sì, è la questione dell'amore, che supera ogni aspetto fisico, di chi ami ti piacciono pure i difetti, si è pronti a scoprire ogni particolare, pure la prima rughetta, il primo filo bianco.
Da giovani non ce ne sono, nell'insieme sei perfetto, un bel ragazzo, una bella ragazza, la bellezza del ciuco, la chiamiamo noi.
Poi si cresce, e allora più avanzata è l'età in cui ti innamori, più indulgente lo sguardo, più esigente diventi negli aspetti dell'intelligenza, dello spirito, dell' umanità.
Sì, penso che l'amore compensi tutte le nostre mancanze, i nostri "difetti" cosiddetti.
Poichè tutti abbiamo un'estremo bisogno di affetto, di amore, di comprensione, di stima.
L'dealizzazione dell'altro è un dono del cielo.
Ma mi stai intervistando?
La mia parola non vale nulla, chiedi ai cervelloni del forum![]()
allora non devo dare troppo peso a quello che dici...
Salve
Ho letto con molto interesse la discussione, in cui peraltro sono capitata per caso, attratta dal titolo, e comunque incuriosita dalla "piega" che ha preso.
Dalle ricche autodescrizioni di Char Lie emerge una questione interessante secondo me, al di là del suo caso personale. Quella degli aspetti "culturalizzati" dell'amore, o delle relazioni amorose.
L'amore ha una dimensione soggettiva, affettivo-emotiva: quella del "sentire", diversa e unica per ognuno.
Ma anche (e non da meno) un aspetto "valutativo", relativo alle credenze e concezioni di amore. Questo secondo aspetto è largamente influenzato dalle concezioni socio-culturali, dell'amore.
Concezioni "condivise" che implicano e "prescrivono" in qualche modo anche i modi sentire, vivere, spiegare, e soprattutto "agire" l'amore. In parte vengono assimilate, in parte no, e ciò dipende da quanto la persona le percepisce congruenti col proprio "sentire", e dagli esiti che incontra nelle proprie esperienze di relazione.
L'esperienza consente di validare e invalidare certi assunti base della persona (alcuni propri, altri derivati ambientali), che in questo modo evolve, o cresce, ma non per forza allineandosi alle "prescrizioni" o richieste esterne; magari reputando che "ciò che fa per lei" non l'ha ancora trovato. Non sentendosi "sbagliato" in sé, ma sentendo sbagliato "per sé" ciò che fino a quel momento ha incontrato. Da qui il bisogno di trovare qualcosa di più giusto, o meglio, benefico, per sé.
Sembra proprio che Char Lie si senta in "dissonanza" con una certa linea prescrittivo-culturale di amore.
Lui cerca semplicemente una persona che lo ami per come è, inclusa la sua personale concezione di amore (che ricordo, in parte è individuale, in parte è plasmata dall'ambiente, da qui il "conflitto di interessi") e il suo modo di "sentire". E per quello che lui può dare. Personalmente, da donna, troverei molto più valore in un quadro dipinto PER ME, che in un sacrificio fatto per me o in un acquisto (per fare un esempio).
Concordo con la sua opinione che l'amore non debba essere fatto di sacrifici, ma di condivisione, dono, offerta. In cui entrambi sono portatori di bisogni, ma nessuno dei due vende/compra, semplicemente OFFRE ciò che ha, e l'altro è appagato da ciò che gli viene offerto. E' molto diverso.
La questione è semplice alla fine, trovare qualcuno che sia felice accanto a noi, spontaneamente, per affinità...perché sono più le cose che si apprezzano nella persona per quello che è e può dare, rispetto a quelle che NON ha e NON può dare (o deve sacrificarsi, per darle). Certo ci sarà sempre la percentuale di "ciò che manca". Ma non credo sia una questione di percentuali, quanto di "quadro". Se nel quadro tutti gli elementi che si incontrano dell'uno e dell'altra (i "colori"), si fondono bene, si ha un tutto armonico e piacevole. Se poi c'è qualche spazio bianco, beh quello aiuta a distinguere meglio i colori, mi viene da dire. E potrà comunque essere riempito con nuovi colori, perché poi le relazioni evolvono, e in esse le persone.
