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Discussione: Morti sul lavoro

  1. #91
    L'avatar di crissangel
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    ancora su Molfetta e una nuova vittima

    Il procuratore di Trani: "Dietro l'incidente alla Truck Center forse scarsa attenzione"
    Ascoltato dalla commissione parlamentare: "Mai controlli sull'azienda"
    Molfetta: "Non è stata fatalità"
    Milano, muore un altro operaio
    Alla periferia del capoluogo lombardo ennesimo infortunio. Vittima un 56enne


    Accertamenti sull'autocisterna in cui hanno perso la vita 5 operai a Molfetta
    BARI - "Dietro l'incidente alla Truck Center forse c'è stata scarsa attenzione". Il procuratore della repubblica di Trani Nicola Barbera è stato ascoltato dalla commissione parlamentare d'inchiesta del Senato sugli infortuni sul lavoro riunita per l'occasione nella Prefettura di Bari. Riferendosi alle cinque vittime della Truck Center di Molfetta, il magistrato ha detto: "Io non parlerei di fatalità. Quantomeno c'è stata una scarsa attenzione a quelli che potevano essere i pericoli, forse perchè non erano conosciuti da chi li stava affrontando. D'altronde - aggiunge il magistrato - non mi risulta ci sia mai stato un controllo sull'azienda da parte dell'Asl, anche se non mi sento di dare a nessuno la responsabilità di quanto è successo".



    Il pm: "Il possibile indagato è morto". Quanto alle misure di sicurezza applicate nell'azienda, il procuratore ha ammesso che "si sta accertando se c'erano o no e fino a che punto c'erano - perchè di esserci c'erano - e se erano idonee per esercitare quell'attività. Abbiamo sequestrato alcuni reperti che ci dovrebbero dire se erano sufficienti o meno". Sui nomi degli indagati il procuratore però tace: "Allo stato delle cose, dovrei dire che il primo che poteva essere individuato come responsabile, cioè il datore di lavoro, è deceduto. Per gli altri vedremo".

    Autopsie oggi, funerali domani. Le autopsie, svolte in mattinata, dovranno stabilire la natura delle esalazioni letali provocate dalla reazione tra i detergenti usati per lavare l'autocisterna e i residui di zolfo che incrostavano la pareti del serbatoio. "Per conoscere l'esito degli esami - ha detto il procuratore - ci vorranno almeno 20 giorni". Domani pomeriggio le esequie delle cinque vittime: Guglielmo Mangano, l'operaio che per primo si calò nella cisterna, e i suoi generosi compagni di lavoro che hanno perso la vita nel tentativo di salvarlo, Vincenzo Altomare, titolare dell'azienda; Michele Tasca, la più giovane delle vitime, vent'anni appena; Luigi Farinola e un autista, Biagio Sciancalepore, che si trovava nel cortile dell'azienda per parcheggiare un camion.

    Nuovo infortunio sul lavoro. La tragica catena di morti sul lavoro continua ad allungarsi. Questa notte, un operaio di una ditta che lavora per conto delle Ferrovie dello Stato è stato travolto e ucciso da un treno in transito. E' accaduto, poco prima dell'una, alla periferia di Milano, in via Cristina Belgioioso, lungo la linea Torino-Milano.

    C'è un cantiere di lavoro nella tratta lungo la quale è stato investito l'operaio. La vittima, Carlo Pistoni, 56 anni, era il responsabile del cantiere. Stava avviando i lavori quando è stato agganciato e trascinato da un convoglio in transito sotto lo sguardo impotente e terrorizzato di alcuni compagni di lavoro. Immediatamente soccorso sul posto dal 118, l'operaio è morto poco dopo.

    Il convoglio era partito dalla stazione di Rho e all'altezza di Roserio il macchinista ha notato l'operaio, in piedi e di spalle al centro del binario, a circa 20 metri di distanza. "Il macchinista - scrivono gli agenti della Polizia ferroviaria nel rapporto indirizzato alla magistratura - ha attivato la segnalazione acustica e il meccanismo di frenatura rapida, ma non è riuscito a evitare l'impatto".

    Le Ferrovie dello Stato precisano: "L'operaio lavorava per una ditta appaltatrice della società Metro Milano per la realizzazione della fermata Rho Fiera. La Clf, cooperativa di cui l'operaio era dipendente, aveva richiesto a Rete Ferroviaria Italiana l'autorizzazione ad accedere nell'area ferroviaria per effettuare lavori notturni. L'autorizzazione concessa prevedeva un'interruzione della circolazione ferroviaria a partire dall'1 e 30. L'investimento è avvenuto a mezzanotte e trenta".

    (6 marzo 2008)
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    Innanzitutto, l'uomo normale è solo un'astrazione

  2. #92
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    Da "L'Espresso", edizione online

    Io vi condanno a vivere come schiavi
    di Fabrizio Gatti
    Un lavoratore clandestino o in attesa di rinnovo del permesso non ha diritto a ricevere la sua paga. È una scandalosa sentenza del Tribunale di Como Immigrati sbarcati a LampedusaChissenefrega se la deregulation nei cantieri e nelle fabbriche fa morire più operai in Italia che soldati americani in Iraq. E soprattutto cosa importa se le imprese che sfruttano il lavoro nero sono il motore dell'immigrazione illegale. Sentenza dopo sentenza, alcuni tribunali del Nord hanno creato il dipendente a costo zero. Zero assoluto: basta ingaggiare clandestini, farli lavorare come bestie. E alla fine non pagare il dovuto. Dalla Lombardia alla Liguria non si rischia nulla. Nemmeno se gli stranieri trovano un avvocato e fanno denuncia. Ci sono giudici che li considerano fantasmi, invisibili, inesistenti. E che, proprio per questo, danno ragione agli imprenditori.

