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  1. #901
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Ho ripescato questo messaggio ignorato e boicottato, non ho capito perchè. A mio avviso merita un qualche commento.
    Riferendoci all'ultimo post di Ikaro: si può svolgere in maniera eccellente, la professione di terapeuta seguendo tanti sistemi, chi lo dice che solo uno, quello ortodosso. sia quello giusto?
    La vecchie zia ha scelto la compassione e le emozioni


    Salve a tutti! ho letto con grande interesse i vostri messaggi, e spero che accetterete il punto di vista di una “vecchia zia” di 55 anni, “addetta ai lavori”, che ha sempre molto piacere di scambiare opinioni con persone intelligenti e preparate…

    Vorrei per ora portare solo una testimonianza, al di là della teoria: so che non fa testo, e non costituisce ovviamente una risposta a come si debba intendere e trattare il transfert, riguarda solo il mio personale cammino di guarigione. Diciamo che tra coloro che hanno partecipato con tanta disponibilità a questo 3d, vorrei mettermi più dalla parte di Francesca che da quella degli analisti…

    Sono stata in terapia per numerosi anni, e se scorro con la memoria i veri eventi spartiacque, che spiccano in mezzo a centinaia e centinaia di sedute, ne trovo pochissimi: *quando la mia terapeuta di primaria mi asciugò il sudore dopo una nascita dolorosissima, *quando negli occhi della reichiana, ascoltando il racconto di alcuni fatti, spuntarono lacrime sincere di profonda compassione, *quando il freudiano ortodosso, direttore di una scuola prestigiosa, ammise che avevo ragione ad accusarlo di sporchi fini (e chiese allarmato se avessi intenzione di denunciarlo…), *quando il mio junghiano mi abbracciò forte con grande affetto - l’unico contatto fisico in quattro anni -… e pochi altri. (non badate per favore alle diverse “scuole di pensiero” dei terapeuti, ne ho frequentati altri che hanno smentito questi…).

    Dopo quegli eventi mi sono sentita come se mi avessero fatto una overdose di vita nuova: le mie cellule imparavano che dunque esistevano al mondo persone in grado di “spendersi” (in vari modi, anche ammettendo l’errore…) per dare sollievo al mio dolore. E ogni volta la mia capacità di farcela aveva un picco al positivo, e ogni volta mi sorprendevo a constatare che anche un solo grammo di vicinanza amorevole di una persona vera, che si espone abbastanza da fregarsene della ortodossia e usa la com-passione, cioè una reale emozione, che non ha niente a che fare con “atteggiamenti dolci e premurosi” (Ikaro78 hai ragione, visti così sono finti, che orrore!)… … ecco, quel grammo si trasforma in una nuova visione della vita, essendo noi umani talmente duttili da utilizzare anche le mini-briciole (chissà se qualcuno di voi ha mai sentito parlare o visto un film degli anni settanta: “Armonica a bocca”).

    Spesso mi sono chiesta se davvero non sarebbe bastato che ciascuno di loro avesse avuto quella scintilla da subito e mi sarei risparmiata vari quintali di dolore e anche di banconote. Laing diceva che in terapia deve accadere quello che non è mai accaduto, mentre il distacco emotivo spesso è già stato sperimentato a lungo e dolorosamente…

    Ok, ok, riesco a sentire tutte le rimostranze… saranno già scattati i riflessi del “ma…” e le obiezioni, che ho potuto leggere nei molti messaggi, molto ben argomentati, quindi non mi aspetto che siate d’accordo.
    Spero davvero che la accettiate come testimonianza, e spero che non sia OT, per il fatto di non aver parlato di teoria.
    Con stima sincera per il confronto che state animando sul forum.
    La vecchia zia.
    Ultima modifica di francesca63 : 24-01-2009 alle ore 08.37.16
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  2. #902
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Vorrei riferire alcune considerazioni tratte da un confronto con un'amica psicoterapeuta,la vecchia zia, del post precedente, le cui idee, "blasfeme", mi hanno completamente spiazzata e convinta che quella del transfert, è una sofferenza inutile che si potrebbe evitare al paziente. Vi riferisco le sue brillantissime intuizioni.
    "Winnicott diceva una cosa che per me è risultata più che vera, e cioè che quando abbiamo eliminato la malattia siamo solo al punto zero, dopodiché c’è tutto il resto, ossia la vita piena e realizzata.
    L'individuo sofferente che si rivolge ad un analista, soffre perchè
    chi avrebbe dovuto amarlo“in natura” non è stato capace di farlo, e quindi - se sopravvive -, va in giro per il mondo a cercare questo amore mancato come un assetato, e incappa in relazioni sentimentali tutte proiettive, si ammala, piange a fiumi, perde treni… fino a che un giorno si accende una piccola lampadina e capisce che occorre spendere soldi e tempo per farsi aiutare, per provare quella speciale sensazione di avere qualcuno dalla sua parte.

    E qui… può accadere di tutto. Nel senso che può andare benissimo ma anche malissimo.Ladiscriminante sta proprio nella percezione del terapeuta come sinceramente (cioè non per soldi o per copione) partecipe, DA SUBITO, o al contrario soltanto un “professionista”, in qualche modo assimilabile a un ragioniere.