Tornando alla prescrizione culturale dell'amore, osservo che purtroppo anche la concezione di amore è oggi vittima di omologazione e standardizzazione, e altri principi di un sistema socio-economico tendenzialmente improntato al CONSUMO.
Allora leggo in Char Lie un po' la frustrazione per un sistema in cui le persone (donne e uomini) tendono a consumare, più che a vivere. A dare/chiedere, più che a offrire e condividere. Lui forse vuole solo essere "vissuto", e non "consumato".
Se lui dice di non POTER dare certe cose materiali/economiche, o non VOLER/POTER vivere una relazione secondo gli schemi prevalenti dettati dalla società (casa, convivenza, famiglia), ha le sue ragioni, né giuste né sbagliate, ma semplicemente le sue.
Deve solo trovare una persona che comprenda e confluisca in queste sue ragioni ed esigenze, cosicché non le mancherà niente insieme a lui, e non avrà da chiedergli qualcosa "in più" o di diverso.
Non è facile, ma credo sia la condizione in cui versano tutti quelli che si rifiutano di modificarsi per amore di qualcuno, ed entrare nel perverso meccanismo di amore che dà e riceve, la favola più terribile che ci hanno raccontato, almeno messa in questi termini. Si dà e si riceve al mercato, nei negozi...si dà denaro e si riceve merce.
In amore no, in amore si condivide, ciò che conta è la reciprocità. Secondo me. Io sono io e tu sei tu, e ci condividiamo. Sono alchimie particolari, si razionalizzano fino a un certo punto in uno schema di compravendita (dare e avere). E più si razionalizzano, più si distrugge l'amore, che è spontaneità.
Non voler solo il proprio bene (egoismo) né solo il bene dell'altro (servilismo)... trovare un benessere maggiore, insieme, rispetto al benessere che si prova singolarmente. E' una gestalt, una forma che si completa e trova un significato, e non è scomponibile nelle singole parti.
Per quanto proviamo a parlarne razionalmente (perché esiste anche un aspetto valutativo e cognitivo dell'amore).. l'esperienza reale, unitaria e concreta dell'amore la si può solo vivere, sperimentare.
Tutto il resto è artefatto, culturale, storico, sociale.
Char Lie mi sembra proprio in conflitto con l'amore come artefatto, non lo accetta, e non è l'unico.
Anzi, il punto è che molti vivono totalmente immersi nell'amore-artefatto; e non è un male, purché ne percepiscano e traggano benessere. Ma non necessariamente significa integrazione.
Se Char Lie può sembrare un "non integrato"... in realtà, molte coppie con andamenti di amore "regolari", vivono da nevrotici.
Perché in eterno conflitto tra i propri reali bisogni e modi di essere, e le aspettative dell'Altro, che sia il partner, o gli schemi che prescrivono "l'andamento" dell'amore (dare e avere, convivere, sposarsi...).
In conflitto tra ciò che si è, e ciò che si dovrebbe/vorrebbe essere, per il "bene della coppia".
Char Lie non è assolutamente patologico, è se stesso. E se normalità significa "integrazione" o "adattamento", non è comunque detto che ci sia un solo modo di integrarsi in società, nelle relazioni come in tutto il resto. Il compromesso di base per il vivere in società, coesistere con altri, non significa necessariamente modificarsi per adattarsi; semplicemente trovare gli spazi/contesti/persone in cui e con cui esprimersi per ciò che si è, e sentirsi in armonia...almeno globalmente, senza andare a scendere nel dettaglio.
Grazie per gli interessanti spunti di pensiero che mi avete offerto con questa discussione,
saluti![]()
bel post! si vede che sei una psicologa, bello davvero.
l'unica cosa, coppia nevrotica o non nevrotica, bisogna ci sia una coppia, secondo me.