    Il Nord-Ovest batte il Nord-Est. Sono casi sempre meno isolati. Decisioni che trasformano in carta straccia decenni di battaglie sindacali, pronunciamenti della Cassazione, convenzioni internazionali. Leggere queste sentenze è come percorrere la via nordista al codice civile: un'Italia divisa tra i cittadini e le cose 'inanimate' del diritto romano, tra i garantiti e gli schiavi contemporanei. Una discriminazione che si manifesta ovunque: dalle aule di giustizia agli sportelli dell'Inps, dai concorsi per la pubblica amministrazione all'infinita attesa per il rinnovo dei permessi di soggiorno.

    Si comincia da Como. L'ultimo caso è il più clamoroso: nella città lombarda è stato appena stabilito che un clandestino non ha diritto ad avviare un processo. Nemmeno se è vittima e parte lesa. Lunedì 25 febbraio il Tribunale deposita la sentenza che riguarda Ali A., muratore egiziano e quattro suoi colleghi. Ali non è nemmeno clandestino. Una settimana prima, però, quando il giudice lo convoca, non ha con sé il permesso di soggiorno perché l'ha consegnato in questura: è scaduto a fine 2007 e, come tutti gli immigrati, anche Ali rischia di dover aspettare più di un anno per i ritardi che paralizzano la burocrazia dei rinnovi. Ma dall'8 marzo al 22 maggio 2007
    era perfettamente in regola. In quel periodo Ali lavora in un cantiere in Val d'Intelvi, confine di prati e boschi tra Italia e Svizzera, dove un'impresa di Como sta costruendo villette a schiera. I quattro colleghi sono invece clandestini, tutti egiziani.

    Secondo il loro ricorso contro l'imprenditore edile, presentato dall'avvocato Domenico Tambasco di Milano, il 22 maggio vengono allontanati dal cantiere perché non servono più. Licenziamento orale, metodi da caporalato. Davanti al Tribunale di Como i cinque muratori chiedono il dovuto. Poco più di 60 mila euro da suddividere. Il rappresentante legale dell'impresa ammette invece di conoscere soltanto Ali A. e uno dei suoi colleghi, perché inviati in cantiere da una cooperativa di subappalto. Ma il giudice Beniamino Fargnoli, l'unico della sezione Lavoro nel Tribunale comasco, non entra nemmeno nel merito. Dichiara semplicemente non ammissibile il ricorso. Gli servono sette pagine per spiegare il ragionamento. Una motivazione che, se non è viziata da errori di valutazione, rivela quanto le leggi e i codici italiani possano essere discriminatori.

    Prima interpretazione, articolo 75 del codice di procedura civile sulla capacità o incapacità processuale: "I diritti esercitati dai ricorrenti non sono legittimi poiché essi non potevano stare sul territorio italiano, essendo sforniti di permesso di soggiorno...", scrive Fargnoli. "La loro clandestinità originaria vizia ogni diritto reale o obbligazionario acquisito sul territorio nazionale. Ad avviso del decidente", aggiunge, "l'articolo 75 esclude le persone che si trovano illegittimamente in Italia dall'esercitare processualmente i diritti ivi pretesi". Seconda interpretazione, articolo 2.126 del codice civile sulla prestazione di fatto con violazione di legge: "L'arrivo clandestino di stranieri in Italia viola l'ordine pubblico", scrive il giudice: "Il contratto di lavoro stipulato da un clandestino nasce con una causa negoziale illecita. L'illiceità della causa del contratto di lavoro impedisce l'applicazione dell'articolo 2.126, il quale nega la remunerabilità del contratto nullo per causa illecita".
    (06 marzo 2008)


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    Guglielmo
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  3. #93
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    Verona, muore un edile. Veltroni incontra l'Anmil


    Un altro edile "imprigionato" in un cantiere. Anche lunedì un muratore è morto mentre lavorava ad una ristrutturazione in viale Colonnello Galliano, a Verona. La vittima è un operaio moldavo di 44 anni, padre di due figli, da tempo residente a Verona. Stando alle prime ricostruzioni, sembra che l'uomo fosse al lavoro con un martello demolitore, quando un pezzo di cemento si è staccato, colpendolo in pieno. Sul posto sono intervenute le squadre dei vigili del fuoco, ma l'operaio è deceduto ancora prima dell'arrivo dei soccorsi.

    Intanto, proprio lunedì l’Anmil, associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro, ha incontrato il segretario del Pd Walter Veltroni. Riconoscendo al leader del Pd «l'attenzione rivolta alla sicurezza sul lavoro e alla tutela delle vittime», il presidente dell’Anmil Pietro Mercandelli ha posto l’accento su due questioni fondamentali: quella del “tesoretto” Inail, che dovrebbe essere liberato per essere usato sul fronte della sicurezza sul lavoro e la «necessità ormai non più dilazionabile di mettere mano alla normativa di base dell'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali».

