Cara Principessa,
...ma li hai letti bene i post?
In realtà parlano ben poco di arte e poesia in sè, e molto della funzione dello psicologo e dello psicoterapeuta e della sua formazione, di cosa voglia dire "curare" o "prendersi cura"...io vedo tutto ciò molto razionale....anzi,
a sentirti parlare, o meglio a leggerti, sembra evidente che..i razionali cervellotici cerebrali che dissertano di formazione etica, differenti accezioni di cura, Baudrillard, Heideggere e Dante Alighieri, siamo noi, tu mi sembri invece molto spontanea, emotiva, "di pancia" e cuore...; comunque,al di là degli scherzi (sottolineo che sto scherzosamente esagerando! non mi fraintendereeeee) e delle distinzioni fra approcci razionali e irrazionali, volevo dirti che io tre anni fa ho lavorato come biografa, cioè come esperta in narrazione autobiografica, con i malati oncologici presso una clinica di Palermo.
E' stato un bellissimo progetto, durato però solo sette mesi, perchè sono "finiti i fondi" (no comment).
Peccato, perchè avevo intrecciato rapporti molto belli con parecchi malati che stavano cominciando a riflettere sul significato possibile della loro malattia per loro, trovando metafore e connessioni; altri si stavano semplicemente abbandonando al piacere del ricordare sensazioni dell'infanzia, odori, sapori, colori, rumori e musiche, voci, luci, gesti, corse sui prati, passeggiate in bicicletta, giochi, giocattoli, filastrocche, canzoncine....e credo che questo facesse loro molto bene.
Ripeto che lì non essendo abilatata non avevo la funzione di psicologa ma come biografa, quindi avevo la mano ancora più delicata e il passo ancora più leggero.
L'oncologa per la quale lavoravo intendeva la psiconcologia non come sostegno al malato, ma come comprensione della malattia dal punto di vista psicosomatico, cioè era interessata a approfondire l'esistenza di connesisoni significative fra storie di vita, eventi stressanti, stili di gestione di eventi stressanti e cancro, e poi studiava il significato simbolico di determinati tipi di tumore a seconda della zona del corpo coinvolta. E riteneva che la vera terapia per il cancro fosse la psicoterapia.
Un approccio molto innovativo e azzardato; purtroppo però lei è lunatica, instabile e stravagante, quindi non riesce a portare avanti in modo serio e rigoroso le sue ricerche.
Ma magari posso darti qualche riferimento teorico di questi studi, se ti interessa.
Ciò che volevo dirti è che io, in quei sette mesi, ho superato paure e blocchi verso la malattia e gli ambienti ospedalieri, in una maniera che non credevo possibile. Prima ero molto molto impressionabile, adesso nulla mi fa più alcun effetto negativo, so gestire la malattia sia terminale che non terminale (non tutti i malati di tumore muoiono! Molti di quelli di cui ho raccolto le biografie sono vivi e stanno bene), senza imbarazzi, senza avere atteggiamenti commiserevoli che infastidiscono il malato, senza sentirmi troppo coinvolta, e io ero una di quelle persone che piangeva non appena vedeva qualcuno piangere, al tirocinio = eccesso, nocivo, di empatia.
Commuoversi è bello e importante, è un sentimento che non va represso -secondo me -ma solo arginato e contenuto, e la pratica fa miracoli: finchè sei tiorcinante la non responsabilizzazione ti porta a non avere controllo sulle emozioni, ma appena sai che sei responsabile della situazione e devi gestire in prima persona la relazione, molti meccanismi cambiano....ne sono certa!