Non si può dire "cerco il rapporto non nevrotico, vero" come presupposto, sennò, ragà, ti precludi il mondo.
E' nevrotico anche quello, no?
Ti ringrazio, ma non sono ancora psicologaSono all'ultimo anno della specialistica, quindi mi esprimo da studentessa di psicologia, e comunque da utente.
Ho letto con molto interesse la storia sia di dipendentedame, che di Char Lie, e tutti i vostri punti di vista.
La cosa più bella è appunto vedere a confronto le prospettive delle persone, i loro diversi modi di sentire, pensare, i diversi assunti da cui partono. E lo scontro che si crea con le convenzioni, gli artefatti socio-culturali.
Il confine tra normalità e patologia, ampiamente discusso, discutibile, esso stesso oggetto di costruzioni teoriche...risente molto anche della storicità.
Storicamente oggi possiamo che dire molte persone, individualmente o in coppia, scivolano facilmente in stati di nevrosi (e/o alienazione). Alcune potenzialmente riconoscibili, comunque più manifeste; altre più subdole, nascoste dietro un' "apparente normalità". Andando molto cauta col termine "normalità", io qui mi riferisco più a una condizione percepita di benessere, e non voglio andare oltre. Il termine "patologia" poi richiede ancora più cautela, quindi preferisco non usarlo, in questo contesto.
Però diciamo che c'è un discreto malessere, percepito ed espresso in molte maniere (individuale e di coppia).
La coppia in particolare ha affrontato mutamenti importanti di assetto, questo ha generato smarrimento in linea generale, sia nei "ruoli" legati al genere, sia nelle dinamiche di coppia.
Come si intende oggi la coppia? Cosa si cerca nella coppia? Cosa ci soddisferebbe nella coppia, e cosa invece non accetteremmo mai? Non c'è una risposta, sono solo domande che credo un po' tutti si pongano.
Ma, mentre in passato, ti sposavi generalmente a 20 anni col primo (e ultimo, o quasi ultimo)... senza farti troppe domande. Oggi, grazie al cielo, il ventaglio di possibilità si è allargato, per donne e uomini.
La maggiore libertà di costumi e di relazione, consente di poter fare più esperienze, confrontarle, porsi gli interrogativi di cui sopra. A cui diviene molto più difficile rispondere, soprattutto in sincerità.
Perché la condizione attuale, soprattutto giovanile, è di smarrimento. "Non abbiamo più padroni", liberi da certe ideologie e assetti che incatenavano la soggettività...ma non riusciamo ancora a gestire questa soggettività che straripa.
Accade più facilmente che una persona, specie giovane, non sappia bene cosa vuole veramente per sé (in quel preciso suo momento di vita), figuriamoci in coppia.
Char Lie, le cui concezioni sono discutibili (in quanto soggettive), si è fatto tuttavia un suo esame di coscienza e, almeno all'apparenza, sembra sapere cosa vorrebbe in un rapporto di coppia, e sicuramente cosa NON vorrebbe o cosa NON potrebbe dare.
Altre persone non lo sanno, e fin qui non c'è male... lo scopriranno.
Altre ancora, purtroppo, lo sanno in fondo a se stesse, ma si perdono nei meccanismi perversi di amore di cui parlavo, quelli dell' "amore-prescritto". Per alcuni è meno dispendioso soggiacere alle richieste dell'Altro, che sia il partner, o gli schemi di una cultura-società, pur di abbattere in cambio la solitudine, l'altro grande mostro di questa nostra epoca.
Qui scatta una sorta di nevrosi (lasciamo perdere la patologia), quantomeno come "stato"... nevrosi nel senso di "voler essere altro" da ciò che si è. Cercare in sé o negli altri, qualcosa che non c'è. Vivendo e agendo la coppia per come la si "dovrebbe" vivere e agire, e non per i reali bisogni/desideri di sé E dell'altro.
E, di conseguenza, vivere in perenne o prevalente frustrazione.
Per rispondere a Complicata, dico:
hai ragione, non si può dire "cerco il rapporto non nevrotico" come presupposto per chiudersi a priori.