    «Noi – dice ancora Mercandelli – riteniamo inaccettabile che l'Inail produca un avanzo di oltre 2 miliardi di euro ogni anno, frutto di premi eccessivi pagati dalle aziende e di prestazioni insufficienti per le vittime del lavoro. Anche perché le aziende sotto forma di cuneo fiscale o di riduzione delle imposte in qualche modo recuperano, mentre le vittime del lavoro pagano due volte l'incidente, con la vita o la salute e con prestazioni inadeguate, certamente anche per via dei salari rimasti al palo rispetto all'inflazione reale».

    D’accordo il segretario Veltroni, che propone di «utilizzare i fondi dell'Inail per sostenere le famiglie, aumentando gli indennizzi e aggiornando le tabelle delle malattie professionali». Tra le proposte lanciate dal candidato premier c’è anche quella di istituire un assegno variabile da 455 a 600 euro per i lavoratori invalidi. E una promessa all’Anmil: «Designerò un parlamentare che seguirà i vostri problemi specifici e sarà il vostro parlamentare di riferimento».
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  4. #94
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    Da "L'Unità di oggi, 11 marzo 2008

    Dei morti e delle pene
    Nicola Cacace


    Non mi pare che i regolamenti applicativi della legge 123/2007 sulla sicurezza del lavoro, approvati dal governo per combattere il primato italiano degli infortuni sul lavoro siano «inutilmente punitivi» e tanto meno che «privilegino le pene rispetto alla prevenzione e alla formazione» come improvvidamente viene sostenuto da alcuni.

    Che mostrano di non conoscere né la gravità dei dati, né i 303 articoli del testo che ha sostituito più di 1200 articoli precedentemente in vigore con varie normative.

    Anzitutto la gravità della situazione italiana è espressa dai dati che pochi media hanno ricordato. Sia il livello assoluto delle morti sul lavoro in Italia sia la tendenza alla riduzione vedono il nostro Paese in coda ai Paesi concorrenti, Francia, Germania, Gran Bretagna. Su questi dati nessun imprenditore italiano ha mai avanzato una spiegazione, in particolare su due aspetti. Primo, perché in Italia si muore di lavoro quasi due volte più che in Francia e Germania e addirittura sei volte più che in Gran Bretagna?

    Secondo, perché il processo di riduzione degli infortuni gravi nei Paesi industriali vede l’Italia, che pur parte da livelli superiori, con una riduzione degli infortuni mortali nettamente inferiore alla riduzione del 30% realizzata nell’Europa a 12?

    Secondo i dati della fonti internazionali negli anni 2003-2005 ci sarebbero stati circa 1300 morti l’anno per incidenti sul lavoro in Italia e in Germania, 640 in Francia e 230 il Gran Bretagna. Questi dati, rapportati alla popolazione e all’occupazione, danno i coefficienti di mortalità per abitante e per occupato che vedono l’Italia come il paese più pericoloso per i lavoratori tra tutti i Paesi dell’Europa. Solo Spagna, Turchia e Portogallo sono un po’ dietro, con Cina e Romania al vertice mondiale dell’infortunistica grave.

    Qualche rappresentante dell’industria si è lanciato in affermazioni tra l’incauto e lo strumentale, del tipo «il Testo unico sulla sicurezza è l’ultimo atto di una sinistra demagogica e antindustriale». Sicuramente il signore non ha letto il testo approvato che dispone agevolazioni per formazione e prevenzione come mai nessuna norma precedente aveva fatto.

    Quanto alle sanzioni, bisognerebbe dar atto a quel noto «demagogo e antindustriale» del presidente del Consiglio, che si è battuto coerentemente con le promesse fatte in più di un’occasione agli operai, di aver anche attenuato le sanzioni precedentemente concordate.

    Così, fermo restando l’arresto da 6 a 18 mesi per «il datore che ha omesso di effettuare la valutazione dei rischi nelle aziende ad elevata pericolosità (chimiche, esplosivi, etc.), nei casi meno gravi, il testo della legge prevede che si applichi l’arresto da 4 a 8 mesi (invece che da 6 a 12 mesi) ovvero l’ammenda da 4 a 12mila (invece che 5-15mila come precedentemente concordato). «Inasprendo le pene non si salva nessuna vita». Un’altra frase che, applicata al contesto italiano, aspettavamo al più da qualche piccolo imprenditore in nero, non dal più grande imprenditore italiano. In verità sanzioni più lievi avrebbero avuto sapore di burla dopo tante promesse di attenzione e contrasto al fenomeno.

    Pubblicato il: 10.03.08
    Modificato il: 10.03.08 alle ore 8.18

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  5. #95
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    Da "La Repubblica", di oggi

    L'uomo, Antonio Stramandinoli, stava compiendo lavori di riparazione
    a una pressa all'interno dello stabilimento Mac di Chivasso. Inutili i soccorsi
    Incidente sul lavoro nel torinese
    muore operaio trentasettenne

    TORINO - Ancora una morte sul lavoro, questa volta nel torinese. La vittima è un operaio italiano dipendente della Comao, che, poco prima della mezzanotte di ieri, stava stava compiendo dei lavori di riparazione a una pressa all'interno della Mac di Chivasso (Torino), una ditta di stampaggio che opera per conto di diverse case automobilistiche, tra cui Fiat e Lancia.