    Il transfert non esisterebbe neanche, se ci fosse un terapeuta che ama le proprie emozioni, che non ha nessun bisogno di “controllarle” (brrrr), ma ne fa la propria linfa vitale e il succo della sua comunicazione con il paziente… temere le proprie emozioni o negarle equivale a una sorta di “schizoidismo volontario”, quindi secondo me il transfert accade solo perché spesso nella relazione terapeutica non ci sono DUE persone sincere e genuine, ma una sola, il paziente, che però è costretto proprio dalla “ortodossa” distanza, artificialmente imposta, ad arrampicarsi sugli specchi per sentire un po’ di vicinanza e vera solidarietà.

    E la cosa risulta ancora più inaccettabile in quanto gli psicologi volenti o nolenti hanno comunque studiato gli effetti tremendi della carenza di cure materne sui bambini, e sanno benissimo che l’intero organismo senza amore si perde e collassa… infatti chi va da loro sta male per questo, e invece di trovare accoglienza trova il muro della teoria.

    E’ proprio il bambino interno, non sazio di amore, quello che soffre, quello che l’adulto non riesce a guarire da solo, e quindi davanti al distaccato analista ci si trova di fronte ad una ripetizione di una storia già vissuta, non alla sua alternativa… se ci pensi, un bambino che riesce a sopravvivere anche senza amore, prima o poi in ogni caso comincia a farcela per conto suo!!! Ma questo accade per forza… nessun bimbo rimane bimbo!!! E quindi anche durante una terapia, che comunque instaura una relazione asimmetrica, non paritaria, perché non è certo il paziente che utilizza la funzione genitoriale.. ecco, anche lì a un certo punto, se si sopravvive, prima o poi si guarisce! (o si lascia la terapia stando anche peggio, l’equivalente simbolico di quello che accade al bambino reale se non ce la fa a guarire per conto suo, cioè muore…).

    La teoria con cui si giustifica tutto ciò riguarda una specie di circolo vizioso mentale per cui… solo così il paziente ce la fa da solo… ma io dico: appunto, proprio come è già successo… questa persona è qui perché è viva e se lo è vuol dire che ce l’ha fatta da solo, ok… ma a quale prezzo? Nel caso del bimbo reale il prezzo è il dolore e mille casini da non-amore; nel caso del paziente il prezzo è misto, compresa la villa al mare del suo analista…

    Quindi questa difesa strenua della necessità del “distacco emotivo”, della freddezza ecc, serve solo a schermare con uno scudo l’analista, mentre il paziente (mai parola fu più letterale) sta lì annaspando e dovendo per la milionesima volta pensare di essere lui sbagliato, sembra una beffa! con una relazione di potere che somiglia alle città fortificate, in cui l’analista sta dietro le sue belle mura invalicabili e il paziente fuori a chiedere di entrare, oltretutto mentre lo paga profumatamente!… come nominare Dracula direttore del centro di trasfusioni…

    So bene che questa visione stride inesorabilmente con le teorie e anche la pratica del setting, in particolare con quella analitica, ma ogni volta che vengo accusata di essere blasfema… bene, intanto contesto il fatto che ci sia qualche “divinità teorica” da osannare, e poi mi vengono in mente le grandi ribellioni storiche, che ci hanno regalato geni assoluti come Jung e Reich, solo per citare i più famosi, che proprio in opposizione a Freud hanno sviluppato la loro genialità, e se avessero avuto paura di contraddire e innovare non avrebbero lasciato nulla all’umanità...
    E ricordo un episodio di Jung, grande maestro e pioniere, che si “sporcò le mani” talmente tanto da interferire con la famiglia di un suo paziente fino a raccontare una clamorosa bugia, che però condusse alla sua guarigione in pochi giorni!! Altro che distacco emotivo e attesa silente della ristrutturazione autonoma dell’Io!

    Se c’è un argomento su cui qualunque psicoanalista, psicologo e psicoterapeuta sguscia via come un’anguilla è quello dei “risultati”. Si diventa sofisticati e si comincia a dire: “dipende da cosa si intende per risultati”… e lì le scuse più strane prendono corpo.
    E il rischio di stare in attesa dei propri cambiamenti per anni è un po’ troppo elevato.

    Questa faccenda del transfert, è uno di quei problemi che sono definiti “iatrogeni”, ossia la malattia è il medico stesso, è come ammalarsi di infezione all’ospedale, insomma, è quel tipo di problema che esiste solo nella misura il cui c’è quel distacco!!! (mi viene in mente una definizione simile del matrimonio: è quella situazione piena zeppa di problemi… che non avresti se non ti fossi sposato..).
    Per dirla in un altro modo: se ci sono due persone reali e genuine, questa “proiezione di emozioni” non si crea, ma certo questo non può dipendere dal paziente, è il terapeuta che deve essersi smazzato con grandissima cura la sua gestione emotiva (non controllo, che equivale a repressione!!) e guardare il paziente senza che LUI analista ci proietti niente di suo… e tu puoi capire che di questa “Pulizia Emozionale” non tutti se la sentono di accollarsi l’onere, perché non solo è difficile, ma non si può smettere mai, invece moltissimi credono che basti una scuola (o due, università più accademie costose..) per aver risolto.
    Reich parlava di Peste Emozionale, di cui accusava abbondantemente anche tutti gli psicoanalisti, ossia della incapacità di far fluire le emozioni, che sono sinonimo di vita!"