Si deve poter vivere, l'esperienza. Il punto è dopo, quando ci si accorge che la coppia si sta costruendo su un'idealizzazione reciproca, oppure su meccanismi di aspettative irrealistiche, che portano i due a "sacrificarsi" e "deformarsi" più che godere l'uno dell'altra...a dover contrattare, dare e avere, più che condividere spontaneamente quanto ci si può offrire.
E' la condizione di molte persone.
Sicuramente, una persona che si fa un esame di coscienza, o almeno cerca di essere sincera con se stessa, ammettere cosa realmente cerca e cosa può e non può dare in una relazione di coppia (purché lo sappia!), rischia meno di cadere in queste trappole di rapporti.
Complicata mi dà lo spunto per aggiungere un'altra cosa: è bene avere chiara in testa un'idea onesta di sé nella coppia, e della coppia. Questo non deve tuttavia comportare una chiusura, un atteggiamento rigido e preconcetto.
Benché ci si scontri spesso con persone o storie che non fanno per noi, bisogna prima aver tentato di accoglierle, per dire, dopo, che fanno o non fanno per noi.
P.s. Spero di aver azzeccato sempre il tuo nick, Complicata, perché a tratti mi veniva Complessa! E non ricordo se eri tu a dirlo, mancano davvero solo Improbabile e Giammai![]()
Ultima modifica di Ladyflame : 22-09-2011 alle ore 01.17.03
Purtroppo puoi essere "generoso" col prossimo, offrire, quando ti senti ricco in qualche modo.
In senso interiore.
Quand'è che puoi dare, quando non cadi.
Se rispetti gli altri, rispetti te stesso.
Una persona buona, e in equilibrio con se stessa, ha più facilità a offrire.
Quando uno si sente povero dentro, perchè gli mancano delle cose, si sente meno forte, meno capace , e di questo ne soffre è più facile che disprezzi il prossimo perchè in realtà disprezza se stesso.
E come fa ad essere aperto nei confronti di un amore, che di per se stesso è una manifestazione di apertura non condizionata?
In compenso dai la colpa agli altri, le donne vogliono solo i divi di holliwood, gli uomini quelle uscite da una vetrina del centro, la colpa è della società ecc....
Ah, la chiosa finale è forte, ladyflame, certo gli studenti della specialistica son tutti così?
Allora c'è speranza, mi piace davvero cosa scrivi e come lo scrivi, complimenti di nuovo e grazie per le bellissime considerazioni![]()
Ultima modifica di complicata : 22-09-2011 alle ore 16.44.21
Sarà, dipende pure da cosa gli vuoi offrire al prossimo, ti puoi sentire ricco quanto vuoi ma se non hai certe risorse economiche non puoi offrire manco un caffé (va fatta una distinzione tra il sentire e l'essere effettivamente).Originalmente inviato da complicata
Ma poi 'sta teoria mi sa che non è tanto vera, ma dico io, i ricchi veri, la maggior parte di questi dovrà pur sentirsi ricca, ma com'è che non sono poi così generosi con il loro prossimo?
E' più probabile che un morto di fame divida tutto quello che ha col suo prossimo che un ricco ceda metà del suo patrimonio.
Io personalmente ho trovato che sono più generosi quelli che non si sentono affatto ricchi interiormente perché per questi spesso cedere qualcosa di spirituale rappresenta un non cedere nulla. Chi sente che un'idea può fruttar qualcosa non la condividerà con nessuno, chi crede che non conti nulla o non valga nulla la racconterà a tutti senza pretendere che gli venga pure pagata, la condividerà con semplicità insomma.
Se sei convinto che non vale praticamente nulla quel che hai da dare, cederai e condividerai questo tuo nulla più facilmente. Immagina di trovare un centesimo per strada, se tu scoprissi che questo centesimo vale molto di più di un normale centesimo, che questo centesimo è una moneta rara che vale migliaia di euro, la tua percezione cambia e con questa cambia anche il tuo atteggiamento nei confronti di quel centesimo.
