passato un bel fine d'anno?
passato un bel fine d'anno?
Si si io mi sono divertito a Nonantola (Modena) dai miei amici svitati dello STIC... appena avrò tempo risponderò al tuo post psicosarix, forse riesco anche tra poco
Lasciami soltando dire che fare gli psicologi non significa fare la mamma.
A presto,![]()
Fabrizio
concordo in pieno!
di mamma ce n'è una sola !!! :-))
a presto
Ciao psicosarix,
rispondo finalmente al tuo post e scusami per il ritardo ma tra un impegno e l'altro ci voleva un bel raffreddore come questo che ho pigliato per mettermi a sederee farmi trovare del tempo per rispondere al tuo post che mi sembra susciti degli interrogativi molto interessanti sul come gli psicologi pensano al mondo del lavoro e alla psicologia.
Dici
>> C'è stato un malinteso su quello che volevo dire, forse non mi sono espressa chiaramente. io non intendevo fare gruppi di aiuto per psicologi o simili. intendevo dire che il desiderio di migliorare è qualcosa che deve nascere dalla persona e non qualcosa che puoi imporre con un "atteggiamento più rigoroso".
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Secondo me ti sei espressa molto chiaramente: un'organizzazione professionale non può avere come scopo quello di promuovere la crescita individuale. Lasciamo che siano i club o i nostri giri di amicizie e incontri a farlo. Fare psicologia non è come fare una trasmissione della De Filippi o andare a prendere il thè dalle amiche... Non è certo questo che intendo quando dico che la psicologia dovrebbe usare di più i propri strumenti su sè stessa... la mia posizione sulla 'formazione all'ascolto' sarà esposta più chiaramente sotto.
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ma i desideri nascono anche da quello che ti mettono di fronte.
la critica era rivolta all'università, più in generale alla scuola, che invece di motivare e mettere a disposizione degli studenti gli strumenti per migliorare, li demotiva, li rimbambisce di nozioni, li annega di scadenze, fa pensare loro che l'unico modo per sopravvivere è studiare per passare l'esame e togliersi presto di torno. non dico che ci si devono mettere 10 anni per laurearsi, ma dico che se accade e se la gente è apatica si può dividere la colpa fra studenti e istituzioni.
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Già se parliamo di responsabilità divise sono d'accordo ma ci terrei a precisare che volere è potere e che istituzioni a parte le facoltà di psicoogia sono notoriamente considerate un covo di nullafacenti e nella classifica dei perditempo siamo secondi solo al DAMS e a sociologia. Quando dico ad un medico o ad un ingegnere che faccio psicologia loro pensano che sto a rollare canne dalla mattina alla sera per intenderci... il fatto inoltre che un banale esame di biologia produca stangati fino all'80% degli studenti che 'provano' gli esami la dice lunga su quanto la responsabilità possa essere accollata agli studenti e quanto alle istituzioni.
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poi scusa, ma non capisco alcune cose del tuo intervento:
dici "A me sembra che una preparazione clinica basata sull'ascolto sia un vero e proprio handicap per gli psicologi e la psicologia". cosa significa? vorresti abolire l'ascolto? (ma le persone comunicano i loro problemi spesso verbalmente e dunque l'ascolto è necessario), lo terresti integrandolo con altri strumenti? (cosa che si può già fare, però, è prorio la peculiarità dello psicologo).