    Già so che gli esperti non si sposteranno un millimetro dalla loro ortodossia, ma
    il contenuti di questo messaggio, fannno riflettere tanto, mettono tanta carne sul fuoco e, per quanto mi riguarda, mi hanno ancora di più fatto raggiungere la consapevolezza che non è indispensabile che in un percorso terapeutico il transfert debba procurare tanto malessere al paziente.

    Non pretendo di capovolgere il mondo portando avanti il mio"cavallo di battaglia" come dice Gieko, ma essendo questo un luogo dove è consentito il confronto, non posso fare a meno di argomentare le mie idee, così, solo per il gusto di farlo....da tempo ormai non me frega niente di dimostrare qualcosa a qualcuno.
    Ciao
    Ultima modifica di francesca63 : 24-01-2009 alle ore 09.04.13
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  3. #903
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Francesca63 ha scritto:
    con pochissimi spiragli di novità come la bioenergetica di Willy , che proprio per lo stesso fatto che ha scelto un orientamento diverso, si intuisce che non nutre poi tanta fiducia nella psicoterapia canonica,
    Beh, il setting dell'Analisi Bioenergetica è molto, ma molto diverso da quello della psicoanalisi. L'analisi Bioenergetica è una forma di terapia che chiama in causa il corpo (quello del paziente come quello del terapeuta), il contatto, tutti i cinque sensi.

    In un setting di questo genere, dove sei in piedi di fronte al paziente, dove ti impegni assieme a lui, dove il tuo corpo e il suo si toccano, la "neutralità" del terapeuta è qualcosa di molto diverso da quanto avviene nel setting psicoanalitico. Sei lì, esposto, vulnerabile e comprensibile. Il paziente legge il linguaggio del tuo corpo, come tu leggi il suo.

    Quindi, per la scuola cui appartengo, non esiste un terapeuta "specchio". Esistono "due animali in una stanza" (titolo di un bellissimo saggio di Christoph Heleferich, uscito anni fa per la Melusina Editrice, sulle tematiche di transfert e controtransfert in Bioenergetica). Esiste una neutralità che non è, e non potrebbe essere neutralità affettiva, ma solo la capacità di sentire ciò che accade senza giudicarlo. La capacità di riconnettere, di rimettere assiem quel che chiamiamo mente e quel che chiamiamo corpo.

    Ma la Bioenergetica non è la psicoanalisi. E quel che in Bioenergetica si può fare, non lo si può fare in psicoanalisi. E' diverso il setting, è diverso il vertice di osservazione, è diverso l'inconscio che andiamo ad indagare.

    Io penso che le varie forme di psicoterapia siano tutte valide. Sono vertici di osservazione diversi, da ognuno dei quali si può osservare una parte di quella complessità che costituisce noi esseri umani. Non ha senso, secondo me, contrapporre una ad un'altra. Come pretendere che da una finestra sola si possa vedere l'intero panorama, a 360°, che circonda la casa in cui abitiamo?

    E penso che ognuno di questi vertici di osservazione abbia le sue regole, che hanno senso e validità per quel tipo di setting, per le operazioni che in esso si compiono, per la parte di soggetto che da lì si può intravvedere. Non avrebbe senso il massaggio in psicoanalisi. Non ha senso la neutralità in Bioenergetica. Ma il massaggio ha senso in Bioenergetica, e la neutralità ha senso ini psicoanalisi.

    Secondo me

    Buona vita e grazie

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  4. #904
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    per francesca63:

    quello che ti posso dire è che la teoria non c'entra nulla in terapia.
    può essere utile allo psicoterapeuta in quanto esperto di nozioni psicologiche, nello stesso tempo il paziente è il miglior esperto di se stesso, quindi più o meno il lavoro attivamente lo deve fare lui.

    secondo: il terapeuta è lo stesso un animale emotivo come il paziente, perchè pensi che non sia così? ha tutte le sue mozioni ben presenti, e se deve stare attento a non confondere le proprie emozioni con quelle del paziente (E NON SI TRATTA DI CONTROLLARE! COSA SIGNIFICA CONTROLLARE LE PROPRIE EMOZIONI? COME SE ESISTESSERO INDIPENDENTEMENTE DA NOI IN FORMA DI MECCANISMO INORGANICO....!) per un semplice motivo:
    il paziente va dello psicoterapeuta per un problema emotivo/relazionale e non viceversa!

    se non hai chiaro questa fondamentale distinzione allora continui a protestare e a tirare per la "giacca" un po' tutti che ovviamente non sanno cosa risponderti se non "teoricamente".
    ripeto è il paziente che va dallo psicoterapeuta, chiede aiuto, e si lavora su lui.
    se pensi che il coinvolgimento emotivo sia contraffatto da parte del terapeuta (processo naturale testare il terapeuta ect ect) puoi prendere una serie di decisioni, dall'andar via e trovarne un altro fin quando ti troverai "accolta" emotivamente... oppure esporre al terapeuta le tue difficoltà e fare terapia su questo tema.
    perchè la richiesta di sentire il coinvolgimento emotivo piuttosto che sentire il distacco emotivo "penoso" del terapeuta è già una informazione importante su cui lavorare.

    insomma quello che voglio dire è che non bisogna dimenticare che la terapia non è uno sport, che i terapeuti non sono degli "amici", che se si va dal terapeuta si va per un problema personale verso cui il terapeuta con tutte le contraddizioni che pone la professione cerca di lavorarci evitando di mischiare i propri problemi, di confondere le proprie emozioni rischiando di porre alleanze pericolose con il paziente.
    è questa la professione, unica ma che funziona.

