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  1. #901
    Partecipante Super Esperto L'avatar di lalangue
    Data registrazione
    27-12-2009
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    549

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    Spezzo un po' il discorso e faccio parlare altri: INTERPRETAZIONE
    Citazione Originalmente inviato da complicata Visualizza messaggio
    Ma per caso la reincarnazione di Freud è Tinto Brass?
    La descrizione calzerebbe a pennello, manca solo il cubano..
    Sorella Psicoanalisi e Il Piccolo Mondo Antico

  2. #902
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    L’antropologa Audrey Richards, che negli anni 30 del secolo scorso si trovava ospite della comunità bemba della Rhodesia del Nord, una volta raccontò ad un gruppo di indigeni una favola popolare inglese su un giovane principe che scalava montagne di vetro, attraversava precipizi e combatteva draghi, per conquistare la donna che amava. I bemba erano sconcertati, ma non replicarono, finché uno degli anziani del gruppo formulò alla Richards una domanda che esprimeva i sentimenti di tutto il gruppo: “Perché non prendeva semplicemente un’altra ragazza?”.
    Per la Richards era scontato che il principe cercasse ad ogni costo di conquistare la donna che amava ed era scontato che potesse amare soltanto quella donna, per i bemba le cose non andavano nella stessa direzione, si chiedevano, molto più prosaicamente, che senso avesse fare tante cose "assurde", superare ardue prove, quando il giovanotto poteva semplicemente rivolgersi ad una ragazza più accessibile o meno pretenziosa?
    Nella nostra cultura, a differenza dei bemba, è presente il senso di “unicità” e di “specificità” della persona amata, che comincia a farsi strada nel medioevo e arriva intatto fino a noi; ci piace far sentire unica la persona che amiamo e sentirci ricambiati in questo, pensiamo che se si tratta di amore vero, allora non potremmo amare altra persona da quella che amiamo e sentirci dire che nessun altro potrebbe sostituirci nel cuore di quella persona.
    Viviamo in un’epoca e in una cultura in cui tutto è intercambiabile, persino le persone, e nessuno è strettamente indispensabile; molte delle cose che facciamo sono anonime, come prendere un treno, andare al cinema, fare la spesa, ecc. Le città oggi sono spersonalizzanti, allora tendiamo a contrastare questa depersonalizzazione che ci rende socialmente “invisibili”, introducendo l’unicità e la specificità nei nostri rapporti intimi (l’amore e l’amicizia). Possiamo accettare che un collega dimentichi il nostro nome di battesimo, ma non che lo faccia un amico, possiamo accettare di sentirci dei funzionari, dei turnisti, degli erogatori di un servizio mentre lavoriamo, ma pretendiamo di essere insostituibili per il nostro partner.
    Questo senso di unicità, a ben vedere, non lo rintracciamo soltanto nell’amore, ma in ogni rapporto “intimo”, in tutti quei rapporti a cui affidiamo il compito di definirci, di riconoscerci, di rispecchiarci e di farci narrare.
    Certamente uno di questi rapporti è quello con il nostro partner, ma anche i rapporti con i nostri genitori, i nostri figli, i nostri amici, i nostri insegnanti preferiti, ecc. godono del privilegio dell’unicità.
    Se volessimo dare uno sguardo alla relazione terapeutica da un punto di vista fenomenologico (e non teorico come abbiano cercato di fare fin’ora) ci accorgeremmo che l’analista è unico per il proprio paziente, non è un funzionario, un erogatore di saggezza, un dispensatore di consigli, un esperto e basta.
    C’è un’attenzione selettiva per ciò che dice, un’apertura al suo discorso maggiore che in altri tipi di rapporto, le sue parole, i suoi gesti, persino un suo battito di ciglia ha un’incidenza enorme per il paziente; un po’ come accadeva all’ipnotizzato con il suo ipnotizzatore.
    E’ come se il paziente decidesse il momento opportuno (kairòs) per una maggiore apertura e per una possibilità di cambiamento (o di conoscenza di sé) e scegliesse la persona più adatta che faccia da catalizzatore, da garante, da facilitatore di questo complesso movimento soggettivo.
    Naturalmente, anche il terapeuta guarda al suo paziente come un soggetto unico, impara a conoscerlo con una profondità inedita in altri tipi di rapporto, percepisce, sente e si emoziona esattamente come lui, perché attraversano insieme quel percorso che stanno facendo.
    Si tratta di un complesso gioco di reciprocità e di riconoscimento, dove ciascuno dei due si pone per ciò che è e vuole essere riconosciuto dall’altro in quanto tale; ma il suo porsi è parziale, nel rapporto ciascuno dei due personifica una delle polarità soggettive, e un lungo processo di rispecchiamento e di trasmissione di presenza a se stesso può facilitare l’integrazione di tutte queste polarità.
    E’ in un certo senso come il percorso dello “spirito” hegeliano, che si pone in un certo modo, che si relaziona con la sua antitesi e che è finalizzato a raggiungere una sintesi auto-conoscitiva; un’incessante dialettica per riappropriarsi di sé, attraverso l’altro.
    Ho cercato di porre all’attenzione di tutti un elemento fondamentale in una relazione autentica, che è quello dell’unicità, ritengo che sia uno dei pilastri del transfert ed essendo un elemento descrittivo ci sottrae dal discorso teorico in cui ci siamo impantanati fino adesso, perché le divergenze teoriche fanno perdere il discorso del transfert in mille rivoli diversi, mentre possiamo ritrovarne il senso a livello fenomenologico.
    Un livello che può consentire, forse, di rendere questo dibattito più accessibile e più interessante anche per coloro che sanno poco di teoria, ma possono contribuire (e lo hanno fatto prima che lo scontro teorico si facesse più serrato) enormemente con la loro sensibilità e con la loro esperienza.
    Ultima modifica di Megiston Matema : 08-02-2010 alle ore 20.56.48