    Secondo quanto si è appreso, l'uomo è stato colpito da un pistone che serviva da ammortizzatore della pressa. Per ragioni ancora sconosciute, il pistone si è disarticolato dal macchinario, e l'ha colpito in modo mortale allo stomaco. E' stato soccorso in un primo momento dai colleghi; poi i medici del 118 hanno tentato inutilmente di rianimarlo. Sulla vicenda indagano i carabinieri.

    L'operaio si chiamava Antonio Stramandinoli, e aveva 37 anni. Era nato a Lombriasco, in provincia di Torino. Lascia moglie e due figli. Subito dopo l'incidente, sono arrivati sul posto colleghi della vittima. I sindacati hanno deciso di indire per oggi uno sciopero all'interno dello stabilimento Mac.

    (12 marzo 2008)

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  6. #96
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    weh willy sei peggio di un giornalista assai documentato

  7. #97
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    Già, Lolly. Ne farei volentieri a meno. Ma questa è l'Italia.

    Dall'ANSA, di oggi

    » 2008-03-12 14:01
    Thyssen: operaio suicida, tragedia della precarieta'
    TORINO - Un operaio si toglie la vita perché non gli viene rinnovato il contratto a termine: per la Fiom di Torino è "una nuova tragedia della precarietà". Il tragico fatto, riportato oggi dal quotidiano la Repubblica, é avvenuto in un'azienda del gruppo Thyssenkrupp, la Berco di Rocca Canavese e la vittima è Luigi Roca, 39 anni, padre di due figli. L'uomo, prima di impiccarsi in casa, ha lasciato un biglietto alla moglie: "Ho perso il lavoro e con quello la dignità. Scusami". Qualche delegato sindacale del gruppo Thyssenkrupp ha avanzato l'ipotesi che il suo contratto non fosse stato rinnovato perché l'azienda si preparerebbe a fare posto ai lavoratori dell'acciaieria di Torino, chiusa dopo il rogo del 6 dicembre. Un sospetto che viene però respinto da Fabio Carletti della Fiom: "Non c'é alcun accordo sindacale di questo genere. I cento lavoratori della fabbrica di Torino, attualmente in cassa integrazione - spiega - possono usufruire degli incentivi all'uscita e c'é un percorso di ricollocamento in due anni. Per quelli che rimangono se ne riparlerà nel 2010. E' un dramma, ma non non c'é alcun collegamento con gli impegni da noi assunti". Una parte dei lavoratori dello stabilimento torinese della Thyssen ha già in corso colloqui con l'Alenia e altri grandi gruppi del torinese. Anche l'azienda ha smentito l'ipotesi di un collegamento tra il suicidio e l'accordo per il ricollocamento del lavoratore.


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  8. #98
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    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Già, Lolly. Ne farei volentieri a meno. Ma questa è l'Italia.

    Dall'ANSA, di oggi

    » 2008-03-12 14:01
    Thyssen: operaio suicida, tragedia della precarieta'
    TORINO - Un operaio si toglie la vita perché non gli viene rinnovato il contratto a termine: per la Fiom di Torino è "una nuova tragedia della precarietà". Il tragico fatto, riportato oggi dal quotidiano la Repubblica, é avvenuto in un'azienda del gruppo Thyssenkrupp, la Berco di Rocca Canavese e la vittima è Luigi Roca, 39 anni, padre di due figli. L'uomo, prima di impiccarsi in casa, ha lasciato un biglietto alla moglie: "Ho perso il lavoro e con quello la dignità. Scusami". Qualche delegato sindacale del gruppo Thyssenkrupp ha avanzato l'ipotesi che il suo contratto non fosse stato rinnovato perché l'azienda si preparerebbe a fare posto ai lavoratori dell'acciaieria di Torino, chiusa dopo il rogo del 6 dicembre. Un sospetto che viene però respinto da Fabio Carletti della Fiom: "Non c'é alcun accordo sindacale di questo genere. I cento lavoratori della fabbrica di Torino, attualmente in cassa integrazione - spiega - possono usufruire degli incentivi all'uscita e c'é un percorso di ricollocamento in due anni. Per quelli che rimangono se ne riparlerà nel 2010. E' un dramma, ma non non c'é alcun collegamento con gli impegni da noi assunti". Una parte dei lavoratori dello stabilimento torinese della Thyssen ha già in corso colloqui con l'Alenia e altri grandi gruppi del torinese. Anche l'azienda ha smentito l'ipotesi di un collegamento tra il suicidio e l'accordo per il ricollocamento del lavoratore.


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    Sbaglio o oggi nessuno ne ha dato notizia?

  9. #99
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  10. #100
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    Già, Lolly. Ne farei volentieri a meno. Ma questa è l'Italia.