    voglio dirti una cosa in più. il fatto stesso che ci siano psicologi/psicoterapeuti, che si diventi tale, dice molto sulla stravaganza di questo mondo.
    lo psicoterapeuta e la relazione terapeutica è una condizione "esistenziale" curiosa.
    Può raggiungere con i suoi pazienti una incredibile intimità che costoro magari non hanno mai concesso a nessuno, e nello stesso tempo non è un amico loro, non può esprimere volontariamente all'interno della terapia il suo mondo emotivo personale (lo esprime automaticamente ect ect).
    al contrario si creerebbero soltanto CASINI.

    ciaz.
    Ultima modifica di neuromancer : 24-01-2009 alle ore 10.47.17

  5. #905
    Johnny
    Ospite non registrato

    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    ci sono vari punti su cui non sono d'accordo, ne riprendo brevemente solo un paio

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Questa faccenda del transfert, è uno di quei problemi che sono definiti “iatrogeni”, ossia la malattia è il medico stesso, è come ammalarsi di infezione all’ospedale, insomma, è quel tipo di problema che esiste solo nella misura il cui c’è quel distacco!!! (mi viene in mente una definizione simile del matrimonio: è quella situazione piena zeppa di problemi… che non avresti se non ti fossi sposato..).
    Per dirla in un altro modo: se ci sono due persone reali e genuine, questa “proiezione di emozioni” non si crea, ma certo questo non può dipendere dal paziente, è il terapeuta che deve essersi smazzato con grandissima cura la sua gestione emotiva (non controllo, che equivale a repressione!!) e guardare il paziente senza che LUI analista ci proietti niente di suo… e tu puoi capire che di questa “Pulizia Emozionale” non tutti se la sentono di accollarsi l’onere, perché non solo è difficile, ma non si può smettere mai, invece moltissimi credono che basti una scuola (o due, università più accademie costose..) per aver risolto.
    non è vero, il Transfert esiste indipendentemente dalla situazione analitica. Solo che in analisi il transfert viene istituito con l'analista, in un contesto adeguato (il setting) che permette di comprenderlo anziché di agirlo come succede nella vita di tutti i giorni

    Reich parlava di Peste Emozionale, di cui accusava abbondantemente anche tutti gli psicoanalisti, ossia della incapacità di far fluire le emozioni, che sono sinonimo di vita!"
    credo che il discorso di Reich possa essere capito solo se lo si contestualizza nella sua epoca, in cui stava avvenendo un passaggio importante nella psicoanalisi, dalla teoria freudiana classica, alle relazioni oggettuali, e poi alla teoria del campo, in cui si dà sempore maggiore importanza al controtransfert...."far fluire le emozioni" non significa che l'analista deve concedersi al paziente (altrimenti invece della psicoanalisi ci sarebbe un CASINO), ma vuol dire utilizzare il controtransfert come strumento di analisi, con tutto ciò che questo comporta
    Ultima modifica di Johnny : 24-01-2009 alle ore 11.00.41

  6. #906
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Vedo che rilanci ancora la questione, cara francesca. Io apprezzo la testimonianza della tua amica, ma, come ti ho già accennato privatamente, si poggia su delle basi teoriche (chè sempre di teoria qui si tratta, nonostante le dichiarazioni d'intenti) che ritengo da un lato datate e dall'altro non rispondenti a ciò che viene teorizzato in psicoanalisi, almeno per come la conosco io.
    I due punti che non mi trovano d'accordo sono:
    - l'idea di relazione terapeutica come rapporto di riparazione che si evince soprattutto dal primo messaggio ["le mie cellule imparavano che dunque esistevano al mondo persone in grado di “spendersi” (in vari modi, anche ammettendo l’errore…) per dare sollievo al mio dolore"];
    - l'idea che vi sia unicamente un distacco emotivo difensivo [Quindi questa difesa strenua della necessità del “distacco emotivo”, della freddezza ecc, serve solo a schermare con uno scudo l’analista, mentre il paziente (mai parola fu più letterale) sta lì annaspando e dovendo per la milionesima volta pensare di essere lui sbagliato].
    Dietro la prima idea sta la convinzione errata - non riporto nuovamente le argomentazioni che ho già fornito più volte - che ci possa essere un rapporto umano di una tale affettività che possa "riparare" alle ferite del paziente. Ovvia conseguenza è una dipendenza ed un'idealizzazione del rapporto che mi paiono tutt'altro che terapeutiche.
    La seconda idea è diretta conseguenza della prima: se l'emozione non viene agita dal terapeuta, con un abbraccio, con la parola dolce, con il caffè preso insieme, si viene meno alla funzione del gesto riparatore e ovviamente il terapeuta diventa il freddo, insensibile, cinico operatore che si diverte a vedere il paziente contorcersi. Nella mia esperienza - visto che di teoria non si vuole sentire parlare - non è così. Le emozioni sono tanto vive nel paziente che nel terapeuta, il quale, anzichè agirle perpetuando l'eterna ripetizione delle modalità patologiche portate nella relazione (e qui si apre la parentesi sulla ineluttabile necessità che si crei la matrice transfert-controtransfert perchè entrambi, paziente ed analista vivano emotivamente il campo e lo sperimentino...), le mette sotto una luce differente interpretandole.
    Non è mia intenzione convincere nessuno che deve pensarla in questo modo. Personalmente l'ipotesi "riparativa" non mi convince per nulla e mi sembra che sia un inganno che paziente ed analista possono fare a se stessi, credendo di sanare tutto con un rapporto unico e speciale in sè, invece di sfruttare le peculiarità della situazione di analisi per elaborare e trasformare. Quindi le emozioni sono tutt'altro che assenti nell'analista, e costituiscono la base del suo lavoro. Trovo quindi errato riternere che il training serva a rendere "inaccessibili" i candidati, quanto piuttosto ad operare quel necessario processo di riconoscimento della propria vita emotiva per poter operare, anche attraverso la sua gestione, processi trasformativi utili per l'analizzando.
    Ricordo infine che viene spesso rinfacciato alla psicoanalisi di creare dipendenza, di istituire l'analista come figura "onnipotente", mentre per come la vedo io, il processo analitico deve operare trasformazioni fino a che dell'analista non ci sia più bisogno.

