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  1. #91
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Anche perché, e qui chiedo a Gieko ed Ikaro, non è detto che tutti vogliano, o possano (per migliaia di motivi, inclusi quelli relativi al carattere del paziente) seguire un percorso psicoterapeutico. Che si fa? Ci si ritira in una tecnica idealizzata o si adotta il motto dei marines: "Si fa quel che si può, quando si può, con quel che si ha a disposizione"?
    Provo a dirti cosa ne penso.
    A meno che non si pensi che sia la tecnica a definire la terapia, fatto che costituisce un errore metodologico, io penso che è la nostra teoria ed il nostro metodo a rimanere invariato, mentre la tecnica rappresenta la parte più variabile dell'intervento. Ciò significa che, portando ad esempio l'analisi, essa non sia definita dall'uso del lettino o dalla frequenza delle sedute, o da altri parametri tecnici, ma dal complesso teorico psicoanalitico e dalla metodologia consistente nella creazione del transfert e della sua interpretazione. Posso fare analisi anche con parametri tecnici differenti (a patto di tenere conto della ricaduta degli stessi) se mi appoggio alla teoria ed al metodo psicoanalitico. Semmai è la domanda del paziente che a volte è assente (penso ad una consulenza psicologica non effettuata su richiesta) o talmente complessa e sepolta da far sì che sembri che una persona che sceglie di rivolgersi ad uno specialista non possa fare terapia.

    Un saluto
    gieko

  2. #92
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio
    se si va a leggere tutto l'articolo il termine intervento psicoterapeutico (in quel caso,anche se poi non è detto che non diventi cosa necessaria) non viene mai menzionato. Cosa vuol dire questo? qualcuno me lo spieghi...
    Potrebbe semplicemente significare che c'è una diffusa cultura per cui la psicoterapia è riservata solo alla psicopatologia conclamata, secondo un modello ed un'epistemologia medica, mentre "i fattori esterni che mettono in crisi" sono visti unicamente come estranei al soggetto. Ciò non significa che la possibilità di approfondire questi aspetti non possa mettere in luce i rischi di una tale concezione a partire dall'evidenziare la peculiarità del disagio psichico (continuo) rispetto a quello fisico (discreto).

    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio
    Tu dici: "E non credo bastino empatia, sostegno e contenimento per fornirgliele. O, per meglio dire, possono bastare - in quel caso e in quella situazione - ma non penso siano in grado di produrre un cambiamento"...ecc

    Nessuno infatti (x lo meno io) sta parlando di cambiamento, ma di utilità che lo psicologo può avere nel sostegno (e non nella cura) in quella situazione e in quel momento attraverso l'empatia, il contenimento, l'informazione...ecc
    Inoltre non è detto che in futuro, questa stessa persona, non sarà in grado di affrontare altre situazioni, essendo per me quello un caso "limite" dove:<< " sentimenti di paura, rabbia, impotenza, depressione, ansia sono del tutto normali e comprensibili, sia nel paziente che nei suoi familiari>>." citazione articolo (vedi sopra)
    Devi però spiegare, l'ho già accennato sopra, a cosa servano empatia, accoglimento e contenimento. Mi sembra che ci sia dietro una visione tale per cui si possa rappresentare un "puntello" emotivo-cognitivo, venendo così a considerare il paziente come influenzabile dall'esterno (sia esso il trauma o l'intervento dello psicologo). Se così fosse, tieni presente che è una posizione fortemente criticabile in base agli studi dell'infant research e alle teorie della complessità.

    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio
    Se andassi da uno psicologo perché questi sentimenti del tutto normali e comprensibili non sono in grado di gestirli in questo momento, ti sembra giusto e deontologico che questo mi dica:" signorina le conviene andare da uno psicoterapeuta così quando le capiterà qualcos'altro, sarà in grado di risolversi da sola non solo questa situazione ma anche quelle future (come faccio io) senza che vada a rompere le pa... a qualcun altro>>

