Più che altro per me è l'"io" che ha intenzione e desidera far qualcosa che non coincide poi con l'"io" che la realizza o sa realizzarla effettivamente. Pure io quando tentavo di giocare a pallone con gli amici avevo l'intenzione di colpire la palla ed indirizzarla verso la porta del garage (insomma la porta improvvisata)... Mi fosse mai riuscita la cosa come avevo intenzione di fare!Originalmente inviato da lalangue
Parlare non è che sia poi così diverso, è una performance come tirare un pallone; ci vuole addestramento, ripetizione, attenzione. Una cosa è immaginare di dire qualcosa, altra dirla effettivamente. Così come capita che si possa tirare una palla dove non si aveva intenzione di tirarla (nella finestra aperta del balcone del tipo che si incazzava come una bestia quando succedeva, e la cosa succedeva abbastanza spesso), allo stesso modo può capitare di dire tutt'altro rispetto a quel che si aveva intenzione di dire, realizzare tutt'altro rispetto a quel che si aveva intenzione di realizzare (e che si immaginava in principio).
Se c'era un desiderio inconscio che ci faceva tirare la palla lassù, dal tipo che si incazzava e la squartava, poco male, voleva dire che tutto sommato noi, se non come soggetti, almeno come agenti e organismi eravamo davvero capaci di controllare tutta la situazione, insomma eravamo tutti dei geni incompresi, che non si autocomprendevano, perché la palla sapevamo mandarla comunque dove desideravamo (almeno inconsciamente), quel che difettava era solo la consapevolezza dei nostri veri desideri, i quali facevano un po' a pugni e non emergevano, ma questo noi non lo sapevamo, era soltanto questa consapevolezza che ci mancava.
Se prendeva il sopravvento il desiderio di tirarla verso la porta, la palla andava verso la porta, se prendeva il sopravvento il desiderio masochistico di tirarla sul balcone del tipaccio, la palla andava lassù. Freud avrebbe sostenuto magari che inconsciamente desideravamo davvero tantissimo perdere tutti quei Super Santos.
Tutto si spiega così, e tutto si risolve, postulando una mente estesa che può poi comunque controllare pressappoco ogni esito (poi insomma a ben vedere s'è spostata solo l'unità, dal soggetto si è passati ad un sé che contiene io, coscienza, inconscio ed altre cose, si postula l'esistenza di un'altra unità che con le sue forze comunque poi controlla e governa tutto, è comunque un altro soggetto delle azioni individuali anche questo, che differenza sostanziale c'è dal primo?).
La storia che racconta Freud per me è già molto ottimista, se l'io non è padrone di una casa, suppone quanto meno che una casa (ammobiliata, con la moquette e tutto il resto), in cui abita questo io, esista e che la casa stessa (che comprende anche l'io) sia un padrone dell'individuo che costruisce un qualche piano sensato (quantomeno come gruppo di intenzioni e scopi), che va in fin dei conti solo ri-compreso dall'io (che in questo caso è una specie di istanza che coabita con altre istanze un soggetto più esteso che le ri-comprende tutte), ma chi glielo ha detto a Freud che la casa ha delle intenzioni comprensibili in tal senso? E come fa a sapere Freud che la casa possiede gli strumenti cognitivi per produrre certi effetti? Per esempio controllare intenzionalmente perfettamente la produzione linguistica nei minimi particolari?
Insomma devo concludere che a quell'epoca eravamo tutti inconsapevolmente dei Maradona? Qualsiasi cosa facevamo effettivamente bisognava scorgerci una nostra intenzione (inconscia) che la produceva in modo coerente e diretto? Quando desideravamo ed avevamo intenzione di far qualcosa e poi all'atto pratico ce ne riusciva e ne veniva fuori un'altra che non volevamo produrre (almeno coscientemente ed in modo consapevole), era perché c'era un qualche desiderio inconscio nascosto e censurato che puntava a quest'altro esito?
Questo modo di intendere come funziona tutto, somiglia a quest'altro qua davvero molto:
Insegnai loro tutto il mio fare e bramare: poter riunire e ricomporre in unità ciò che nell'uomo è frammento ed enigma e atroce caso.
- come poeti, solutori di enigmi e redentori del caso, insegnai loro a creare nel futuro e a redimere - creando- tutto ciò che era.
Redimere nell'uomo il passato e trasformare tutto il "fu" sinchè la volontà dica
"Ma così ho voluto che fosse! E così vorrò che sia"
In qualsiasi modo vadano le cose, così si può affermare che è la nostra mente a produrre volontariamente ed intenzionalmente tutto, quando vanno come desideriamo coscientemente, siamo noi come soggetti a causare l'esito felice intenzionalmente, quando non vanno come desideriamo coscientemente siamo sempre noi stessi come individui a causare tutto intenzionalmente, basta mettere in mezzo la spiegazione che è stata la parte non cosciente della mente a "volere" che le cose andassero così. Io non contesto il fatto che sia la mente come apparato a co-produrre certi risultati (se il pallone lo tiro io, come individuo, è comunque ovvio che sia la mia mente a produrre nei particolari certe azioni), contesto il fatto che si assuma che sia un apparato puramente intenzionale (come fa la psicoanalisi), un apparato che in qualche modo prima ha l'intenzione di produrre qualcosa ad un qualche livello e poi produce in ogni caso risultati abbastanza coerenti con queste intenzioni. Un lapsus (Alla Freud) dovrebbe esser prodotto da un piano non cosciente di un'altra istanza diversa dall'io, che comunque controlla abbastanza precisamente la produzione linguistica dell'individuo, cambia certe lettere per modificare il senso di una frase in modo pilotato.
Ora ho capito perché dicono sempre che la psicoanalisi rende tutti padroni della propria esistenza, e ci credo con queste ipotesi piazzate ad hoc è impossibile non esserlo.
Io inconsciamente potrei affermare che conosco anche il futuro, però se mi chiedete "domani pioverà?" non so rispondervi perché la mia conoscenza purtroppo è inconscia, solo se riuscirete ad interpretare "bene" le mie associazioni saprete cosa succederà.
Se non mi credete sulla parola è perché avete delle "resistenze"... E menomale - direi - che ce le avete! Mica si può credere a tutto?!
Per me è più vera quest'altra formulazione che non mette in mezzo alcun inconscio intenzionale che punta a qualcosa o che fa qualcosa:
"E per finire dove cominciai,
destino e volontà son così avversi
che i nostri piani spesso vanno persi:
nostri gli intenti, gli esiti mai.".







), allo stesso modo può capitare di dire tutt'altro rispetto a quel che si aveva intenzione di dire, realizzare tutt'altro rispetto a quel che si aveva intenzione di realizzare (e che si immaginava in principio). 
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