    Saluti
    Ultima modifica di gieko : 24-01-2009 alle ore 12.37.14
    gieko

  7. #907
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Vi rigrazio di cuore, per le risposte; in un confronto civile, nessuna posizione, anche se non colllima con la nostra dovrebbe essere boicottata a priori, perchè offre in ogni caso spunti su cui riflettere. La testimonianza della zia vecchia, di contenuti simolanti nè è piena zeppa. Si potrebbe dibattere all'infinito....ma non mi interessa più.
    Vorrei solo ribadire che, pur restando aderente alla teoria e alla prassi psicoanalitica, ad un buon analista non dovrebbe mai mancare, la capacità di partecipare, prendere a cuore, condividere umanamente, il caso, la sofferenza del paziente.

    Riporto un vecchio post di Willi, che mi colpì tanto, proprio per la sua capacità di trasmettere quelle che sono le emozioni vissute dal paziente(e dell'analista) e ciò che realmente dovrebbe avvenire in una relazione terapeutica che funziona:

    ".... anche per me vale quel che dice Gieko: non è la "partecipazione affettiva" in sé che conta, ma la capacità di promuovere una trasformazione nel paziente (e in se stessi, anche, concordo).
    ..... posso essere d'accordo che si crea sofferenza. Lo so bene. L'ho provato anch'io. Assieme alla sofferenza ho però vissuto anche sempre la sensazione che ci fosse qualcosa al di là della sofferenza che mi ha reso possibile affrontarla, sopportarla e superarla. Quel qualcosa era (per me) il sentire la mia analista calda, affettiva e disponibile anche quando il suo agire mi provocava sofferenza. E l'accorgermi, man mano, che quella sofferenza che porvavo era provocata, ma non in modo selvaggio, bensì come in una titolazione chimica: una goccia, aspettare, verificare. Poi un'altra goccia. E così via. In base a quel che io, in quel momento, potevo "reggere". Quel tanto che serviva a far sì che potessi rendermi conto di alcune parti di me stesso e avere la possibilità di trasformarle. E di accettare che ci siano parti di me che non verranno trasformate."


    A queste condizioni concordo con voi
    Ciao
    Ultima modifica di francesca63 : 25-01-2009 alle ore 08.23.49
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  8. #908

    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio

    " Quel qualcosa era (per me) il sentire la mia analista calda, affettiva e disponibile anche quando il suo agire mi provocava sofferenza. E l'accorgermi, man mano, che quella sofferenza che porvavo era provocata, ma non in modo selvaggio, bensì come in una titolazione chimica: una goccia, aspettare, verificare. Poi un'altra goccia. E così via. In base a quel che io, in quel momento, potevo "reggere". Quel tanto che serviva a far sì che potessi rendermi conto di alcune parti di me stesso e avere la possibilità di trasformarle. E di accettare che ci siano parti di me che non verranno trasformate."
    Sono andato ad una conferenza di Psichelombardia.
    IL relatore, psichiatra e psicoterauta lacaniana, ha presentato fra l'altro il caso di una adolescente.

    Ella frequentava il primo anno superiore.
    Era ipercinetica, scontrosa, intrattabile.
    Tendeva alla rissa e all'isolamento, aveva un pessimo rendimento scolastico, non aveva istaurato nessuna relazione coi compagni, evitava ogni tentativo di approccio degli insegnanti.

    La famiglia composta da madre depressa e padre in cura al servizio psichiatrico.
    Chiaramente una persona in posizione : Io non sono ok, ma nemmeno voi.

    Chiesto l'intervento sel servizio sociale, e l'intervento della psichiatra, in un primo momento si pensava a una procedura di intervento farmacologico e psicoterapeutico.
    Ma vista la totale indisponibilita' dell'interessata, si e' pensato ad un'altra soluzione.

    Partendo dalle materie in cui la ragazza aveva gravi lacune, impostare un percorso guidato con un tutor fisso, volontario, che si fosse occupato di lei.
    Si e' poi pensato di coinvolgere alcuni ragazzi della 5°, offrendo loro come incentivo dei crediti formativi, per aiutare la ragazza nelle materie in cui era carente.

    L'esperimento ha avuto successo e' nel giro di pochi mesi si sono avuti dei buoni risultati, compatibilmente con le capacita' soggettive, e un deciso miglioramento della relazione sociale della bimba.

    I capisaldi della terapia sono stati: Attenzione, accoglimento, affetto mirato e in interesse reale verso il soggetto, continuato e sincero.