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Una preparazione basata sull'ascolto non rende conto dei problemi clinici che si affrontano quando si ha a che fare con persone molto diverse da noi o con problemi decisamente seri. Mi sembra che spesso l'ascolto sia un generale buonismo che non si può applicare al di fuori di alcuni specifici contesti sociali e culturali. Personalmente io aborro l'idea di sfornare parrocchiani laici (=psicologi dediti all'ascolto) e preferirei figure professionali decisamente più formate e più preparate sul versante oggettivo della disciplina che ci mette in contatto efficace con le altre professioni e con il mondo del lavoro. Se poi tu o altri volete fare gli psicoterapeuti questo è un altro discorso ma la formazione base dovrebbe escludere abbastanza rigidamente degli elementi di preparazione alla professione dello psicoterapeuta (come appunto l'atteggiamento non giudicante di ascolto) dal momento che una percentuale molto piccola dei laureati va a fare lo psicoterapeuta e di questi solo una piccola parte riesce a lavorare decentemente (senza cioè 'inventarsi' i pazienti). Oltre a ciò con la promessa di impiego facile (un esponente dell'Ordine delle Marche ha recentemente detto ad un convegno 'La domanda di psicologi e psicologia sul territorio è presente ed è clinica') la clinica sta diventando un calderone a cui hanno accesso molte persone non sufficientemente preparate che vanno a nozze con gli interessi delle scuole e scuolette private di trovare dei polli su cui lucrare... tutto in nome della psicologia sia ben inteso
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la Psicologia è una scienza, siamo d'accordo, ma è talmente vasta che con la parola psicologo e psicologia si possono intendere ambiti diversissimi. non ho capito se vorresti trasportare in toto metodi e metodologie di alcune aree ad altre, cosa che credo impossibile. ci sono tante differenze che rendono conto di aspetti sovrapponibili, ma altri non sono sovrapponibili nemmeno con tutta la buona volontà del mondo.
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Innanzitutto non tutta la psicologia è una scienza. Ad esempio la teoria psicoanalitica, che è indubbiamente psicologia, è ,altrettanto indubbiamente, una teoria non scientifica. Il ruolo ristretto che la matematica, il lavoro sperimentale e l'analisi dei dati hanno nella quotidianità del mestiere dello psicologo (non parliamo degli psicoterapeuti) mi fanno propendere per l'idea che solo una parte molto piccola degli psicologi operi secondo criteri scientifici. Questo distacco tra le affermazioni accademiche sulla psicologia e la pratica del mestiere sono probabilmente un unicum della nostra professione... nn mi stupisco che poi ci ridano in faccia alla prova dei fatti. Qualcuno dovrebbe spiegarmi come mai i chimici dicono che la chimica è una scienza e poi vanno a lavorare ad es. nei laboratori di analisi mentre lo psicoogo dice di essere uno scienziato e poi si comporta come un prete.
I tuoi interventi e quello di tuo colleghi mi fanno pensare anzi che i lati non scientifici della disciplina siano quelli peculiari dello psicologo mentre come dire - stare dietro ad un microscopio è da gente fredda e insensibile. Una volta uno psicoanalista definì l'impegno scientifico come una psicosi ossessiva o qualcosa del genere. Ancora adesso si ride alle sue spalle e questo tizio si piglia parecchi sberleffi...
Cmq andiamo avanti
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per fare un esempio è molto diverso l'ambito della psicologia del lavoro e delle organizzazioni da quello della comunità eppure sempre di gruppi si tratta, ma di gruppi ben diversi.
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Si e no: alcuni dei gruppi terapeutici a cui fa riferimento la psicologia di comunità impiegano anche modalità di attività collettive finalizzate come ad esempio in riabilitazione occupazionale. IN quel caso gli aspetti organizzativi legati alla gestione aziendale si mescolano agli intenti riabilitativi e terapeutici dei gruppi del primo tipo. Direi cmq che i diversi metodi derivano dal fatto che i primi sono costruiti per lavorare con popolazioni clinico-psichiatriche mentre i secondi sono indirizzati alla popolazione normale o se preferisci alla non-clinica.
Direi che le differenze sono tra questi ambiti ma ci terrei cmq a precisare che uno psicologo clinico che non sa niente degli aspetti generali di alcuni fenomeni è destinato a 'ospedalizzare' la società, cosa che è già successa negli stati uniti dove eserciti di psicoterapeuti si sono messi a far guarire i 'mali' della nostra società a colpi di terapie reichiane, terapie dell'urlo, terapie di qua e terapie di là... insomma lasciamo perdere. Simili discorsi sono comuni anche nei nostri ambiti accademici e clinici e lasciando perdere per un attimo l'insostenibile qualunquismo con cui vengono fatte, sono degli spot decisamente efficaci per alimentare un'impreditoria privata della malattia mentale (meglio ancora se finta o gonfiata) che mi sembra decisamente negativa per la società e per la psicologia che esce sempre più 'insozzata' dal presunto sostengo teorico e concettuale che fornirebbe a queste persone.