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    » 2008-03-12 14:01
    Thyssen: operaio suicida, tragedia della precarieta'
    TORINO - Un operaio si toglie la vita perché non gli viene rinnovato il contratto a termine: per la Fiom di Torino è "una nuova tragedia della precarietà". Il tragico fatto, riportato oggi dal quotidiano la Repubblica, é avvenuto in un'azienda del gruppo Thyssenkrupp, la Berco di Rocca Canavese e la vittima è Luigi Roca, 39 anni, padre di due figli. L'uomo, prima di impiccarsi in casa, ha lasciato un biglietto alla moglie: "Ho perso il lavoro e con quello la dignità. Scusami". Qualche delegato sindacale del gruppo Thyssenkrupp ha avanzato l'ipotesi che il suo contratto non fosse stato rinnovato perché l'azienda si preparerebbe a fare posto ai lavoratori dell'acciaieria di Torino, chiusa dopo il rogo del 6 dicembre. Un sospetto che viene però respinto da Fabio Carletti della Fiom: "Non c'é alcun accordo sindacale di questo genere. I cento lavoratori della fabbrica di Torino, attualmente in cassa integrazione - spiega - possono usufruire degli incentivi all'uscita e c'é un percorso di ricollocamento in due anni. Per quelli che rimangono se ne riparlerà nel 2010. E' un dramma, ma non non c'é alcun collegamento con gli impegni da noi assunti". Una parte dei lavoratori dello stabilimento torinese della Thyssen ha già in corso colloqui con l'Alenia e altri grandi gruppi del torinese. Anche l'azienda ha smentito l'ipotesi di un collegamento tra il suicidio e l'accordo per il ricollocamento del lavoratore.


    Buona vita

    Guglielmo
    no fai benissimo ad informarci..ci credi che sei piu tu ad informarmi...si vede che ci metti passione e serietà in quello che scrivi...

  11. #101
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    Da "Il Manifesto", di ieri 12 marzo 2008

    Fiat, due dirigenti condannati per la morte di un operaio
    Pomigliano. Due anni ai manager: il lavoratore era morto nel 1999 per mesotelioma, dopo 23 anni in fabbrica. Esposizione all'amianto
    Ilaria Urbani
    Napoli


    Sergio Marchionne ha intitolato la Fiat di Pomigliano d'Arco una decina di giorni fa alla memoria del filosofo Gianbattista Vico, ma quel sito, in fase di restyling da gennaio, era un luogo pericoloso fino a pochissimi anni fa. Lo sa bene Francesco, figlio di Evangelista Spinosa, operaio morto il 24 ottobre 1999 per aver respirato amianto durante le ore di lavoro. Il ragazzo si è battuto con tutte le sue forze per conoscere la verità. Il giudice monocratico Fernanda Iannone del tribunale di Nola lunedì ha condannato per quella morte due dirigenti che allora erano a capo dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco. Arcangelo Lauria e Attilio Cugnin, responsabili del sito e del reparto officina (il primo nel '91-'92 e il secondo dal '92 al 96) sono stati condannati a due anni di reclusione, senza le attenuanti generiche che invece avrebbero portato alla prescrizione del reato.
    La pena è stata raddoppiata rispetto a quella contenuta nella requisitoria. Il pm Giuseppe Cimmarotta, titolare dell'inchiesta, infatti aveva richiesto un anno di carcere. Evangelista Spinosa ha lavorato per 23 anni nello stabilimento di Pomigliano, asso nella manica del piano Marchionne per il rilancio della Fiat nel Mezzogiorno. Nell'ottobre del '99 ad ucciderlo è stato un mesotelioma, il tumore provocato dall'esposizione alle fibre aerodisperse dell'amianto. La battaglia per dimostrare il legame delle cause della morte dell'operaio con il suo lavoro è stata lunga, ma davanti all'evidenza il diritto non ha potuto che riscontrare questo terribile nesso di cui i parenti di Evangelista erano certi.
    «Evangelista Spinosa è stato per 23 anni operaio dello stabilimento Fiat di Pomigliano e ha respirato amianto negli ambienti di lavoro senza le condizioni di sicurezza previste e obbligatorie per legge, morendo il 24 ottobre 1999 del tumore marcatore dell'amianto, il mesotelioma - ha spiegato l'avvocato Luciano Santoianni, legale del Cogivas (Comitato giuridico dei Verdi Ambiente e Società) - E' da più di mezzo secolo che la legge ha imposto il rispetto delle regole sull'idoneità dei posti di lavoro ma oggi si muore ancora anche perché queste norme non vengono rispettate. E' riconosciuta ormai la mancata, dovuta, attenzione degli organi sanitari preposti. Negligenze che vengono giustificata dal fatto che al Sud il lavoro bisogna tenerselo stretto».
    La famiglia dell'operaio ha ottenuto, per quel che conta, un risarcimento dalla Fiat di 750 mila euro. Ma il caso di Evangelista Spinosa non è stato l'unico. Altri quattro operai dello stesso reparto sono morti per la stessa patologia. Gli episodi sono venuti fuori proprio durante le consulenze redatte su incarico della Procura di Nola per il processo Evangelista. Anche gli altri quattro lavoratori si sono ammalati della stessa tipologia di tumore, ma le famiglie non hanno fatto causa alla Fiat e i casi sono andati in prescrizione davanti al giudice per le udienze preliminari. Il processo Spinosa farà forse da apripista in materia di morti d'amianto: solo nella squadra di reparto dell'operaio c'erano almeno altri trenta lavoratori.