    Nessun farmaco, nessuna psicoterapia specifica.

  9. #909
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    in un primo momento si pensava a una procedura di intervento farmacologico e psicoterapeutico.
    Ma vista la totale indisponibilità dell'interessata, si e' pensato ad un'altra soluzione.
    Nessun farmaco, nessuna psicoterapia specifica.
    E' il paziente a decidere il proprio futuro. Mi pare abbiano agito nel modo migliore possibile.

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  10. #910
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Sono andato ad una conferenza di Psichelombardia.
    IL relatore, psichiatra e psicoterauta lacaniana, ha presentato fra l'altro il caso di una adolescente.

    Ella frequentava il primo anno superiore.
    Era ipercinetica, scontrosa, intrattabile.
    Tendeva alla rissa e all'isolamento, aveva un pessimo rendimento scolastico, non aveva istaurato nessuna relazione coi compagni, evitava ogni tentativo di approccio degli insegnanti.

    La famiglia composta da madre depressa e padre in cura al servizio psichiatrico.
    Chiaramente una persona in posizione : Io non sono ok, ma nemmeno voi.

    Chiesto l'intervento sel servizio sociale, e l'intervento della psichiatra, in un primo momento si pensava a una procedura di intervento farmacologico e psicoterapeutico.
    Ma vista la totale indisponibilita' dell'interessata, si e' pensato ad un'altra soluzione.

    Partendo dalle materie in cui la ragazza aveva gravi lacune, impostare un percorso guidato con un tutor fisso, volontario, che si fosse occupato di lei.
    Si e' poi pensato di coinvolgere alcuni ragazzi della 5°, offrendo loro come incentivo dei crediti formativi, per aiutare la ragazza nelle materie in cui era carente.

    L'esperimento ha avuto successo e' nel giro di pochi mesi si sono avuti dei buoni risultati, compatibilmente con le capacita' soggettive, e un deciso miglioramento della relazione sociale della bimba.

    I capisaldi della terapia sono stati: Attenzione, accoglimento, affetto mirato e in interesse reale verso il soggetto, continuato e sincero.

    Nessun farmaco, nessuna psicoterapia specifica.
    E' esattamente quello che vado dicendo su questo forum da una vita: non ha senso una psicoterapia se non c'è una richiesta di cura, quale punto di partenza per costruire una domanda di cura, quindi la necessità di un lavoro preliminare con il soggetto che sta male e che magari arriva da noi per vie traverse, magari perchè qualcuno si preoccupa e chiede per lui, chiede al posto suo. Quello che tu chiami "esperimento" è in realtà un intervento clinico (non psicoterapuetico) orientato psicoanaliticamente alla faccia di quanti dicono che la psicoanalisi è inutile, lunga, costosa, fuori moda e soppiantata dalle terapie brevi più efficaci e scientificamente validate. Sui "capisaldi della terapia" io sarei più cauto, vanno letti sicuramente in maniera più articolata (ma non abbiamo dati a sufficienza sul caso per farlo), dubito comunque che si sia trattato semplicemente di un po' di attenzione, accoglimento e una pacca sulla spalla. Sicuramente è più comodo pensarla così, ma è un modo molto ingenuo di trattare la cosa. Come vedete, la psicoanalisi non vive di solo divano, ma permette, nelle sue applicazioni, di orientare interventi clinici fuori del setting classico. Nulla impedisce che prima o poi questa ragazzina possa chiedere lei per se stessa e magari intraprendere un percorso analitico (oppure no), in ogni caso si tratta sempre di poter creare le condizioni preliminari perchè un soggetto chieda qualcosa per sè (questa è la vera posta in gioco nella clinica contemporanea dei nuovi sintomi che, a differenza dei sintomi classici, non interrogano il soggetto) cosa che per la ragazza del caso, fino ad ora, non era stato possibile.

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 25-01-2009 alle ore 14.06.49

  11. #911
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Vorrei solo ribadire che, pur restando aderente alla teoria e alla prassi psicoanalitica, ad un buon analista non dovrebbe mai mancare, la capacità di partecipare, prendere a cuore, condividere umanamente, il caso, la sofferenza del paziente.
    Che poi è quello che sostenevo anch'io, sempre in questa discussione, come condizione necessaria, ma non sufficiente.

