Rogo alla Thyssen, era vero: estintori fuori uso
Giampiero Rossi
thyssen krupp vittime sette operai
Le vittime del rogo
È arrivata come se non fosse neanche una notizia, eppure è una conferma terribile: la notte del 6 dicembre su 32 estintori presenti nella linea 5 della ThyssenKrupp, cinque erano vuoti e gli altri «non funzionanti». E questa volta non lo dicono le testimonianze emotivamente condizionate dei colleghi dei sette lavoratori uccisi dal rogo del laminatoio ma lo scrivono i vigili del fuoco alla procura della Repubblica di Torino, che indaga per ricostruire le cause della tragedia. La consulenza è stata depositata e adesso è agli atti dell'inchiesta coordinata dal procuratore Raffaele Guariniello.
I test, condotti alla presenza dei consulenti nominati dalle difese dei manager della multinazionale tedesca finiti sotto indagine e di quelli indicati dalle parti civili, avrebbero fatto emergere precise omissioni sia da parte dell'azienda sia da parte dell'impresa esterna che si occupava della manutenzione. Dunque gli estintori erano effettivamente fuori uso. E non uno o due, bensì 32. Non si tratta di un dettaglio decisivo, probabilmente, per stabilire le responsabilità dell'incidente, perché le cause che hanno trasformato la linea cinque in un lanciafiamme sono sicuramente più complesse, ma di sicuro gettano un'ombra terribile sull'attenzione che la ThyssenKrupp riservava alla tutela dei suoi dipendenti dal momento in cui era stata decisa la progressiva dismissione dello stabilimento. E anche questo è un elemento che potrà avere il suo peso processuale, dopo che la procura - a quanto pare a fine mese - concluderà le sue indagini.
«Questa notizia testimonia l'attendibilità delle parole dei nostri colleghi subito dopo la tragedia - tiene a sottolineare Ciro Argentino, della Rsu della Thyssen - e anche di quale fosse lo stato di manutenzione dello stabilimento». Questo è il punto. Forse quella dannata schiuma non avrebbe salvato neanche una delle sette vite sacrificate per una lastra di acciaio notturno, ma solo «forse». Ma c'è di più, c'è di peggio: in quell'incuria si può intravedere tutto il lucido cinismo, tutti i calcoli che accompagnano - sotto l'irresistibile spinta della necessità di fare profitti - una dismissione. In disarmo, a Torino, per i dirigenti del colosso tedesco dell'acciaio non c'erano solo gli impianti ma, implicitamente, anche i lavoratori. «Questa vicenda tecnica e giudiziaria - dice infatti il segretario della Fiom di Torino, Giorgio Airaudo - andrebbe riletta in un'ottica socio-economica».
Nessuno trae conclusioni premature, almeno sul fronte delle responsabilità penali, ma mentre le indagini proseguono (su tre fronti: l'incidente alla linea 5, i rischi cui erano eventualmente esposti altri lavoratori dello stabilimento e la qualità delle ispezioni condotte nel tempo) si delinea sempre più chiaramente la portata di quella dismissione: «Tutto ridotto a un problema di costi - ripete Airaudo - questa è l'unica logica che regola la competitività di una multinazionale che impiega pochissimo tempo a trasferire la sua produzione da un punto all'altro del pianeta se i numeri dicono che conviene farlo». Ed ecco gli altri costi, quelli umani e sociali. Quelli che, secondo il sindacalista, la ThyssenKrupp dovrebbe pagare adesso dimostrando «che davvero intende stare vicina a quei lavoratori e alle loro famiglie». Come? «Portando a Torino una nuova attività produttiva, per esempio, non limitandosi a monetizzare tutto per orfani e vedove». Intanto, però, lo stabilimento di corso Regina Margherita resta fermo, per gli operai c'è la cassa integrazione. E oggi pomeriggio alle 15,30 molti di loro si troveranno al centro sportivo «Primo Nebiolo» di Torino per un torneo di calcio con amministratori comunali e vigili del fuoco. Serve per la raccolta fondi per le famiglie dei morti, ma probabilmente serve anche a tenere desta una memoria sempre a rischio di oblio. Sotto l'albero all'ingresso della fabbrica assassina cominciano a essere di più i mazzi di fiori secchi di quelli freschi.