Spero di aver chiarito le mie posizioni.
A presto,
Fabrizio
CIAO, sono quì!!!
Comprendo chiunque si senta frustrato di fronte ad esponenti delle “scienze tradizionali” che non prendono sul serio la psicologia e gli psicologi, penso che tutti quelli che studiano o hanno studiato psicologia si siano sentiti presi “poco sul serio” almeno una volta nella vita. Però che solo attraverso la scientificità si può ottenere il rispetto è tutto da dimostrare.
Spesso accade che gli studenti di psico non vengano presi sul serio perché è vero che ci sono persone che non prendono sul serio ciò che studiano, ma è anche vero che (almeno ai miei tempi e a Pd) solo 1 matricola su 4 si laureava (e questo secondo me è un dato importantissimo! che fa capire che almeno allora, ora non so, era facile iscriversi, ma non proseguire). Condivido in pieno il tuo desiderio di scientificità, ma secondo me devi accettare la natura della materia che studi, che è una materia al confine tra la “scienza” e il “sociale” anche se ti chiudi in un laboratorio a misurare tempi di reazione e simili, altro aspetto importante della psicologia, che rispetto totalmente, non puoi fare a meno dell’elemento “sociale” (infatti prende sempre più piede la “sperimentazione ecologica”). L’oggetto di studio della psicologia è il più complesso in assoluto, tutti i medici e ingegneri che conosco hanno ammesso che non è facile studiare “qualcosa” che è in continuo divenire, che cambia anche da una generazione all’altra, che si comporta e/o si “ammala” ad ogni secolo in modo nuovo e diverso (per fare un es. le isteriche di Freud adesso non ci sono quasi più).
per lavorare come psicologo, poi, secondo me non si può solo misurare il problema, ma bisogna anche capirlo e far capire all’altro che si è capito e che lo si può aiutare nel percorso che vuole fare. Inoltre, le persone sono da subito immerse in un contesto sociale fatto di significati e simboli e linguaggio che ne hanno determinato lo viluppo e la crescita psicologica, questo non lo puoi ignorare, pur avendo ben presente neuroni, aree cerebrali, test, questionari, funzioni cognitive e quanto altro ti viene in mente.
Non farti influenzare dalla manfrina degli psicologi/preti, solo chi non conosce la psicologia o vive di luoghi comuni o pratica maldestramente la professione lo fa (sono tanti … si! Questo è uno dei problemi della psicologia). l'ascolto dello psicologo non è quello del prete o dell'amico, è un ascolto di tipo pecialistico!
è un ascolto finalizzato alla ricerca di spiegazioni e/o soluzioni da mettere in atto insieme a che ne richiede l'aiuto.
non so se hai già fatto il tirocinio, se no penso che rivedrai la tua posizione sull'ascolto.
Ciao Psicosarix,
grazie per la risposta che mi hai scritto e che ho gradito davvero molto. In realtà la mia sollecitudine verso i temi scientifici e la bassa scientificità della psicologia non è e non voleva essere un rifiuto degli elemeni sociali o interpersonali che questa disciplina mettendoci a contatto con le persone innegabilmente si attira dietro. Volevo solo, riprendendo un punto perorato dall'utente Korianor in altri post, che gli psicologi si rendessero conto di quanto poco scientifiche siano le loro tecniche (anche quelle cosiddette obiettive) e la cosa era rivolta agli psicologi clinici che più di ogni altra categoria usano le tecniche e l'atteggiamento di ascolto a cui tu avevi fatto riferimento.
