforo 78 ), non faranno mai il lavoro per cui sono stati preparati in tanti anni.
Il punto, però, è: sulla base di quali criteri si realizza la selezione? Come si stabilisce se uno psicologo ( cerco di parlare della vostra professione, ma è un discorso valido per tutti... ) ha o meno diritto di proseguire gli studi e specializzarsi?
In teoria l'unico criterio dovrebbe essere il merito: ma nel momento in cui, in pratica, per fare questi corsi il neolaureato deve avere disponibilità di tempo e di molti soldi, allora INEVITABILMENTE si sostituisce al criterio del merito quello del censo: e di nuovo siamo al discorso che avevo fatto io nel mio primo intervento...
E allora: va benissimo la severità, va benissimo la lunghezza e l'impegno del percorso di studi, ma deve essere data la possibilità a chi, pur meritando, non ha i soldi per poter andare avanti nel percorso di studi, di poterlo fare ugualmente: con aiuti, agevolazioni, borse di studio, espansione delle case dello studente... Tutte cose ASSOLUTAMENTE impossibili in un panorama che vede i bilanci delle università pubbliche ridotti al lumicino dai recenti tagli che rendono difficile la stessa sopravvivenza di un minimo di didattica seria, figuriamoci la possibilità di dare aiuti agli studenti meritevoli e senza mezzi economici. Tutte cose che, a mio parere, rientrano nel preciso disegno di chi vuole un progressivo deperimento, anzi disfacimento del sistema educativo pubblico.
P.S. Vista la facilità con cui hai liquidato il mio accenno alla questione del blocco dell'ascensore sociale, ti vorrei precisare che non si tratta di una mia personale elucubrazione più o meno azzardata, ma di una problematica da anni all'attenzione di sociologi, esperti e forze politiche che su questo si stanno da tempo confrontando.
Ti segnalo in particolare questo splendido filmato YouTube - L'ascensore sociale si è bloccato che racconta molto bene cosa significa "ascensore sociale bloccato".
Ma ti basta scrivere "ascensore sociale" su google per trovare decine di migliaia di articoli e ricerche ( il Censis ha studiato più volte il problema... ) sull'argomento.
Giusto così, perchè non si pensi che mi sono inventato la questione...![]()
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PRESIDENTE DEL CLUB DEL GIALLO!
Se entriamo nello specifico della psicologia e soprattutto della psicoterapia, va notato che "i figli di" sono ben pochi in questa professione, che per sua ovvia natura, richiede capacità professionali e personali difficilmente compatibili con le facilitazioni di cui parli.
Non nego che il censo non sia un fattore facilitante, ma ho l'impressione che in questa discussione venga visto come l'unico elemento determinante nella professione e questo non corrisponde alla realtà. Ritengo poi che, chi ha veramente "meriti", ovvero capacità riesca a trovare delle strade per poter produrre di più ed immettersi in un circolo virtuoso economico e formativo. Più che al censo, la possibilità di ascesa sociale è legata a caratteristiche personali.
A quanto mi risulta delle agevolazioni per i più meritevoli sono presenti. La questione è, a mio parere un'altra: siamo sicuri che ci siano così tanti studenti/lavoratori veramente meritevoli che rimangono fuori da queste agevolazioni? Sono davvero tutti così bravi ma svantaggiati? Abbiamo un esercito di eccellenze non "sfruttate" dal mercato del lavoro? Il dubbio è secondo me legittimo...
Non penso che tu ti sia inventato la questione, tuttavia non condivido questo tipo di lettura dei fattori di sviluppo economico e sociale.
Saluti
gieko
Su questo non posso ribatterti perchè non ho informazioni precise: mi auguro lo facciano altri tuoi colleghi per confermare o smentire quanto da te riferito.
Per altri tipi di professione, invece, posso tranquillamente affermare che è quasi la regola.
Anche qui sono convinto che ci saranno molti che non saranno completamente d'accordo con te...
Quasi insignificanti rispetto alle reali necessità, soprattutto rispetto al passato, quando, comunque, i "costi" che bisognava sostenere per studiare all'Università erano di gran lunga inferiori.
Io sono, invece, convinto che vi siano molti giovani potenzialmente meritevoli che, per vari motivi, si perdono per strada trovandosi ad aver buttato al vento anni di studio e sacrifici per poi non poter mettere in pratica quanto imparato.
.
E' perfettamente legittimo che tu non condivida questo tipo di lettura.
Non basta, però, dire "non sono d'accordo": si ha anche il dovere di dare una "lettura" alternativa dei freddi dati numerici non contestabili....
Perchè, a tuo parere, il 70% dei figli di operai o commessi finisce per fare lo stesso lavoro dei genitori ( magari anche dopo aver studiato ed essersi laureato... ) e perchè il 70% dei figli dei professionisti diventa, a sua volta, un professionista?.... Tutti geni i secondi e tutti imbecilli i primi?