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  12. #102
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    La lista di incidenti sul lavoro si è ulteriormente allungata. Un contadino di 68 anni, Giovanni Zanivan, è morto oggi a Lentini (Belluno), schiacciato da un piccolo trattore del quale era alla guida, e un operaio edile di 37 anni è rimasto gravemente ferito cadendo dal tetto di un capannone alto sei metri nella zona industriale delle 'Fornacì a Borgo San Lorenzo, Firenze.
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  13. #103
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    Da leggere, e da rifletterci, su questo articolo tratto da "La Repubblica" di oggi.

    Suicida per l'assunzione mancata in un'azienda del gruppo
    Non rinnovato il contratto interinale. Lascia la moglie e due figli
    Luigi, 39 anni, precario
    ottava vittima della Thyssen
    L'ultima lettera: "Senza lavoro non riesco a vivere"

    di MAURIZIO CROSETTI


    Luigi Roca
    TORINO - Dicono che Luigi Roca avesse la faccia di chi per anni ha assorbito la tristezza, giorno dopo giorno, fino a disegnarsela sul volto, tra i lineamenti, come una ruga. Dicono anche che due settimane fa quella faccia invece e stranamente sorridesse: "Stavolta ho trovato il lavoro giusto, mi assumeranno, durerà". L'aveva detto al suo amico Vito, vicino di casa e sindacalista. Erano al parco giochi di Rocca Canavese, c'erano anche i bambini.
    Invece Luigi si è ucciso, perché era tutta un'illusione e la tristezza era ormai dentro la sua storia, non solo sul suo viso.

    "Mi ammazzo perché insieme al lavoro ho perso la dignità". L'"ottava vittima" della Thyssen, 39 anni, non ha mai lavorato nella fabbrica della morte. Ma la sua azienda, la Berco di Busano Canavese, faceva parte del gruppo tedesco. E il suo contratto, interinale, non è stato rinnovato perché la Thyssen adesso ha 150 persone "da collocare", come si dice terribilmente in questi casi. Come se le persone fossero i pezzi di un incastro. Però Luigi era diventato il pezzo stagliato: di troppo, e già troppo vecchio. Trentanove anni, un'età da matusalemme se cerchi il posto fisso. Ma ci aveva creduto. Dopo quattro anni di rimbalzi, un mese, due mesi in fabbrica e poi a casa, era arrivato un impiego giusto, più solido. "Durerà". Lui, che non aveva un carattere facile, stavolta andava d'accordo con i colleghi e i superiori, non come quell'altra volta alla "Canavera e Audi", stampaggi industriali: lì, dopo quindici anni se n'era andato per colpa di un brutto screzio con un capo.

    Perché Luigi aveva dentro una storia difficile e un'adolescenza inquieta. Ne era uscito meglio di suo fratello, che è in carcere. Aveva trovato una donna, Barbara, con la quale stava da dodici anni, si erano sposati ed erano nati Niccolò e Davide, 6 e 7 anni. Barbara Agostino, che fa le pulizie in un'azienda di stampaggio e adesso dice tra le lacrime: "Mio marito si è ucciso perché si sentiva umiliato. Chissà cosa deve avere provato, dentro, per decidere di farla finita. Se quell'azienda gli avesse rinnovato il contratto, ora non sarei una vedova con due figli piccoli da allevare".

    Quindici anni in fabbrica, poi quattro a spasso, a chiedere e non ottenere mai. La paura di non rientrare più. Ma anche la forza di provarci ogni volta di nuovo, con le sue mani. Quelle che Luigi aveva usato per ristrutturare la porzione di vecchia cascina trasformata nella loro casa, in campagna, frazione Vallossino di Rocca Canavese. Aveva fatto il mutuo, per riuscirci, e finalmente era sicuro di poterlo pagare. L'aveva rivelato all'amico sindacalista, quel giorno al parco.

    Due settimane fa. La faccia non più triste sarebbe durata solo sette giorni, fino a quando gli hanno detto che non sarebbe stato confermato. Lì è cominciato il crollo, silenzioso ma evidente. Nessun segno che facesse presagire l'epilogo, solo il ritorno della faccia di prima. L'avevano vista tutti. Non era bastato a capire.
    Luigi Roca non era mai stato nella fabbrica del rogo, laggiù a Torino, in corso Regina Margherita. Ma è come se ci fosse stato anche lui, la sera del 6 dicembre, quando gli altri 7 vennero sommersi.

    Perché la precarietà del lavoro è un domino che abbatte quasi tutte le tessere che incontra, o almeno le più fragili, quelle meno in equilibrio ai bordi del tavolo. Lì stava Luigi da quattro anni, con i suoi 39 già addosso e la paura di non uscire mai più dal precariato. Per assurdo, la mazzata finale è giunta proprio dall'illusione di esserne fuori. "Era contento, fiducioso" dice Vito Bianchino, il sindacalista Cisl. "Luigi dedicava tutto se stesso alla moglie e ai figli. E un'azienda non può lasciare a casa a cuor leggero certe persone, le caratteristiche del lavoratore contano".

