Gentiliss.mo Sig. Dottore
Questa è la mia vita.
Nacqui in un monte, chiamto Montalone, fui portata dai genitori a S. Leo trasferiti per condotta: da piccola aiutavo a lavare i piatti, andavo a lavare i panni sudici dei bambini, guardavo i fratelli, per quanto poca simpatia ci avevo, tant'è vero che un fratellino, chiamato Aroldo (mi pare) lo coprii con le lenzuole e coperte s'intende: che dopo rimase soffocato. Un secondo per farli fare le scorrerie, con le gambe cavalcioni al collo, dal salotto alla porta di cucina che era la scuola, gli feci battere una solenne capata vicino ad un ciglio che il sangue gli spisciolava, da grandicella dalla bocca mi venne del sangue affardellato dalla bocca, subito dopo un gran freddo, tant'è vero che una donna amica mi accese del fuoco, fui portata a letto, la mamma mi apprestò le migliori cure, il babbo tornò appositamente d'Anghiari (dove faceva scuola di musica) con dei vescicanti, ma non ce ne furono di bisogno, fu un male passeggero; però mi usavano sempre dei riguardi.
[Gentilissimo sig. dottore, questa è la mia vita - manicomio 1914 - Adalgisa Conti]