  3. #903
    Partecipante Super Esperto L'avatar di lalangue
    Data registrazione
    27-12-2009
    Messaggi
    549

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    Una buona parte di una psicoterapia è compresa in quello che dici. La vedo più come un riferimento alla relazione (fenomenologia) che non al transfert (psicoanalisi), ma è la solita polemica teorica. Da un punto di vista fenomenologico è interessante questo discorso dell'unicità e del feeling che si crea tra paziente e analista, soprattutto quando si sente il bisogno di un certo rispecchiamento. A questo punto vorrei domandare a tutti in che modo sentite l'empatia del vostro terapeuta e che sensazioni evoca in voi.
    Citazione Originalmente inviato da complicata Visualizza messaggio
    Ma per caso la reincarnazione di Freud è Tinto Brass?
    La descrizione calzerebbe a pennello, manca solo il cubano..
    Sorella Psicoanalisi e Il Piccolo Mondo Antico

  4. #904
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    Vorrei aggiungere un'altra domanda: come viene scelto il terapeuta?
    Voglio dire, nei rapporti profondi ci scegliamo perché in qualche modo ci riconosciamo e ripetiamo ed assecondiamo le dinamiche a noi note. Ma cosa avviene durante il primo colloquio; il terapeuta come viene scelto: perché asseconda le dinamiche conosciute o perché trasmette qualcosa di diverso? Cosa?
    Molto generalizzando, se io scegliessi un terapeuta uomo, ci vedrei mio padre o il padre che non ho?
    Ultima modifica di benedetta14 : 09-02-2010 alle ore 11.49.57

  5. #905
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    Citazione Originalmente inviato da lalangue Visualizza messaggio
    Una buona parte di una psicoterapia è compresa in quello che dici. La vedo più come un riferimento alla relazione (fenomenologia) che non al transfert (psicoanalisi), ma è la solita polemica teorica. Da un punto di vista fenomenologico è interessante questo discorso dell'unicità e del feeling che si crea tra paziente e analista, soprattutto quando si sente il bisogno di un certo rispecchiamento. A questo punto vorrei domandare a tutti in che modo sentite l'empatia del vostro terapeuta e che sensazioni evoca in voi.
    Caro Lalangue,
    con il termine “fenomenologia” non intendevo riferirmi alla corrente filosofica di Edmund Husserl, né alla peculiare teoria che intreccia insieme psichiatria, psicoanalisi e filosofia fenomenologica ed esistenziale che ha le sue origini in Binswanger, Jaspers, Laing, Cooper, Minkowski, fino a Benedetti, Resnik e Borgna.
    Intendevo invece il termine “fenomenologico” come sinonimo di “fenomenico”, cioè di visibilmente manifesto, di osservabile e di descrivibile; questo per sottrarci alle ricostruzioni teoriche differenti sul transfert che si basano fondamentalmente su delle inferenze e perché in 61 pagine di forum non abbiamo nemmeno descritto ciò di cui stiamo parlando, ciascuno di noi ha preferito esporre come lo intende lui secondo la teoria a cui fa riferimento.
    Quello dell’unicità mi pare qualcosa che è sempre presente in una relazione terapeutica, l’analista per il proprio paziente è “unico”, e unico è anche il paziente per ciascun analista, c’è un’attenzione e una curiosità reciproca che si ritrova soltanto nei rapporti molto intimi al di fuori dell’analisi: senza questo presupposto, credo, non ci sarebbe analisi.
    Ora, l’unicità è strettamente collegata con l’incidenza che assegniamo su di noi alle persone che riteniamo “uniche”, ogni loro gesto e ogni parola incide molto di più se proviene da un rapporto con queste persone piuttosto che da una nostra interazione con altri.
    L’unicità potrebbe essere vista come una variabile direttamente proporzionale al grado di incidenza su di noi che attribuiamo ad una persona; ed è per questo che è molto importante considerarla non solo in riferimento al transfert analitico, ma in ogni tipo di rapporto con cui abbiamo a che fare.
    Il discorso, ovviamente ha un suo reciproco: ci sentiamo di poter essere influenti per una persona tanto più pensiamo di poter essere “unici” per questa persona e tanto più sentiamo questa persona come unica.
    Un saluto