Vorrei cioè che gli psicologi clinici si rendessero conto di come i passi in avanti significativi nella storia dell'uomo (dalla scoperta del fuoco a quella dell'elettricità) sono avvenuti grazie alla scienza che pur non essendo l'unica modalità di conoscenza è l'unica in grado di garantire un reale progresso e un miglioramento delle condizioni di vita dell'umanità. In secondo luogo però vorrei che gli psicologi clinici abbiano una acuta percezione di quanto il loro compito sia in realtà totalmente e intrinsecamente culturale e sociale, oltre che soggettivo e interpersonale, e quanto i nostri strumenti anche 'oggettivi' siano deboli e incerti di fronte al mistero che rappresenta la soggettività umana così come si presenta attraverso le lenti della cultura e della società. Penso sinceramente - come molti altri ben più autorevoli di me e diffusi in tutto il mondo - che il tentativo di rendere oggettiva la cultura o le interazioni sociali nel senso scientifico del termine possa considerarsi un tentativo fallimentare: la promessa di rendere scientifico un sentimento, un legame, un'emozione era una semplice utopia che però ha chiarito a molti psicologi cosa sia la scienza, come si studia l'uomo in modo scientifico e infine che cosa dell'uomo può essere studiato in modo scientifico senza incorrere in 'oggettività' che non ci sono. Vorrei che la psicologia clinica, che è quella parte della psicologia applicata che ha strettamente a che fare con l'universo sociale, culturale e soggettivo nel quale siamo tutti innegabilmente immersi - come sostieni tu - si rendesse conto di essere la branca più 'sprovveduta' e povera di scienza di tutta la psicologia, quella che più si confonde con una generale motivazione all'aiutare gli altri e che fa dello psicologo clinico, a differenza dello psicologo in sè, una professione innegabilmente di aiuto non dissimile dal medico o dall'infermiere. Tuttavia se in medicina ricercatori e clinici (mossi da interessi e passione diverse talvolta divergenti e incomunicabili) sono riusciti a trovare un accordo creando una sinergia che da un lato ha introdotto psicologi e animatori negli ospedali e dall'altra ha partorito la medicina scientifica sono sicuro che noi psicologi non saremo da meno e penso sinceramente che - chiarito quello che è scientifico e quello che non lo è, conferendo pari dignità ad entrambi gli ambiti di conoscenza e applicazione - psicologi sperimentali e clinici/psicoterapeuti possano convivere felicemente sotto lo stesso cielo. Anche in clinica sono sicuro che la sinergia tra ricercatori e clinici praticanti, oggi tanto latitante, non tarderà a instaurarsi come già accade in alcune isole felici... chissà che non si riesca a fare della psicologia italiana un piccolo gioiello
Per rispondere ad alcuni temi non toccati della tua lettera: penso sia normale in qualsiasi professione almenouna volta nella vita ricevere un commento negativo, uno sfotto o sentirsi ridicolizzati. Non penso che gli psicologi siano molto più bersagliati di avvocati o medici alle prime armi. Riguardo alle matricole ci terrei a precisare che la mortalità universitaria italiana è altissima in quasi tutte le facoltà nelle quali non si laurea MAI più del 50% degli iscritti al primo anno... ad eccezione forse delle lauree del polo scientifico dove però partecipano persone spesso molto motivate (e sono quattro gatti). Al di là di considerazioni negative verso il modo di fare università in Italia non penso che questo sia distintivo della nostra condizione in particolare e non mi sento quindi di dire che psicologia è più dura di altre facoltà.
Ti lancio una proposta curiosa: perchè come psicologi non ci mettiamo a studiare il problema degli abbandoni universitari, dei fuori corso ecc? Credo che tra tutte le figure professionali che possono orbitare attorno ad una facoltà noi siamo le più adatte a condurre un'indagine di questo tipo magari in collaborazione con i nostri amici sociologiChe ne dici? Ti gusta come idea?