Chi si sente ricco sia esteriormente che interiormente difficilmente cederà questi suoi "beni e tesori" a chi non ha nulla, avendo questa consapevolezza soggettiva del loro valore pretenderà sempre qualcosa in più in cambio di chi non avverte questo gran valore.
Quanto più uno crede di esser ricco e di avere in mano ricchezze, meno risulterà generoso secondo me nel cederle o regalarle a chi non ha nulla da dargli in cambio. Una persona per esser generosa dovrebbe essere ricca effettivamente (avere davvero qualcosa, ossia una serie di risorse, perché non si può dare di certo quel che non si possiede) e sentirsi la più povera ed umile del mondo; riconoscendosi così in chi ha bisogno di aiuto e avvertendo certe mancanze cercherà sinceramente di aiutare il suo prossimo.
Insomma per innescare la generosità più genuina, ci vorrebbe un povero ricco secondo me. Se hai fissato un valore non nullo per i tuoi beni, nel cederli pretenderai qualcosa in cambio, chi pensa che non valgano nulla li darà in regalo semplicemente, senza porsi il problema di cosa riceverà in cambio.
Un saluto
Ultima modifica di Char_Lie : 23-09-2011 alle ore 13.25.12
Grazie Complicata, e grazie a voi per gli interessanti contributi.
Vedo che tu tocchi la dimensione dell'apertura all'altro, ancora prima di qualsiasi altro presupposto di "ricerca" dell'altro. Ripeto che hai ragione, che gli esami di coscienza e di realtà non devono portare a un atteggiamento di chiusura e pregiudizio verso chiunque. Tantomeno a una visione pessimistica del mondo e degli altri, o fatalistica.
La "colpa" non è della società, né dell'individuo. Il punto è l'incontro tra l'individuo e la società, è questo aspetto che approfondivo coi miei discorsi. Le persone possono essere più o meno consapevoli di se stesse e, soprattutto, di se stesse nel mondo (in società in senso lato, e specificamente nella relazione con gli altri).
Char Lie reintroduce un po' la questione del "dare e avere". Credo che le manifestazioni di "generosità" nel senso di dare qualcosa di proprio a qualcuno, siano le più svariate. Se se ne parla da un punto di vista materiale, può esser vero il trovare con più facilità una persona che "ha poco, ma disposta a condividere tutto"...e la persona che "ha tutto, ma non è disposta a dare niente" (perché fondamentalmente non ha niente).
La matrice del "dare" credo sia interiore, quindi la radice è la ricchezza interiore, e la generosità è sempre e comunque una questione interiore, un modo di "sentire" e di protendersi verso gli altri (un po' come diceva Complicata, concordo). Di essere centrati sul valore intrinseco del dare, e non sulla materialità, che l'oggetto offerto sia un sentimento o un oggetto materiale, un supporto morale o materiale... la ricchezza sta nel sentire di voler dare a qualcuno.
Il rischio dei ricchi "materiali" può essere quello di essere incentrati più sulla materialità, quindi sull'accumulo di materia, e sul confinamento egoistico dei possedimenti materiali. Alcune persone molto benestanti sono abituate a misurare il proprio valore in base agli oggetti che accumulano, che possono comprare grazie al denaro, e che garantiscono un certo tenore di vita che "sembra" garantire lo stato sufficiente e definitivo di benessere. Dico "sembra", perché in realtà prima o poi queste persone si scoprono infelici, proprio perché hanno confuso l' "essere" con il "possedere". Misurano se stesse in base a ciò che possiedono, e che ovviamente non sono disposte a condividere, perché nell'accumulo egoistico confondono la propria ricchezza esistenziale.
Questa non è tuttavia affatto l'unica condizione. Ci sono persone economicamente benestanti anzi molto generose, che trattano "la materia da materia", e avendone in sovrabbondanza sentono il desiderio di condividerne una parte con altri.