    Buona salute, gran voglia di faticare, ottime motivazioni. Questo era il suo profilo. Incoraggiante. Si era tranquillizzato, aveva capito che anche di fronte alle possibili ingiustizie bisogna restare calmi e ragionare, senza reagire sempre d'istinto. Un percorso lungo e duro, che però Luigi aveva conquistato sulla sua pelle, cicatrici e dimissioni comprese. Era stato sul fondo e aveva cominciato a risalire. Fino a quando non l'hanno convocato in un ufficio per dirgli che no, arrivederci e grazie.

    Così lui ha scelto l'albero in un bosco vicino a casa, ha preso la corda ma prima la carta e la penna. Tre lettere. Ai genitori ha chiesto perdono. Alla moglie Barbara ha scritto: "In questo tipo di vita serve una forza che io non ho. Non lo dico per giustificarmi, ma perché tutti possiate perdonarmi. Ho valutato le conseguenze del mio gesto ma non ce la faccio, ho perso lavoro e dignità". L'ultima lettera, per i due figli piccoli. "Non mi giudicate e comportatevi bene. Trattate bene la mamma e conservate di me la parte buona che vi ho lasciato".

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  14. #104
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    Da "Il Manifesto", di ieri 13 marzo 2008

    Morire di Renault. Nuovo suicidio al Technocentre
    Lo stress provocato da pesanti aumenti della produttività ha già spinto 4 dipendenti a togliersi la vita
    Anna Maria Merlo
    Parigi


    C'è stato un nuovo suicidio al Technocentre della Renault. Non sono stati rivelati né il nome né l'età del tecnico di una società di servizi informatici che si è tolto la vita a fine febbraio. Una fonte sindacale denuncia un problema di «eccesso di lavoro». La persona, che si è suicidata a casa propria, era dipendente di una società, la Assystem, che lavora in subappalto per la Renault. Lavorava da vari anni sul sito di Guyancourt.
    Dall'ottobre del 2006, è la quarta persona che si suicida al Technocentre Renault di Guyancourt, nelle Yvelines. Il primo di questi suicidi, dopo un lungo braccio di ferro con la direzione della Renault, è stato considerato ufficialmente un «incidente sul lavoro» dalla Cassa di assicurazione-malattia del dipartimento degli Hauts-de-Seine. Carlos Ghosn, il presidente di Renault, era stato costretto ad ammettere che ci sono dei problemi al Technocentre. I sindacati sottolineano che i dipendenti, in maggioranza quadri e tecnici, sono sottoposti a una forte pressione, i tempi di progettazione sono sempre più brevi e manca personale. Un sindacalista della Cgt racconta: «prima di Carlos Ghosn, un'automobile veniva concepita in 5 anni. Oggi, in 36 mesi. Prima, c'era un caposquadra, con cui si poteva discutere. Oggi, non ci sono più punti di riferimento e troppi progetti in ballo. Io, per esempio, mi occupo della concezione di tutto ciò che circonda il volante di un'automobile. Devo rendere conto della mia attività a date precise. Ricevo delle mail: non ci parliamo più come prima. Sono diventato aggressivo, ho gravi problemi di mal di schiena. In realtà si trattava di depressione. Mi sono fermato per due mesi. Giravo per casa in pigiama tutta la giornata. Mia moglie non capiva. Ho conosciuto due dei tre quadri che si sono suicidati. Gli psicologi ci hanno spiegato che il passaggio al suicidio avviene in fretta, in 20-30 minuti».
    La gravità dello stress sul luogo di lavoro è tale che il ministro del lavoro, Xavier Bertrand, ha commissionato una ricerca allo statistico Philippe Nasse e allo psichiatra Patrick Lagéron. I due studiosi propongono un indicatore statistico nazionale sullo stress al lavoro come in Gran Bretagna, e di lanciare una campagna di sensibilizzazzione sulla questione. Invitano a formare i manager alla prevenzione. «Il 90% dei dipendenti stressati - afferma la psicologa Marie Pezé - si vedono imporre enormi aumentii di produttività. I dirigenti ripetono agli impiegati: c'è la guerra economica, siate dei buoni soldati! Questo è il risultato di trent'anni di disoccupazione di massa. La gente ha paura». La medica del lavoro Dorothée Ramaud dice la stessa cosa: «A forza di introdurre la competizione nell'organizzazione, è ormai il regno dell'ognuno per sé. Il collettivo non esiste più». In Francia esistono già più di una trentina di centri medici che si occupano della sofferenza sul luogo di lavoro e seguono un numero crescente di pazienti. Per le donne, è ancora più grave: «Il 30% delle donne messe sotto pressione si ammala di cancro al seno o al collo dell'utero», afferma Marie Pezé.

    Questo che segue è il punto di vista di "Le Monde", edizione online, di oggi 14 marzo 2008


    Nouveau suicide au Technocentre de Renault

    LEMONDE.FR avec AFP | 12.03.08 | 10h17 • Mis à jour le 12.03.08 | 19h17



    Un salarié employé par un prestataire de services travaillant au Technocentre de Renault à Guyancourt, dans les Yvelines – déjà le théâtre de trois suicides entre fin 2006 et début 2007 –, s'est suicidé le mois dernier à son domicile, a-t-on appris, mercredi 12 mars, auprès du constructeur automobile.