  6. #906
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    Citazione Originalmente inviato da benedetta14 Visualizza messaggio
    Vorrei aggiungere un'altra domanda: come viene scelto il terapeuta?
    Voglio dire, nei rapporti profondi ci scegliamo perché in qualche modo ci riconosciamo e ripetiamo ed assecondiamo le dinamiche a noi note. Ma cosa avviene durante il primo colloquio; il terapeuta come viene scelto: perché asseconda le dinamiche conosciute o perché trasmette qualcosa di diverso? Cosa?
    Molto generalizzando, se io scegliessi un terapeuta uomo, ci vedrei mio padre o il padre che non ho?
    Cara Benedetta,
    quali siano le dinamiche in base alle quali un paziente sceglie il proprio analista è una domanda che passo volentieri a chi è paziente in questo momento, la mia doppia esperienza di ex-paziente/analista mi suggerisce che esistano motivazioni che attingono più a sorgenti emotive profonde e a meccanismi procedurali e dinamici piuttosto che a motivazioni consapevoli e conoscibili dal paziente nel preciso momento della scelta. C’è da aggiungere che la scelta non è certamente un’esperienza che avviene una volta per tutte, ma qualcosa che si rinnova di seduta in seduta, ed è fondamentalmente un processo che si costruisce insieme.
    Nell’ottica dell’analista, crisi economica permettendo, oltre alle valutazioni strutturali, diagnostiche, ad una attenta analisi della domanda e delle motivazioni sottostanti, mi affido a ciò che l’incontro col paziente deposita nella mia emotività, in particolare alla simpatia/antipatia che provo verso di lui (intesa nell’accezione corrente e non uso “empatia” appositamente) come indice per "prendere in carico" un paziente.
    Il paziente che mi sta simpatico faccio meno fatica a capirlo, lo tollero di più e, soprattutto, ho più speranza e fiducia sull’esito dell’analisi; mi sembra che un’analisi che parta da questa “simpatia” più difficilmente vada incontro ad una prematura interruzione e sono più facilmente soddisfatto del suo esito.
    Sono anche consapevole che non è soltanto una questione di “simpatia” ma di consapevolezza della stessa (che potrebbe essere anche consapevolezza di un’antipatia, invece) a fare la differenza.
    Dal momento che l’analisi è un percorso lungo, faticoso, impegnativo, costoso, mi pare opportuno, a chiusura dei colloqui preliminari, chiedere alla persona che mi sta di fronte come si è trovata durante questi nostri incontri. Questo per far emergere il vissuto emotivo che spesso passa in secondo piano, coperto dal rumore di cascata del “sintomo” che viene raccontato come se fosse la cosa principale.
    Ed è un buon indice delle fondamenta su cui potremo costruire la nostra relazione terapeutica.
    Sulla ripetizione di dinamiche relazionali “antiche”, ribadisco il mio pensiero: paziente e terapeuta sono l’uno di fronte all’altro (o uno di spalle all’altro) per come sono adesso.
    Il passato si affaccia soltanto perché è presente adesso, ogni volta che è “rievocato” viene in realtà “ricostruito” nel presente ed ha più a che fare con ciò che sta succedendo ora che non con ciò che è successo allora.
    Tutto ciò che non viene vivificato nel presente, che non è vivo adesso, non esiste più o non è importante; credo anche che ricondurre il presente al passato (nelle interpretazioni ad esempio) sia uno spostamento.
    Ciao
    Ultima modifica di Megiston Matema : 09-02-2010 alle ore 15.32.53

  7. #907
    Partecipante Esperto
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    18-01-2010
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    305

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    Provo a dare il mio punto di vista agli interrogativi e alle questioni sollevate da Lalangue, Megiston e Benedetta..
    Personalmente, mi sono domandata spesso se fossi da un altro terapeuta che piega avrebbe preso la relazione. Probabilmente la stessa per molti versi, è difficile dirlo da qui, dalla poltrona del paziente appunto.