Ma si torna al discorso iniziale, bisogna "sentire" di condividere ciò che si ha. Ci deve essere una ricchezza interiore, PRIMA di una ricchezza materiale, per dare qualsiasi cosa a qualcuno, che sia qualcosa di interiore (una qualità, un sentimento, un supporto morale) o di materiale (aiuti economici o pratici).
Tornando allo specifico della coppia, non credo tuttavia sia una questione di dare e avere, come l'impostazione "socio-culturale" attuale del rapporto, fa credere, generando per questo molta frustrazione.
Nel rapporto di coppia si è alla pari, anzitutto. Non c'è uno più ricco (né "povero ricco", né "ricco ricco") che si contrappone al più povero. Si rischia altrimenti di cadere nell'assistenzialismo, beneficienza, legame genitoriale o altro legame supportivo...o nella compravendita, o comunque in altri regimi di BISOGNO, che poi danno vita ai pericolosi meccanismi di dipendenza e deformazione reciproca.
Nella coppia si dovrebbe poter condividere, alla pari, le proprie qualità, i propri modi di essere (pregi e difetti). Il modo di pensare, vivere, sentire, di qualcuno, mi fa semplicemente star bene, in armonia. E il mio modo di essere, fa star bene l'altro, lo arricchisce. Questo è l'arricchimento, ma è una cosa spontanea, che sorge per naturale affinità.
Poi certo, ci saranno come dicevo all'inizio, dei "vuoti di colore". Qualcosa che sentiamo ci manca con l'altro, che non ci sa dare; qualcosa che non ci piace. Però queste "carenze" dovrebbero essere in minoranza, compensabili dall'armonia globale. Lo stato di perfezione certo non esiste, anzi...le turbolenze fanno parte della vita individuale, come di quella di coppia. Ma se c'è una base di equilibrio e sintonia, si riesce ad affrontarle senza uscirne distrutti, o deformati. Se nella coppia c'è naturale affinità e complicità, si riesce ad affrontare insieme anche le fasi di turbolenza o insoddisfazione, che fanno anzi consolidare la coppia.
Purché le due persone riescano sempre a rapportarsi l'una all'altra per quelle che sono, a scoprirsi e riscoprirsi ogni volta per quelle che sono. Certo si tratta di "messe alla prova", inevitabili, proprio per riconfermare a se stessi che si ama quella persona per come è, per come è insieme a noi, l'effetto benefico che ha sulla nostra vita. Non sempre se ne ha una conferma positiva, gli amori possono finire, "ricredersi".
Ma di certo, se sopravvivono in maniera genuina, è perché si è coscienti della natura dell'altro, e lo si ama così com'è.
Ultima modifica di Ladyflame : 24-09-2011 alle ore 18.30.05
Io Ladyflame sono cosciente spesso delle persone come sono, ma proprio per questo non riesco ad amarle così come sono, con le persone che esistono mi relaziono in modo conflittuale, non amo il mondo così com'è, certo non lo disprezzo totalmente, certi aspetti mi piacciono di sicuro, ma nell'insieme caspita risulta davvero sgradevole per me, se questo mondo corrisponde a quello che mi descrivono pure gli psicoterapeuti c'è poco da stare allegri.
Non accetto al livello affettivo certe cose, so che ci sono, so che esistono, so pure che probabilmente non le posso cambiare, ma il mio sentire si rivolta lo stesso contro questi stati di cose. Ora, è una malattia questa?
Avvertire questi sentimenti significa essere attaccati ad una patologia?
Io sono certo di queste due cose:
1) Non sono contento della vita e
2) non sono contento dei rimedi che mi vengono proposti di volta in volta contro questo mio malcontento esistenziale.