    Saluti,
    ikaro

  12. #912
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78
    Quello che tu chiami "esperimento" è in realtà un intervento clinico (non psicoterapuetico) orientato psicoanaliticamente alla faccia di quanti dicono che la psicoanalisi è inutile, lunga, costosa, fuori moda e soppiantata dalle terapie brevi più efficaci e scientificamente validate. Sui "capisaldi della terapia" io sarei più cauto, vanno letti sicuramente in maniera più articolata (ma non abbiamo dati a sufficienza sul caso per farlo), dubito comunque che si sia trattato semplicemente di un po' di attenzione, accoglimento e una pacca sulla spalla. Sicuramente è più comodo pensarla così, ma è un modo molto ingenuo di trattare la cosa. Come vedete, la psicoanalisi non vive di solo divano, ma permette, nelle sue applicazioni, di orientare interventi clinici fuori del setting classico. Nulla impedisce che prima o poi questa ragazzina possa chiedere lei per se stessa e magari intraprendere un percorso analitico (oppure no), in ogni caso si tratta sempre di poter creare le condizioni preliminari perchè un soggetto chieda qualcosa per sè (questa è la vera posta in gioco nella clinica contemporanea dei nuovi sintomi che, a differenza dei sintomi classici, non interrogano il soggetto) cosa che per la ragazza del caso, fino ad ora, non era stato possibile.
    L'esempio di oscarmoreno però mostra che spesso ci vuole un intervento sociale che sia capace di intaccare materialmente il tipo di relazioni che una persona ha con gli altri al di là del suo modo di porsi.
    Lo psicoanalista da solo non può certo promettere crediti formativi ai ragazzi affinché aiutino una persona a studiare (a meno che non sia così generoso da offrire a questi del denaro in cambio), qui entrano in gioco una serie di fattori (assistenziali e sociali) che con il tipo di psicoanalisi che difendete ed auspicate hanno poco a che fare (soprattutto con quel distacco nei confronti della vita del paziente di cui parlate).
    Per la psicoanalisi più ortodossa sembra quasi che non sia mai un problema con che tipo di mondo sociale abbiamo a che fare (che ognuno alla fine si adatti come può, qualsiasi problema una persona ha), ma se non cambiano tutta una serie di fattori ambientali molte persone secondo me continueranno a star male e là dove uno psicoanalista ha la possibilità e la volontà di intervenire attivamente (superando la solita neutralità che difendete) per dare un qualche sostegno concreto ad una persona (al di là delle solite parole che spesso lasciano il tempo che trovano) non vedo perché questo non possa portare magari anche a progressi di gran lunga maggiori.

    Certi psicoanalisti (fortunatamente non tutti sono così) sarebbero capaci di convincere anche un cane che si lamenta perché è legato al guinzaglio che il guinzaglio in realtà non è un problema, il problema consiste nel fatto che il cane desidera andarsene in giro liberamente.
    Ecco qua abbiamo spiegato anche le origini dei sintomi depressivi del cane (questo ha delle aspettative troppo elevate per un cane, che si adatti alle gerarchie naturali), ora il cane si conosce molto meglio e può controllare meglio i suoi sintomi...

    Bla, Bla, Bla, e così via...

    Ma è un modo reale di risolvere i problemi questo? Per me no.

    Abbiamo spiegato tutto però intanto magari quel povero cane è ancora legato là. Molti psicoanalisti dovrebbero trovare il coraggio di mettersi in gioco, esporsi e quindi rischiare qualcosa in più, senza questa esposizione e partecipazione nei confronti dei problemi di una persona dubito che si possa davvero aiutare qualcuno.

    Un saluto a tutti
    Ultima modifica di Char_Lie : 25-01-2009 alle ore 16.34.33

  13. #913
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    L'esempio di oscarmoreno però mostra che spesso ci vuole un intervento sociale che sia capace di intaccare materialmente il tipo di relazioni che una persona ha con gli altri al di là del suo modo di porsi.
    Lo psicoanalista da solo non può certo promettere crediti formativi ai ragazzi affinché aiutino una persona a studiare (a meno che non sia così generoso da offrire a questi del denaro in cambio), qui entrano in gioco una serie di fattori (assistenziali e sociali) che con il tipo di psicoanalisi che difendete ed auspicate hanno poco a che fare (soprattutto con quel distacco nei confronti della vita del paziente di cui parlate).
    E no caro, ha a che fare con la visione che tu hai della psicoanalisi che, fin dai tempi di Freud, accanto alla cura classica, aveva dei risvolti applicati. In questo caso lo psicoanalista non può certe permettere crediti formativi, ma può orientare l'intervento sul caso, compreso l'ambito sociale e ovviamente in una équipe integrata.

    Per la psicoanalisi più ortodossa sembra quasi che non sia mai un problema con che tipo di mondo sociale abbiamo a che fare (che ognuno alla fine si adatti come può, qualsiasi problema una persona ha), ma se non cambiano tutta una serie di fattori ambientali molte persone secondo me continueranno a star male e là dove uno psicoanalista ha la possibilità e la volontà di intervenire attivamente (superando la solita neutralità che difendete) per dare un qualche sostegno concreto ad una persona (al di là delle solite parole che spesso lasciano il tempo che trovano) non vedo perché questo non possa portare magari anche a progressi di gran lunga maggiori. Certi psicoanalisti (fortunatamente non tutti sono così) sarebbero capaci di convincere anche un cane che si lamenta perché è legato al guinzaglio che il guinzaglio in realtà non è un problema, il problema consiste nel fatto che il cane desidera andarsene in giro liberamente.
    Ecco qua abbiamo spiegato anche le origini dei sintomi depressivi del cane (questo ha delle aspettative troppo elevate per un cane, che si adatti alle gerarchie naturali), ora il cane si conosce molto meglio e può controllare meglio i suoi sintomi...

    Bla, Bla, Bla, e così via...

    Ma è un modo reale di risolvere i problemi questo? Per me no.