    Subito una risposta a Benedetta: come dice Megiston – al di là delle motivazioni inconscie che ovviamente non conosco – anche per me la reazione “a pelle” è stata la ragione determinante. Poi, potrei aggiungere altre facezie tipo l’arredamente dello studio (molto simile a casa mia) le sue scarpe (un po’ alla Moretti quando sceglie gli attori), il fatto che il colloquio preliminare si ridusse a uno invece delle tre o quattro sedute prospettate ed entro il quale decise la presa in carico. Anche a me andava benissimo, perchè lo “sentivo” anch’io sin dalle prime battute che ci siamo scambiati.

    L’empatia da parte del terapeuta è qualcosa che ho sentito soprattutto all’inizio del percorso: la fase cioè della narrazione – quella dove attraverso il racconto cerchi di tracciare il tuo personale vissuto intrecciando cronaca, sentimenti, descrizione di altri soggetti e dei legami con questi – è sicuramente stato il periodo nel quale la partecipazione emotiva dell’analista mi è apparsa più evidente. Le sue manifestazioni esplicite (nel senso di verbalmente esplicitate) anche di rabbia o disagio nei confronti di un contesto concretamente doloroso – e che mi colpivano in quanto avrebbero dovuto forse, pensavo, essere le mie – hanno contribuito, e al di là della carica umana in sé che esse esprimevano, ad una presa di coscienza della durezza nella quale mi ero mossa fino a quel momento e dei relativi meccanismi di difesa messi in piedi negli anni: meccanismi efficaci ma allo stesso tempo fortemente limitanti.
    Quello che intendo cioè è che, nel mio specifico, l’empatia, più che colpirmi nei termini del sentirmi compresa – nel senso
    di magari sentire condiviso il mio personale dolore, esigenza che oltretutto non sentivo– ha avuto il senso più che altro di uno specchio: attraverso il suo personale coinvolgimento emotivo verso le mie vicende finiva per scattare anche il mio; passaggio del quale oggi capisco l’importanza alla luce di ciò che abbiamo indagato e capito poi.

    Non fu facile per niente, anzi, la vissi come una vera e propria invasione emotiva da parte sua: io volevo capire i legami e le relazioni tra il mio vissuto e il mio relazionarmi agli altri e con i miei contenuti consci o inconsci. E la sua partecipazione – che soffrivo – mi appariva terribilmente invadente. Ho cercato di neautralizzarla riportando continuamente tutto ad un approccio estremamente razionalizzante – a volte intellettualizzando anche l’inintellettualizzabile – proprio perchè avrei fatto volentieri a meno del suo convolgimento manifesto. Era un continuo spostare il tutto – e soprattutto lui – dalla qui ed ora ad una sorta di astrazione.
    Rimanevo lì perchè capivo perfettamente che proprio quello era uno dei nodi, e che dunque forse l’immersione – anche – in questo bagno emotivo a me altamente sgradito – il tener duro, insomma – poteva esser parte del percorso.
    E non era forse tanto questione del vis-a-vis, né del fatto che magari uno junghiano parli quantitativamente quasi quanto il paziente: era quel suo coinvolgimento manifesto, quella sua disposizione perfino protettiva nei miei confronti – anche se ruvida e declinata in modo divertente, ma qui entra la cifra dello specifico individuo – che rappresentava l’elemento davvero perurbatore per me dell’analisi, almeno quanto i contenuti della psiche che via via emergevano.
    Questo per dire che forse, tornando al transfert, esistono molto modi di far resistenza, non necessariamente passanti per l’erotizzazione o l’odio o l’amore idealizzati, per quanto l’uomo non sia certo da buttare, anzi. Ma il mio sapermi paziente tra i tanti mi rassicurava, e il suo puntuale togliermi questa rassicurazione mi faceva mancare la terra da sotto i piedi.
    “Ho pensato tutto il weekend a quello che mi ha detto settimana scorsa...” era una delle tante frasi che gli avrei ricacciato in gola volentieri...
    Non era questione di battito di ciglia per me. Mi arrivavano attenzioni che vivevo come autentiche bordate.

    Ecco, forse l’individualità del rapporto credo si giochi anche in relazione al problema che un analista si trova davanti. Ma non c’è dubbio che poi la cifra umana attraverso la quale si esprime faccia la sua parte. L’attitudine ruvida e provocatoria, e il grande senso di ironia di questo specifico analista, credo abbiano rappresentato, tra quelli più specificatamente tecnici, un mezzo per avvicinarmi.
    Ora, che sia stata tecnica da camaleonte o finzione questo non lo saprò mai, ma quando ci prendono quelli che io chiamo i discorsi dell’attaccapanni, quel sostare cioè a dire un po’ di cazzate prima di congedarci alla porta – la cifra personale della quale parlavo e che nel setting d’analisi è sfondo – lì diventa caratteristica forte della persona in una cornice più intima, e quindi, per tornare alla domanda di Bendetta, quello poi fece la differenza forse sin dall’inizio. Una persona così mi avrebbe forse incuriosita comunque, anche l’avessi incontrata in una libreria: naturalmente può non essere vera questa mia sensazione, ma non ha importanza a questo punto, essa mi servì a decidere di rimanere. Questo per me conta, non la sua veridicità.