    Ce salarié s'est donné la mort fin février, a indiqué une porte-parole de Renault, confirmant une information de La Tribune dans son édition de mercredi. Il était employé depuis juillet à la conception de systèmes informatiques pour la société de prestations techniques Assystem et avait travaillé, auparavant, au Technocentre pour d'autres sociétés. Selon La Tribune, qui cite une source syndicale, le salarié était "surmené".
    RENAULT SE DIT SUR "LA BONNE VOIE"

    L'annonce de ce suicide intervient le jour où le directeur des ressources humaines du groupe Renault, Gérard Leclercq, a estimé, lors d'une conférence de presse, que l'entreprise était sur "la bonne voie" concernant les conditions de travail à Guyancourt. Le constructeur a notamment restructuré, à Guyancourt et sur l'ensemble de ses sites, sa gestion des ressources humaines.
    Le cas du salarié d'Assystem n'a pas été évoqué lors de cette rencontre avec les journalistes. "Il ne revient pas à Renault de commenter le décès d'une personne qui n'était pas salariée de l'entreprise", s'est défendue la porte-parole du constructeur, évoquant le respect de la vie privée de la famille et rappelant que le suicide avait eu lieu à son domicile.





    Buona vita

    Guglielmo
    Ultima modifica di willy61 : 14-03-2008 alle ore 09.22.33
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  15. #105
    Partecipante Esperto L'avatar di nuryel78
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    Caro Willy........come forse saprai da due mesi lavoro in una società di consulenza del lavoro, e se ne vedono delle belle....

    poche settimane fa ci è arrivato un aggiornamento da parte della CGIL di milano. ne ho reperito un pezzetto in internet, che ti incollo.



    E' il 2 febbraio: la donna, 44 anni, due figli di cui uno piccolo, un contratto part-time di 30 ore settimanali per poco più di 1000 euro netti al mese, soffre di problemi renali. Le capita di stare male, ma non le è consentito di andare alla toilette. Finito il lavoro "umiliata e piangente" va in ospedale dove, dice, le viene diagnosticata una cistite emorragica: 15 giorni di malattia la prognosi. Non era iscritta al sindacato ma decide di farlo con la Uiltucs-Uil: "Le colleghe che hanno aderito all'organizzazione sono le uniche che hanno il coraggio di raccontare come mi hanno fatto fare pipì addosso".

    Giovedì scorso il fatto più grave: dopo le 16.30 la cassiera scende le scale per cambiarsi e uno sconosciuto le copre gli occhi con una banda, le blocca le mani, le infila in bocca un panno e le sbatte la testa contro i muri del bagno. Poi urlandole "piscia" e altre minacce preme il tasto dello sciacquone. Lei sviene e viene aiutata dal direttore ("all'inizio ho avuto la sensazione che credesse mi fossi fatta male da sola") che la accompagna in ospedale: per ora le sono stati dati 10 giorni (tecnicamente per infortunio visto che l'episodio si è verificato sul lavoro). La lavoratrice ha sporto denuncia alla polizia: "Voglio sapere chi è stato a picchiarmi e perché". E soprattutto riferendosi alla sua denuncia di mobbing dice "di voler lottare ora perché nessuno sia sottoposto alle stesse umiliazioni che ho subito io".

    Graziella Carneri della Filcams-Cgil sottolinea che "ovviamente non si pensa che l'aggressione sia stata commissionata dall'azienda ma che c'è una forte responsabilità per il clima intimidatorio: molti dipendenti hanno paura di prendere parte all'attività sindacale". Tesi sostenuta anche da alcuni lavoratori. Il segretario della Camera del Lavoro, Onorio Rosati, sottolinea che "nel gruppo registriamo una violazione di alcuni diritti, e la situazione in Esselunga è paradigmatica del fatto che i diritti non sono acquisiti per sempre ma vanno rivendicati e presidiati". Cgil, Cisl e Uil daranno assistenza legale alla lavoratrice.

    L'azienda ha replicato, in una nota: "Sono attualmente in corso delle indagini da parte delle forze dell'ordine di cui subito abbiamo richiesto l'intervento e alle quali stiamo fornendo la massima collaborazione. Auspichiamo che venga fatta luce sulla vicenda nel più breve tempo possibile. Al momento riteniamo prematuro rilasciare altre dichiarazioni". Ma la vicenda non si chiude qui: martedì è previsto un nuovo presidio e alcuni sindacalisti chiedono ai clienti e ai milanesi di "inondare la direzione di proteste e richieste di informazione via e-mail".


    certo, la signora è viva e vegeta: ma chi la risarcirà mai?
    E con la notiziola allegra del giorno vi saluto, incrollabilmente certa che notiziole così continueranno ad arrivare, implacabili, praticamente una volta al giorno.
    Ma vi terròi nformati, almeno mi indigno in compagnia.
    "...l'effetto farfalla: l'idea cioè che una farfalla, sbattendo le ali oggi a Pechino, possa incidere sulle perturbazioni atmosferiche del mese prossimo a New York." Gleik- teoria del caos

    " To see a world in a grain of sand and a heaven in wild flower - hold infinity in the palm of your hand, and eternity in an hour." William Blake

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