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L’analista relazionale è ben consapevole che tutto ciò che accade in psicoanalisi è duale, perché duale è il dispositivo terapeutico, e sa che ciò che il paziente manifesta è una polarità dialettica, l’altra è inconscia ed è proiettata sul terapeuta stesso. In altre parole, sa che se è presente un servo (o un padrone) da qualche parte c’è un padrone (o un servo). Per sbloccare la rigidità strutturale e processuale de funzionamento del paziente bisogna reintegrare le due polarità, bisogna prendere contatto con la polarità eclissata. Ma non si tratta di dinamiche intrapsichiche del paziente, ma di dinamiche relazionali, la polarità sconosciuta è nella relazione, così come è relazionale quella manifesta che chiede il riconoscimento al terapeuta.
Qualunque intervento del terapeuta non può non partire da una sua presenza a se stesso nella relazione, che viene trasmessa al paziente attraverso una semplice constatazione (sta accadendo questo fra noi), un’interpretazione relazionale (sta accadendo questo fra noi perché ...), o un riconoscimento, o un gesto, una sottolineatura, o l’espressione del sentimento che mancava.
Quello che il terapeuta fa è affidato alla sua intuizione, alla sua sensibilità e alla sua creatività, già la stessa Anna Freud riconosceva qualche valore alla creatività tecnica dell’analista, purché non perda di vista l’obiettivo del suo metodo.
Solo una psicoanalisi ormai irrigidita ha potuto identificarsi nel setting che essa stessa aveva istituito per facilitare la cura, arrivando a dire che il lettino è psicoanalisi, la poltrona no, l’interpretazione si, l’empatia no, Green è uno psicoanalista, Bowlby un comportamentista e Lacan è un transgender.
Ciao

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