    No, non ci ho mai visto mio padre come ho già scritto in un post, o almeno da cosciente è così. Né altre figure tipo guru o salvatore o guida o maestro. Continuo a vederlo come un analista.
    Certo il “mio” analista a questo punto, perchè la relazione ormai si nutre a piene mani di un rapporto costruito seduta dopo seduta.
    Come in una storia d’amore – pur dal decollo faticosissimo per me (come quando ti capitano quei corteggiatori che non mollano e ti prendono per sfinimento, ma per poi scoprirti felice che non abbiano mollato perchè i sentimenti sollevati si rivelano sorprendenti) – ecco che proprio il sentimento diventa il motore dell’individuazione, della conoscenza di sé, della definizione della propria identità. L’essere sé stessi nell’altro, sacrificando i propri egoismi e superando le proprie paure.

    Giulietta.O

  8. #908
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    10-02-2006
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    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio

    Sulla ripetizione di dinamiche relazionali “antiche”, ribadisco il mio pensiero: paziente e terapeuta sono l’uno di fronte all’altro (o uno di spalle all’altro) per come sono adesso.
    Il passato si affaccia soltanto perché è presente adesso, ogni volta che è “rievocato” viene in realtà “ricostruito” nel presente ed ha più a che fare con ciò che sta succedendo ora che non con ciò che è successo allora.
    Tutto ciò che non viene vivificato nel presente, che non è vivo adesso, non esiste più o non è importante; credo anche che ricondurre il presente al passato (nelle interpretazioni ad esempio) sia uno spostamento.
    Ciao
    Ciao Megiston, mi puoi spiegare meglio il passaggio che ho evidenziato? Ti riferisci agli aspetti emotivi attuali, che intervengono nel rapporto interpersonale e che portano sempre a nuove ri-costruzioni e consapevolezze, con ulteriori esperienze emotivo-percettive attuali e ad un'ampliamento della coscienza del soggetto circa i propri dinamismi o funzionamento, ad esempio?

    Grazie
    Ciao
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

  9. #909
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

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    Citazione Originalmente inviato da giulietta.o Visualizza messaggio
    Provo a dare il mio punto di vista agli interrogativi e alle questioni sollevate da Lalangue, Megiston e Benedetta..
    Personalmente, mi sono domandata spesso se fossi da un altro terapeuta che piega avrebbe preso la relazione. Probabilmente la stessa per molti versi, è difficile dirlo da qui, dalla poltrona del paziente appunto.

    Subito una risposta a Benedetta: come dice Megiston – al di là delle motivazioni inconscie che ovviamente non conosco – anche per me la reazione “a pelle” è stata la ragione determinante. Poi, potrei aggiungere altre facezie tipo l’arredamente dello studio (molto simile a casa mia) le sue scarpe (un po’ alla Moretti quando sceglie gli attori), il fatto che il colloquio preliminare si ridusse a uno invece delle tre o quattro sedute prospettate ed entro il quale decise la presa in carico. Anche a me andava benissimo, perchè lo “sentivo” anch’io sin dalle prime battute che ci siamo scambiati.

    L’empatia da parte del terapeuta è qualcosa che ho sentito soprattutto all’inizio del percorso: la fase cioè della narrazione – quella dove attraverso il racconto cerchi di tracciare il tuo personale vissuto intrecciando cronaca, sentimenti, descrizione di altri soggetti e dei legami con questi – è sicuramente stato il periodo nel quale la partecipazione emotiva dell’analista mi è apparsa più evidente. Le sue manifestazioni esplicite (nel senso di verbalmente esplicitate) anche di rabbia o disagio nei confronti di un contesto concretamente doloroso – e che mi colpivano in quanto avrebbero dovuto forse, pensavo, essere le mie – hanno contribuito, e al di là della carica umana in sé che esse esprimevano, ad una presa di coscienza della durezza nella quale mi ero mossa fino a quel momento e dei relativi meccanismi di difesa messi in piedi negli anni: meccanismi efficaci ma allo stesso tempo fortemente limitanti.
    Quello che intendo cioè è che, nel mio specifico, l’empatia, più che colpirmi nei termini del sentirmi compresa – nel senso
    di magari sentire condiviso il mio personale dolore, esigenza che oltretutto non sentivo– ha avuto il senso più che altro di uno specchio: attraverso il suo personale coinvolgimento emotivo verso le mie vicende finiva per scattare anche il mio; passaggio del quale oggi capisco l’importanza alla luce di ciò che abbiamo indagato e capito poi.