Per molti rappresentano delle cure certi interventi, ma per me no, cosa devo fare se non sono d'accordo con certi altri? Voglio essere felice e non sono affatto attaccato al male così come l'intendo io: il male è un certo assetto reale sgradevole, questo è il male per me. Se qualcuno è davvero capace di toglierlo non mi lamenterò di certo se questo lo farà effettivamente. Mi è sgradevole pensare al lavoro, lavorare, adattarmi, fare certe cose, fare tanto e ottenere poco e poi mi si chiede placidamente pure perché tengo il broncio? Che diavolo c'è da analizzare ancora! Quando in ambito affettivo le alternative che hai sono solamente o lo star da solo o lo stare con persone alle quali dopo un po' staccheresti volentieri la testa, come fai a star sereno? In entrambi i casi io non sto bene. Ho capito tutto, ho capito le donne, ho capito cosa desiderano, cosa vogliono, chi scelgono, ma non sono felice perché mi manca un'alternativa diversa e concreta all'interno di tutti questi vincoli reali.
Altro che psicoterapia, mi devono solo sfasciare la scatola cranica a martellate o ammazzarmi direttamente per non farmi sentire più 'ste cose, o in alternativa cambiare davvero in una certa misura il mondo relazionale che conosco, quest'ultimo intervento forse qualcosa la risolverebbe.
Il mondo in cui vorrei vivere non è questo (e quello che più odio corrisponde proprio a quello che descrivono psicologi ed analisti), ecco cosa sento, c'è poco altro da elaborare.
Ultima modifica di Char_Lie : 24-09-2011 alle ore 00.42.48
Per me non è una malattia la tua, Char Lie, né un attaccamento al male o patologia. Te lo dico da utente, ci tengo a sottolinearlo, pur aspirante psicologa, ma in questo frangente, utente.
Secondo me i rimedi proposti non vanno bene per te, perché non hai bisogno di rimedi, almeno non in primis.
Forse il punto chiave sono più le tue contraddizioni, date da un atteggiamento tendenzialmente rigido verso tutto, verso il mondo e verso te stesso. Tu tendi a parlare del mondo, degli altri, di te, come qualcosa di statico e immutabile, assoluto, qualcosa che è sempre uguale a se stesso.
Quello che tentavo di dire nei post precedenti, avvalorando il contributo di Complicata, è che gli esami di realtà, benché utili, non dovrebbero sfociare in atteggiamenti rigidi e dogmatici, che impediscono l'apertura al mondo e l'osservazione del suo fluire.
Tu parli di alcuni aspetti e alcune dimensioni del mondo, e sembra che tu ti auto-precluda di vederne altre, ora o potenzialmente in futuro. Diventa poi un po' una profezia che si auto-adempie, sei così convinto di certi andamenti o funzionamenti delle cose, che poi riesci a vedere solo quelli. Selezioni, senza accorgertene, certe informazioni, escludendo il resto, soprattutto le disconferme di ciò in cui credi.
La vita di una persona non è identica da quando inizia a quando finisce, si evolve. Ciò che io pensavo del mondo 10 anni fa era molto diverso rispetto a quanto penso ora; ma anche rispetto a 2 anni fa.
Certo, il mio nucleo è sempre lo stesso, ma alcune credenze più "periferiche" si sono modificate attraverso le diverse esperienze, con gli altri o in generale nel mondo.
Sembra che tu ti precluda un po', senza accorgertene, l'esperienza (tanto il mondo è X, le persone sono Y, ed io sono Z)... "ho capito tutto, ho capito le donne, ho capito cosa desiderano, cosa vogliono, chi scelgono, ma non sono felice perché mi manca un'alternativa diversa e concreta all'interno di tutti questi vincoli reali". Non sono vincoli reali, Char Lie, sono vincoli soggettivi tuoi. Non c'è niente di definitivamente reale, che non passi attraverso il filtro soggettivo. L'alternativa è in te, e anche nel mondo, perché le donne (per fare un esempio) non sono affatto tutte uguali.
Forse non ne hai ancora conosciute di diverse, e se anche le conoscessi, forse non ti accorgeresti del loro essere diverse...perché parti dall'assunto che tu "sai come sono fatte". Quindi, cosa c'è da scoprire di diverso?