E, soprattutto, perchè non era così 15, 20, 30 anni fa?
Se riesci a darmi una spiegazione convincente ammetterò di avere torto: altrimenti, scusami, forse la mia lettura non è tanto campata in aria...![]()
Ultima modifica di doctor2009 : 02-08-2009 alle ore 15.26.01
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PRESIDENTE DEL CLUB DEL GIALLO!
Le università mi sembrano un chiaro esempio (e non il solo) del fatto che a molti talenti venga preclusa qualsiasi possibilità di carriera perchè non sono "figli di"..
Chi ha veramente meriti, sicuramente riesce a farcela, ma faticando il triplo di coloro che sono agevolati,e trovando un'occupazione inerente al proprio percorso formativo, molto più in là negli anni. Già il solo fatto di dover lavorare durante gli studi rallenta comunque l'iter, anche se si è volenterosi, intelligenti e brillanti.
Sicuramente si produce di più e il risultato è una persona più completa e più ricca di esperienze, ma resta ingiustificato lo sforzo ulteriore che deve fare chi non ha un sostegno economico alle spalle rispetto a chi ce l'ha.
A mio avviso la psicoterapia non è l'unica professione che richiede capacità professionali e attitudini personali specifiche eppure "i figli di" sono ovunque e questo è un dato di fatto.
Giovani talenti? Le università sono piene di giovani arroganti e ignoranti, alcuni sono completamente afasici, crollano al primo congiuntivo e sbuffano per un libricino in più nel programma d'esame o per una domandina che osa un po' di più, perchè "quello non era in programma", questa è la situazione dello studente universitario medio in Italia, diciamo le cose come stanno per favore...Le università mi sembrano un chiaro esempio (e non il solo) del fatto che a molti talenti venga preclusa qualsiasi possibilità di carriera perchè non sono "figli di"..![]()
Attendiamo altri interventi. Intanto però ci tengo a precisare una cosa su cui forse non ci intendiamo: qualsiasi professionista acquisisce lavoro e stima se è capace. Essere "figli di" può facilitare all'inizio, ma se non si hanno requisiti si chiude in quattro e quattr'otto. Quindi può anche essere la regola, ma non garantisce un bel niente. E chi è capace, invece, di spazi ne trova perchè il mercato non si può reggere su stuoli di perfetti incapaci. Ed il mondo del lavoro (quello serio) guarda alle capacità, non al censo.
Le mie chiavi interpretative dei dati che hai fornito sono di altro tipo (teorie dei sistemi dinamci non lineari, psicoanalisi) e non mi pare il caso di dilungarmi in spiegazioni che hanno poco a che vedere con la discussione. Se desideri ne possiamo parlare via pm.
Non ho modo adesso di verificare questi dati. Però mi chiedo: perchè un "professionista" dovrebbe automanticamente essere un privilegiato o un fortunato? Perchè un lavoratore dipendente dovrebbe essere uno svantaggiato? Ci sono artigiani, tecnici, operai specializzati che hanno competenze tanto rare da essere pagati ben di più di un libero professionista. Mi sembra che la situazione sia ben più complessa di quanto venga raffigurato.
Non so, a me sembra che 30 anni fa fosse esattamente il contrario: accedere all'università era veramente un privilegio. Oggi il numero di laureati è enormemente aumentato, invece.
Non ho nessuna intenzione di convincerti nè mi interessa che tu ammetta di avere torto. Mi interessano spiegazioni più specifiche ed approfondite. Tutto qui...
Saluti
gieko
non dico che siano tutti "talenti", ma chi lo è davvero non ha tante possibilità di carriera, in italia, in ambito universitario. Nelle università (e non solo) vige il nepotismo e stranamente tra i docenti spesso c'è un'alta percentuale di omonimia (come si evince leggendo "l'università truccata" di Perotti)
Non ho letto il libro e non conosco questo Professor Perotti, non faccio fatica a credere che sia difficile in Italia fare carriera in ambito universitario, anche se la maggior parte di colleghi che hanno preso o tentano quella via non sono "figli di" e quantomeno sono arrivati almeno al dottorato di ricerca. In ogni caso, non si trattava di "veri talenti", ma di neolaureati piuttosto volenterosi appoggiati dal docente con cui magari si erano laureati.non dico che siano tutti "talenti", ma chi lo è davvero non ha tante possibilità di carriera, in italia, in ambito universitario. Nelle università (e non solo) vige il nepotismo e stranamente tra i docenti spesso c'è un'alta percentuale di omonimia (come si evince leggendo "l'università truccata" di Perotti)
Saluti,
ikaro
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PRESIDENTE DEL CLUB DEL GIALLO!