    Non fu facile per niente, anzi, la vissi come una vera e propria invasione emotiva da parte sua: io volevo capire i legami e le relazioni tra il mio vissuto e il mio relazionarmi agli altri e con i miei contenuti consci o inconsci. E la sua partecipazione – che soffrivo – mi appariva terribilmente invadente. Ho cercato di neautralizzarla riportando continuamente tutto ad un approccio estremamente razionalizzante – a volte intellettualizzando anche l’inintellettualizzabile – proprio perchè avrei fatto volentieri a meno del suo convolgimento manifesto. Era un continuo spostare il tutto – e soprattutto lui – dalla qui ed ora ad una sorta di astrazione.
    Rimanevo lì perchè capivo perfettamente che proprio quello era uno dei nodi, e che dunque forse l’immersione – anche – in questo bagno emotivo a me altamente sgradito – il tener duro, insomma – poteva esser parte del percorso.
    E non era forse tanto questione del vis-a-vis, né del fatto che magari uno junghiano parli quantitativamente quasi quanto il paziente: era quel suo coinvolgimento manifesto, quella sua disposizione perfino protettiva nei miei confronti – anche se ruvida e declinata in modo divertente, ma qui entra la cifra dello specifico individuo – che rappresentava l’elemento davvero perurbatore per me dell’analisi, almeno quanto i contenuti della psiche che via via emergevano.
    Questo per dire che forse, tornando al transfert, esistono molto modi di far resistenza, non necessariamente passanti per l’erotizzazione o l’odio o l’amore idealizzati, per quanto l’uomo non sia certo da buttare, anzi. Ma il mio sapermi paziente tra i tanti mi rassicurava, e il suo puntuale togliermi questa rassicurazione mi faceva mancare la terra da sotto i piedi.
    “Ho pensato tutto il weekend a quello che mi ha detto settimana scorsa...” era una delle tante frasi che gli avrei ricacciato in gola volentieri...
    Non era questione di battito di ciglia per me. Mi arrivavano attenzioni che vivevo come autentiche bordate.

    Ecco, forse l’individualità del rapporto credo si giochi anche in relazione al problema che un analista si trova davanti. Ma non c’è dubbio che poi la cifra umana attraverso la quale si esprime faccia la sua parte. L’attitudine ruvida e provocatoria, e il grande senso di ironia di questo specifico analista, credo abbiano rappresentato, tra quelli più specificatamente tecnici, un mezzo per avvicinarmi.
    Ora, che sia stata tecnica da camaleonte o finzione questo non lo saprò mai, ma quando ci prendono quelli che io chiamo i discorsi dell’attaccapanni, quel sostare cioè a dire un po’ di cazzate prima di congedarci alla porta – la cifra personale della quale parlavo e che nel setting d’analisi è sfondo – lì diventa caratteristica forte della persona in una cornice più intima, e quindi, per tornare alla domanda di Bendetta, quello poi fece la differenza forse sin dall’inizio. Una persona così mi avrebbe forse incuriosita comunque, anche l’avessi incontrata in una libreria: naturalmente può non essere vera questa mia sensazione, ma non ha importanza a questo punto, essa mi servì a decidere di rimanere. Questo per me conta, non la sua veridicità.

    No, non ci ho mai visto mio padre come ho già scritto in un post, o almeno da cosciente è così. Né altre figure tipo guru o salvatore o guida o maestro. Continuo a vederlo come un analista.
    Certo il “mio” analista a questo punto, perchè la relazione ormai si nutre a piene mani di un rapporto costruito seduta dopo seduta.
    Come in una storia d’amore – pur dal decollo faticosissimo per me (come quando ti capitano quei corteggiatori che non mollano e ti prendono per sfinimento, ma per poi scoprirti felice che non abbiano mollato perchè i sentimenti sollevati si rivelano sorprendenti) – ecco che proprio il sentimento diventa il motore dell’individuazione, della conoscenza di sé, della definizione della propria identità. L’essere sé stessi nell’altro, sacrificando i propri egoismi e superando le proprie paure.