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A presto,![]()
Fabrizio
corcordo con te!
e penso anche che studiare il tema dell'abbandono universitario, fuori corso eccetera, sia davvero una bellissima idea, MOLTO bella, soprattutto in collaborazione con i sociologi.
poterbbe essere una bella idea anche per una tesi e secondo me con buone possibilità di pubblicazione, se sei uno studente e fossi in te ci penserei!!!
ps. ma siamo rimasti solo noi a preoccuparci di tutti questi problemi? se è così ... è preoccupante.
E' un'idea interessante ma nn penso che avrebbe senso farla come studente. Io penso piuttosto che me ne potrei occupare solo una volta diventato un professionista iscritto all'Albo o almeno uno psicologo del lavoro o delle organizzazioni che vuole fare una tesi/inchiesta/studio specialistica veramente seria.Non sono uno psicologo del lavoro e sono vicino solo ala laurea triennale
per cui nn posso mettermi all'opera in tal senso ma il lavoro mi incuriosisce e se trovassi qualche libro sull'argomento eventualmente te lo posso postare visto che mi sembri interessata pure tu.
Fabrizio
P.S. Cmq si sto facendo tirocinio ma questa è una 'brutta' esperienzadi cui parleremo eventualmente in un post a parte se ti va o via pm... Siamo già abbondantemente OT!!!!!!
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grazie!
sono interessata è vero ... ma avere il tempo per fare una cosa del genere è un bel sogno!
io sono già laureata e tra tirocinio volontario e tutto il resto ... sarà meglio che ci sbrighiamo a fare qualcosa per la Psicologia e gli psicologi ... è davvero difficile, molto difficile, dopo!!!
mi spiace per il tuo tirocinio ... davvero ... è una situazione comune a troppi!
Ciao psicosarix,
Dove stai facendo tirocinio? Ti stai preparando già per sostenere l'esame di stato? Ti ringrazio dell'interessamento x il mio tirocinio; sarebbe opportuno aprire un 3d a se stante (come ho già cercato di fare nel forum della mia Università) sui tirocini: strutture, esperienze, risultati sul piano formativo personale e/o professionale. Che ne dici pensi che potrebbe interessare?
Io cerco di vedere il lato positivo del mio tirocinio: ci sono molte situazioni nel campo della salute mentale che sono oggettivamente brutte e forse presto o tardi uno psicologo clinico deve comunque farci il callo e trovare soluzioni al problema o ai problemi che gli si presentano nella pratica.Diciamo un addestramento 'duro' ma che può essere al limite reso anche 'utile' con qualche accorgimento speciale
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A presto,
Fabrizio
P.S. Per lo studio degli abbandoni universitari ecc io mq tengo le orecchie dritte e magari mi faccio qualche salto tra gli psicologi del lavoro e delle organizzazioni che mi sembrano le persone decisamente più competenti in materia--- se dovessi essere fortunato nella ricerca poterò qui o in un post dedicato gli eventuali risultati.
Ecco, dopo aver letto una per una tutte le vostre interessantissime discussioni, e trovandomi in una particolare situazione di vita ( ho dovuto lasciare il lavoro e vorrei prendere la laurea in psicologia) mi sento quanto meno sconfortata.
Certamente studiare psicologia non la considero una cosa facile, per niente, ma è un campo che mi affascina da sempre e , se avessi potuto, mi sarei iscritta alla tenera età di 18 anni.
Oggi ne ho 33, e da qualche mese , visto che sono libera ed economicamente abbastanza indipendente, sto valutando l'idea di cominciare a studiare seriamente la materia per poi poterla mettere in pratica come professione.
Ma, a quanto leggo, oltre a seri problemi sul trovare lavoro ( dove e dopo quanti anni e a quali costi!!!) si riscontra anche il problema del riconoscimento del ruolo dello psicologo, cosa che trovo assurda.
Vi racconto una cosa: avevo 16 anni e a causa di un incidente automobilistico, subii un trauma cranico con conseguente amnesia totale, durata circa un anno.