    Abbiamo spiegato tutto però intanto magari quel povero cane è ancora legato là. Molti psicoanalisti dovrebbero trovare il coraggio di mettersi in gioco, esporsi e quindi rischiare qualcosa in più, senza questa esposizione e partecipazione nei confronti dei problemi di una persona dubito che si possa davvero aiutare qualcuno.
    Anche qui, bisogna distinguere: di cosa stiamo parlando? Di una psicoanalisi? Di una psicoterapia orientata psicoanaliticamente? Di un intervento fuori dal setting psicoanalitico o psicoterapeutico? In ogni caso, tu non mi pare che abbia esperienza di psicoanalisi ortodossa, quindi non capisco su che cosa tu possa fondare le tue critiche se non su pregiudizi presi da chissà dove, non è come dici tu "che uno si conosce meglio e può controllare meglio i suoi sintomi e bla bla bla". In ogni caso, sono d'accordo con te che molti psicoanalisti dovrebbero trovare il coraggio di mettersi in gioco, ma se certi psicoanalisti lavorano male non possiamo certo prendercela con l'intera psicoanalisi...

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 25-01-2009 alle ore 21.05.14

  14. #914
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Margaret M., una paziente schizofrenica di settant'anni, soffriva di allucinazioni uditive e di idee paranoidi. Apparteneva a una famiglia povera di contadini immigrati, con nove figli. Da bambina aveva subito gravi deprivazioni: pur ricevendo le cure indispensabili dai genitori doveva occuparsi della madre oppressa dal troppo lavoro e dei numerosi fratellini che le erano affidati. Nella terapia, che consisteva di una seduta di venti minuti alla settimana (dopo i primi venti minuti si sentiva a disagio), i discorsi di Margaret erano vaghi e incoerenti. Era preoccupata in modo paranoide di ricevere più del dovuto, poiché lo Stato le rimborsava la terapia e le altre cure mediche. Pensava di avere difficoltà a continuare la terapia a causa di questo timore, e il terapeuta si sentiva sempre costretto a confortarla nelle sue preoccupazioni.
    In realtà egli non riceveva più rimborsi dallo Stato, perché il costo per redigere la fattura delle brevi sedute della paziente era superiore all'entità del rimborso. Non sapeva se comunicarglielo, pensando che avrebbe temuto di ingannarlo. Ma alla fine reagì alle pressioni della donna in modo radicalmente diverso: le disse che da allora in avanti l'avrebbe seguita gratuitamente risolvendo il problema del pagamento da parte dello Stato.
    La paziente si sentì rassicurata. Nella seduta seguente, per la prima volta durante la sua lunga terapia, raccontò un sogno. A differenza del materiale abituale, il sogno era ben costruito, vivace con toni drammatici. La paziente sognò di essere in una casetta di legno ricoperta di neve. Aveva sentito un tonfo all'esterno e aveva pensato che sua madre fosse caduta sulla neve. Si era precipitata alla porta, aprendola, e si era sentita sollevata accorgendosi che non c'era nessuno.
    Il terapeuta pensò che nel sogno Margaret dicesse a sé stessa che non doveva prendersi cura della madre. Evidentemente la paziente era stata molto colpita dall'offerta del terapeuta di vederla gratuitamente. Questo le permetteva di considerare sé stessa come qualcuno che aveva il diritto di ricevere dagli altri invece di dover prendersi cura di loro. Il sogno fece capire al terapeuta che, con la terapia gratuita, la aiutava a superare la convinzione di essere indegna. Cominciò ogni tanto a farle piccoli regali poco costosi, che lei accettava con grande piacere e che la aiutavano ad avere più autostima e a preoccuparsi meno degli altri.
    Joseph Weiss, COME FUNZIONA LA PSICOTERAPIA

    Io seguendo questa discussione mi sono fatto un'idea di quel che pensi Ikaro e già immagino che tu questo tipo di psicoterapia non la condivideresti. Se alcuni di voi hanno paura anche di andare a prendere un caffé con un loro paziente (un gesto gentile che magari può ben disporre una persona nei confronti della propria esistenza più di diecimila parole di qualsiasi analisi) potreste mai avere il coraggio di buttare a mare il vostro amato setting ed agire come questo psicoterapeuta?
    Ultima modifica di Char_Lie : 25-01-2009 alle ore 20.53.39

  15. #915
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    Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia

    Io seguendo questa discussione mi sono fatto un'idea di quel che pensi Ikaro e già immagino che tu questo tipo di psicoterapia non la condivideresti. Se alcuni di voi hanno paura anche di andare a prendere un caffé con un loro paziente (un gesto gentile che magari può ben disporre una persona nei confronti della propria esistenza più di diecimila parole di qualsiasi analisi) potreste mai avere il coraggio di buttare a mare il vostro amato setting ed agire come questo psicoterapeuta?
    Dal punto di vista tecnico, a mio parere, si può fare quasi tutto (direi anche bere un caffè con il paziente), purchè si sappia quello che si sta facendo e non si risponda tout court ad una richiesta del paziente per gentilezza. Il setting lo "si può buttare a mare", ma per una precisa scelta dell'analista che dirige la cura e non del paziente che dirige l'analista!! Lo psicoterapeuta del caso, pertanto, avrà avuto i suoi buoni motivi per fare quello che ha fatto, o almeno lo spero per il suo paziente. Tieni conto, comunque, che in questo caso si parla di schizofrenia (quindi di una struttura psicotica), mentre noi abbiamo centrato praticamente tutta la discussione dando per scontato un transfert di tipo nevrotico (o almeno questa è la mia impressione) il che ha delle incidenze anche nelle scelte tecniche del terapeuta. Dal mio punto di vista, ad esempio, fare piccoli regali anche costosi ad un paziente nevrotico rischia di "buttare a mare" non solo il setting, ma l'intera cura.

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 25-01-2009 alle ore 21.12.08

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