    Giulietta.O
    Cara Giulietta,
    il tuo intervento corrisponde esattamente alla modalità esperienziale con cui desidererei affrontare il problema della relazione analitica; pur senza personalizzare troppo la tematica da dover raccontare cose intime di sé e della propria analisi, tuttavia possiamo partire dalla nostra esperienza e rintracciarne gli elementi essenziali che la sorreggono. Ciò ci permette, per quanto è possibile, di non impelagarci in sterili discussioni teoriche in cui ciascuno conduce l’esperienza alla propria teoria, attraverso delle inferenze che ci fanno perdere l’immediatezza fenomenica e ci immergono nell’incomunicabilità dei differenti linguaggi delle teorie psicoanalitiche esistenti.
    Mi pare che sull’unicità dell’analista e della relazione analitica tu porti degli argomenti a favore quando racconti quanto siano state importanti per te alcune sue caratteristiche peculiari per la scelta di fare analisi e di farla insieme a lui. Nello stesso tempo ti domandi cosa sarebbe cambiato se al suo posto ci fosse stato qualche altro analista di pari esperienza e cosa rappresenta per te quest’uomo. Certo, non è né il padre evocato dagli analisti che mettono l’Edipo alla base del transfert, né un guru, una guida, un maestro o un salvatore a cui affidarsi come Dante si affida prima a Virgilio poi a Beatrice.
    Sembri consapevole che l’analista non conosce la tua “verità”, né è il depositario o il garante del senso della tua vita e che basti solo trasmettertelo per ritrovarti e ritrovare il tuo benessere; questa verità in analisi va in gran parte costruita insieme e questa costruzione non può non passare attraverso una rifondazione soggettiva e una conoscenza di sé attraverso l’altro.
    C’è anche una consapevolezza che si tratti di un rapporto professionale quando dici di vederlo “come un analista”, anche se come rapporto professionale è un po’ atipico, perché in nessun rapporto professionale è prevista un’intimità, una confidenza e un attraversare insieme dei sentimenti molto forti e dei momenti di alta intensità emotiva.
    E’ importante che accanto alla parola analista tu abbia aggiunto l’aggettivo possessivo “mio”, ciò significa che non si tratta più di intendere “analista” come un termine qualificativo di una professione, semplicemente come l’esperto di qualcosa che può aiutarmi a svolgere un servizio. Si tratta piuttosto di quell’uomo li, con il quale sto effettuando un complesso e faticoso lavoro di analisi personale di cui l’unica garanzia vera che possiedo è quella che lui ha già effettuato l’esperienza che mi propone e che io sento possibile anche per me, con il suo aiuto.
    Naturalmente, l’analisi non è l’unica via per mettermi in contatto con me stesso, l’amore e l’amicizia potrebbero svolgere in maniera eccellente il compito di permettermi di riappropriarmi di me; ed è solo quando ciò è impossibile, o difficile che ci rivolgiamo all’analisi. In passato questo ruolo era svolto dalla grande politica, dal ruolo della polis greca; poi, quando questa entrò in crisi travolta dall’impersonale falange macedone, il contatto con se stesso divenne personale e privato, e fu affidato all’etica. Con l’avvento del cristianesimo entrò nella cultura dell’Occidente il pensiero giudaico, che invece affidava al divino il movimento di trasparenza del soggetto a se stesso; in seguito la scienza assunse il ruolo di garante della verità dell’uomo, promise che in un futuro prossimo tutti gli arcani sarebbero stati svelati e l’uomo avrebbe conosciuto le leggi occulte che governano il funzionamento dell’universo.
    Oggi, con il crollo di tutte le certezze e con la rinuncia esplicita della scienze alla ricerca della verità, è rimasta solo la psicoanalisi (quando si ricorda di essere l’unica disciplina che pretende di parlare del soggetto in quanto tale) a inseguire il motto delfico del “conosci te stesso”.
    Un saluto.
    Ultima modifica di Megiston Matema : 10-02-2010 alle ore 15.52.09

  10. #910
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Ciao Megiston, mi puoi spiegare meglio il passaggio che ho evidenziato? Ti riferisci agli aspetti emotivi attuali, che intervengono nel rapporto interpersonale e che portano sempre a nuove ri-costruzioni e consapevolezze, con ulteriori esperienze emotivo-percettive attuali e ad un'ampliamento della coscienza del soggetto circa i propri dinamismi o funzionamento, ad esempio?

    Grazie
    Ciao
    Cara RosadiMaggio,
    non ti rispondo a livello teorico, ma con un brano tratto dalle riflessioni di un poeta:

    “E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Perché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso”. (Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, a cura di Furio Jesi, Garzanti, Milano, 1993, p. 14).

    Ciao.

  11. #911
    Partecipante Esperto
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    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    Grazie Megiston,
    le tue parole sul mio intervento contribuiscono a proseguire la mia personale riflessione sul rapporto analitico, riflessione che qui nel forum ho cercato di esprimere senza entrare troppo nei contenuti personali, ma che ovviamente prosegue dentro di me riguardo a questi.
    Certo, l’amore come dici tu è un percorso di individuazione (scusa se rimango sullo junghiano, ma ad andar con lo zoppo si impara a zoppicare...).
    Esattamente con questo spirito, la chiusa del mio intervento usava la metafora dell’analisi come rapporto amoroso, nel senso appunto che essa rappresenta – come l’amore – un canale di espressione del Sé, di centratura cioè della persona.