Poi parlo di contraddizioni e assolutizzazioni, perché tu dici: "non sono contento dei rimedi contro il mio malcontento esistenziale"... e poi: "mi devono solo sfasciare la scatola cranica a martellate o ammazzarmi direttamente per non farmi sentire più 'ste cose, o in alternativa cambiare davvero in una certa misura il mondo relazionale che conosco".
Sembra che da un lato tu voglia un rimedio al tuo malcontento, senza che però intacchi la tua persona (tanto "sei fatto così"); poi vorresti una soluzione che O modifica il tuo modo di sentire O modifica gli oggetti del tuo sentire (il mondo che conosci, ma forse ne conosci solamente una parte?).
Forse la soluzione è nel mezzo. Il tuo malcontento fa parte del tuo modo di sentire, ma è anche vero che il mondo intorno a te è variegato: ci sono contesti, situazioni, persone, che confermano il tuo malcontento, ma possono essercene altrettanti che potrebbero disconfermarlo, ipotesi che sembri un po' scartare a priori.
Forse dovresti solo allentare la tensione e la rigidità di certi schemi, per tendere bene le orecchie e aprire bene gli occhi, e guardare un po' più il mondo nella sua eterogeneità. Dovresti provare a mettere un po' da parte la certezza del tuo "malcontento", e la certezza di "com'è il mondo" e di "come vanno le cose".
La soluzione non è mai nei rimedi e nelle cure proposte, credimi, ma sempre dentro di noi e a partire da noi. I terapeuti dovrebbero aiutare le persone a mettere a fuoco i loro modi di sentire e pensare, e il perché, e solo dopo eventualmente proporre rimedi e cure.
Le persone possono tendere ad irrigidirsi su certi schemi di pensiero, precludendosi la possibilità di pensare e sentire diversamente le cose. Queste persone dovrebbero poter scoprire questa possibilità, dell'evoluzione. Perché nel mondo niente è mai uguale a se stesso, tantomeno gli individui. Sono troppi gli eventi e gli intrecci di contesti, persone, stati d'animo, un'infinità di variabili.
Io ora ti dico cose indicativamente, basandomi solo su quanto tu hai scritto. Per il resto sarebbe necessario conoscerti, sapere quanti anni hai, come vivi, la tua storia, il tuo momento di vita, le tue problematiche e possibilità... Non si può comprendere una persona su un forum, si può discutere di quanto la persona sceglie di esprimere e condividere. Ma la comprensione sarà sempre assolutamente parziale e insufficiente.
Ultima modifica di Ladyflame : 24-09-2011 alle ore 18.28.59
Ciao Ladyflame,no no sono io complesso, a parte gli scherzi,sono molto interessanti i tuoi interventi sono "lettere aperte",complimenti. Molto profondi e approfonditi senza cadere nel banale e retorico,ma soprattutto comprensibilissimi,ci si ritrova in quello che dici. Di solito io non digerisco bene chi scrive montagne di parole tutte in una volta,tu sei un'eccezzione,continua a scrivere,e io continuero' a leggerti....magari potrei farti qualche domanda qua' e la'!? ciao
Ciao ComplessoTi ringrazio, anche se riconosco di essere prolissa, talvolta ridondante. Spero col tempo di diventare più sintetica, anzi, devo iniziare ad esercitarmi.
Questi sono argomenti vasti, e delicati, per cui cerco di spiegarmi al meglio, considerando che mi sono inserita in un secondo momento, dopo una rilettura del tutto.
Quando un utente espone parte dei vissuti personali, è labile il confine tra il cercare di "rileggerli" e dare l'impressione di giudicare. Uso termini come "sembra", "forse", perché sono assolutamente solo ipotesi, scambi di punti di vista. Non giudizi definitivi, simil-diagnosi, o altro. Perché di fatto non ci conosciamo.
Nel forum si possono trovare stimoli per riflessioni diverse da quelle abituali, c'è il piacere e l'utilità del confronto, almeno su quanto si scrive qui.
Quanto alle domande certo, puoi farne, pertinenti agli argomenti riportati (regolamento del forum)![]()