I miei genitori mi portarono da uno psichiatra: mai esperienza fu più terribile nella mia vita! Mi sottopose a domande tipo "perchè fingi di non ricordare? Se usi droghe puoi dirmelo; hai subito molestie sessuali in passato?-No ma scusi dottore,rispondevo io, forse lei non ha capito, io non ricordo un tubo!-
Insomma , dopo neanche 3 sedute mi rifiutai di tornarci e mi chiusi ancora di più in me stessa e nel mio disagio (non ricordavo i miei genitori,i miei amici, addirittura non riconoscevo alcuni tipi di frutta!).
Circa 6 mesi dopo mi portarono da uno psicologo.
Il suo lavoro su di me si limitò nel farmi parlare, parlare, parlare...raccontare i sogni, scriverli (non mi spiegava mai il loro significato), piangere se necessario.
Ebbene, dopo neanche 2 mesi, riacquistai la memoria e , tra l'altro, senza traumi e senza mai prendere i farmaci che mi erano stati prescritti dallo psichiatra.
Successe pian pianino, giorno per giorno, e io, di questa persona, ho un ricordo magnifico.
Adesso, magari questa storia esula dalle problematiche più serie di cui avete parlato, capisco la rabbia di chi ha studiato con passione una materia stupenda e , o non trova lavoro, o non gli si riconosce un ruolo di fondamentale importanza poichè i medici la fanno da padroni e l'ordine degli psicologi dorme.
Ma , dico io, ci si rende conto dell'importanza che ha anche un semplice colloquio? La gente, soprattutto oggi, in una società nella quale l'insicurezza per svariati motivi è il male peggiore , ha bisogno di PARLARE, di acquisire sicurezza, di uscire da situazioni di disagio che non siano necessariamenti depressioni di altissimo livello. E chi meglio di uno psicologo può operare in tal senso?
Non so, ecco, io sono totalmente inesperta a vostro confornto, ma a questo punto mi chiedo, se questa è la situazione lavorativa attuale, vale la pena tentare questa strada?
La tentazione e la passione sono forti in me ma, cazzarola, a 33 anni non posso rischiare troppo.
Continuerò a leggere le discussioni su questo interessantissimo (complimenti a chi l'ha creato e a tutti voi) forum, e con calma deciderò.
Per adesso vi ringrazio di cuore e mi scuso se sono intervenuta in questo argomento senza essere un'esperta.
Ultima modifica di Abigail73 : 18-01-2006 alle ore 18.37.01
Benvenuta Abigail73!!!
chiunque ami la psicologia è il benvenuto! ;-)
se posso esprimere la mia opinione ti consiglio di studiare psicologia per conto tuo, di coltivare la tua passione, ma di non farne il tuo lavoro. non voglio scoraggiarti, ma ho un'amica di 33 anni che ha studiato e lavorato nello stesso tempo per riuscire a portare a termine gli studi, si è massacrata ed ora dopo aver superato l'esame di stato ... continua a fare il vecchio lavoro ... perchè è a tempo indeterminato e sicuro. fare la specializzazione? dopo le spese e la fatica sostenute non ne può più ed ora vorrebbe anche farsi una famiglia (desiderio che a quell'età mi sembra anche lecito il suo uomo è stato stupendo ad aspettare fino ad ora, poi e il lavoro che ha le garantisce la maternità), esiste anche la vita vera, reale, oltre lo studio della la Psico.
i problemi della Psicologia li leggi su questo forum e sono tutti veri, ci sono eccezioni? certo! ovvio, però sono poche. poi il 3+2, x quello che mi raccontano è davvero poco edificante ed è un continuo coro di lamentele.
ripeto non ti voglio scoraggiare, dico solo quello che so.
in più, così rispondo a Fabri, io sono laureata, mi sono abilitata la scorsa sessione e sto svolgendo un tirocinio volontario (leggi gratis!) in una struttura pubblica. è bellissimo, mi piace molto e mi impegno al massimo (32 ore la settimana!!!), sono apprezzata dai miei colleghi e tutti vorrebbero tenermi lì, ma so già che scaduto il tirocinio dovrò andarmene (con grande dispiacere), perchè non hanno i soldi per tenermi e gli stage non possono durare infinitamente (e poi non è nemmeno giusto lavorare sempre senza guadagnare).
la realtà dei più è questa, in più i medici stanno assaltando al psicologia clinica e non so se riusciremo a fermarli ... mi spiace, pensaci bene.