    Sono assolutamente consapevole che l’analista non sia il depositario della mia “verità”: l’analista non ti dice la sua verità, tantomeno cerca di dirti quale sarebbe secondo lui la tua: come potrebbe saperlo? Per questo dicevo “esser se stessi nell’altro”, o anche potremmo dire “attraverso l’altro” nel caso dell’analisi.
    Se ci aspettassimo da lui che vedesse la nostra verità equivarebbe a vedere lui come un indovino, e allora tantovale vederlo come guru o maestro o non so cosa.

    Sull’unicità dell’analista in effetti porto delle motivazioni a favore, ma anche il dubbio a riguardo. Non saprei, forse per un paziente bisognerebbe aver fatto due analisi per capire se davvero esiste questa unicità, lì io credo che il vostro punto di vista – cioè di voi che fate questo lavoro – possa dire molto a riguardo.
    Per me alla fine rimane, e credo rimarrà, un mistero.
    Forse, ma molto forse, mi viene da dire che magari i contenuti psichici e personali del paziente che emergono in un analisi non cambierebbero al cambiare dell'analista. Cambia magari la tua percezione del percorso, come lo vivi tu paziente dal punto di vista sentimentale ed emozionale ( e forse anche di come lo vive l'analista).
    Mi viene in mente "Esercizi di stile" di Queneau. La storia è sempre quella del tizio e del bottone. Ma può essere narrata con esiti emotivi assai diversi per chi l’ascolta, a seconda dello stile che si adotta.

    Giulietta.O

  12. #912
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    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap

    Citazione Originalmente inviato da giulietta.o Visualizza messaggio
    Sono assolutamente consapevole che l’analista non sia il depositario della mia “verità”: l’analista non ti dice la sua verità, tantomeno cerca di dirti quale sarebbe secondo lui la tua: come potrebbe saperlo? Per questo dicevo “esser se stessi nell’altro”, o anche potremmo dire “attraverso l’altro” nel caso dell’analisi.
    Se ci aspettassimo da lui che vedesse la nostra verità equivarebbe a vedere lui come un indovino, e allora tantovale vederlo come guru o maestro o non so cosa.
    Su questo punto sono di un altro parere, visto che la verità del paziente (la O, come la chiamava Bion) emerge dal lavoro associativo e dal concordante lavoro interno dell'analista e viene poi interpretata.
    Il che poi non significa che si tiri ad indovinare o si aspiri alla posizione di guru o maestro, anzi, proprio l'esatto contrario.

    Saluti
    Ultima modifica di gieko : 10-02-2010 alle ore 16.07.07
    gieko

  13. #913
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Su questo punto sono di un altro parere, visto che la verità del paziente (la O, come la chiamava Bion) emerge dal lavoro associativo e dal concordante lavoro interno dell'analista e viene poi interpretata. Il che poi non significa che si tiri ad indovinare o si aspiri alla posizione di guru o maestro, anzi, proprio l'esatto contrario.

    Saluti
    Quindi secondo te, é proprio la "verità" soggettiva che analista e paziente cercano insieme, trasformandosi poi attraverso questa comune ricerca del cosidetto punto "O" del paziente che é appunto il "punto " primo (o originario) della "verità" partendo dalla quale e passando per vari momenti "catastrofici" (Bion), possono poi avvenire sempre nuovi cambiamenti, rimanendo - e ri-trovando- sé stessi?
    Gaia

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  14. #914
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Cara RosadiMaggio,
    non ti rispondo a livello teorico, ma con un brano tratto dalle riflessioni di un poeta:

    “E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Perché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso”. (Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, a cura di Furio Jesi, Garzanti, Milano, 1993, p. 14).

    Ciao.
    Grazie per questa risposta, é molto esplicativa.
    Gaia

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  15. #915
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Quindi secondo te, é proprio la "verità" soggettiva che analista e paziente cercano insieme, trasformandosi poi attraverso questa comune ricerca del cosidetto punto "O" del paziente che é appunto il "punto " primo (o originario) della "verità" partendo dalla quale e passando per vari momenti "catastrofici" (Bion), possono poi avvenire sempre nuovi cambiamenti, rimanendo - e ri-trovando- sé stessi?
    Credo che ci siamo capiti: giungere alla O significa poter rimettere in moto le capacità auto-organizzative del paziente congiuntamente a micro-processi di catastrofe strutturale.
    Il transfert è uno strumento tecnico, il campo in cui è possibile far emergere la verità dell'analizzando (e dell'analista).

    Saluti
    gieko

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