Cara Psicosarix, ti ringrazio per la risposta schietta e sincera, è quello di cui ho bisogno al momento.
A questo punto ti chiedo,a te ma anche a chiunque avesse voglia di rispondere, se dopo la laurea (triennale) ed il tirocinio, si volesse fare una scuola biennale di consuleor( come quella che vedo sponsorizzata in questo sito) per poi aprire uno studio per praticare la professione libera di psicologo, quali sarebbero i tempi e i problemi?
I tempi sarebbero i 3 anni di laurea triennale (se stai al pari con gli esami e puoi dedicarti a tempo pieno), il tirocinio (non so quanto sia, credo 6 mesi), l'esame di stato (necessario per esercitare la professione di psicologo, altri 3 mesi penso visto che per quello dei 5 anni ne vanno via sei) e i 2 anni della scuola di counselor.
I problemi non so, vanno dal fatto che non c'è lavoro come psicologi e non credo che come counselor la situazione sia tanto diversa al fatto che se apri uno studio non vivi solo con quello perchè dovresti avere decine di clienti (lo studio lo paghi, così come delle tasse sui guadagni e quelle come libero professionista sono altine) e solitamente è già tanto se ne hai 3...
Non vorrei scoraggiarti ma credo sia meglio pensarci bene prima piuttosto che pentirsi dopo... se vuoi studiare per conto tuo psicologia e prendere una laurea triennale fallo pure ma perchè ti interessa la materia: non investire troppo la fantasia che poi diventi un lavoro perchè le cose potrebbero andare diversamente...
Vimae
Ciao Abigal,
il tuo intervento mi fa molto piacere. Mi ha commosso il ricordo che hai dello psicologo che ti ha ascoltato in un momento difficile.
Se tu desideri intraprendere la stessa strada ti posso dire che come counselor non hai degli obblighi verso l'albo degli Psicologi (di fatto molti counselor non hanno nemmeno una laurea in Psicologia, ma ce l'hanno ad esempio in Lettere e Filosofia o in Economia e Commercio - nell'area del counseling aziendale). Non riesco a capire se tu hai un titolo di studio universitario oppure no. Se non lo possiedi ti posso dire che il pacchetto 3 + 2 ha offerto la possibilità a molti lavoratori di acquisire un titolo di studio che può fornirgli dei vantaggi sugli avanzamenti di carriera, una migliore prontezza nell'aggionramento professionale e un certo prestigio culturale. Se non possiedi un titolo di studio universitario prendere una laurea anche triennale in psicologia è cmq un'opportunità interessante per te. In questo caso io ti consiglio di prendere il vademecum dell'università che intederesti frequentare e valutare con attenzione (se vuoi anche con altri utenti di opsonline o andando ai forum universitari sempre su opsonline) l'orientamento teorico della tua università: infatti nonostante il tuo ricordo dolce dello psicologo che ti prese in cura, la psicologia oggi è molto variegata e ci sono molte università che propongono approcci fortemente scientifici (con molti esami di anatomia, biologia, statistica) o altre che propongono approcci molto di parte (ad es. solo cognitiviste e magari a te piace la psicoanalisi o l'orientamento fenomenologico... se non sai cosa sono non ti preoccupare lo scoprirai strada facendo). Cerca di scegliere il percorso triennale che più si avvicina ai tuoi interessi e ai tuoi scopi professionali. Leggi il vademecum, parla con più persone possibili e leggi qualche testo che ti dia un'idea dei diversi orientamenti teorici in modo da fare una scelta più mirata: non sei una studentessa 18enne che 'deve imparare tutto'
Se hai bisogno di qualsiasi aiuto puoi rivolgerti a me o ad altri utenti. Fammi sapere come va.
Fabrizio