    Per me questo psicologo non solo non mi sta aiutando, ma mi sta anche dicendo che non è normale e che il problema è mio se non ho la forza (come hanno molti altri) di risolvere questo momento... forse il problema, a mio avviso ce là proprio lo psicologo!!!
    Non sono per nulla d'accordo che ammettere i propri limiti sia anti-etico, anzi, tutto il contrario. Già in precedenza ti avevo chiesto di spiegare per quale motivo inviare un paziente ad un collega non sia etico.
    Ritengo che lavorare sulla domanda, come diceva ikaro, può aiutare il paziente a capire il percorso da intraprendere e permettere che, con una psicoterapia possa eventualmente decidere in prima persona cosa fare della sua vita. Ecco perchè anche l'eventualità di capire insieme che il momento di crisi rappresenta l'epifenomeno di modalità disfunzionali del soggetto, e quindi la decisione di intraprendere una psicoterapia non è un atto contro l'etica e perchè non è il terapeuta ad essere "matto". Sottolineo la natura condivisa di questo processo (dove però è presente la capacità di lettura della situazione da parte del terapeuta in base alla sua teoria di riferimento) mentre dalle tue parole sembra quasi che il paziente venga sballottato da un professionista all'altro come un pacchetto.

    Un saluto
    gieko

  3. #93
    Partecipante Super Esperto L'avatar di ama77
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    Chiedo scusa a tutti se non sono più intervenuta in questa discussione che mi interessava davvero tanto, ma purtroppo c'è stata una disgrazia nella mia famiglia e non è facile mantenere la mente lucida come si dovrebbe per portare avanti il discorso che avevo iniziato.
    Ci tenevo solo brevemente a rispondere sull'importanza che, a mio avviso, rivestono sostegno, empatia, accoglimento e contenimento nella relazione col paziente (non solo psicoterapeutica, anche se inizialmente farò riferimento principalmente a quest'ultima).
    Io mi rifaccio principalmente alla teoria rogersiana, che riconosce il valore di sopravvivenza e di autoaffermazione insito in ogni forma di psicopatologia e di disagio, in una visione globale della persona o del sé come si trova, anche se da angolature diverse, in Winnicott e Kohut. L'idea di fondo è che se il paziente si sente capito e realmente accettato nell’imperfezione delle soluzioni che è riuscito a trovare, è più probabile che sia indotto gradualmente a prendere in considerazione delle alternative al suo stile di vita.
    Per ottenere il cambiamento, non ci si pone solo l'obiettivo di riconoscere attitudini scorrette o conflitti di cui il paziente non sembra avere coscienza per aiutare a correggere gli uni e a risolvere le altre rischiando però di incontrare resistenze insuperabili, ma spesso ci si limita a offrire comprensione e partecipazione, riducendo al minimo gli interventi confrontativi e correttivi, così che il paziente si senta meno in pericolo e allenti le difese. Paradossalmente, può così essere che riesca a vedere meglio le cose che non si cerca di mostrargli.
    Si può indicare come “asse materno” della terapia l’insieme di tutte le modalità di rapporto ispirate ad accoglimento, accettazione incondizionata, contenimento. E’ l’asse da privilegiare con pazienti molto fragili o molto regrediti, quasi incapaci di tollerare qualsiasi confronto: a mio avviso, pazienti che sono alle prese con una forte crisi indotta da un evento di vita improvviso ed emotivamente devastante (come una malattia terminale, un lutto) si trovano in questa condizione.
    A questo, si aggiunge la capacità bioniana di "reverie materna", cioè di accoglienza dentro di sé dei segnali caotici che il paziente trasmette per restituirli parzialmente elaborati, in modo che possa iniziare a integrarli in un nesso significativo, con l’offerta di un contenitore ausiliario per l’esperienza che l’altro non è ancora in grado di trattenere ed elaborare autonomamente.
    Per capire bene come impostare la relazione col paziente, viene data particolare importanza a discriminare quando egli “non vuole” e quando “non può” affrontare una difficoltà. Il primo caso corrisponde pressappoco alla condizione richiesta per l’analisi classica: quella in cui esiste un io sufficientemente forte, che è in grado di elaborare un conflitto inconscio purché qualcuno lo porti alla sua coscienza, ma “non vuole”, cioè resiste a farlo, perché l’impresa comporta dolore e fatica. Nel secondo caso si ipotizza una condizione di reale incapacità, per debolezza o immaturità dell’io, ad affrontare determinate esperienze: e quindi di reale bisogno di protezione, sostegno, offerta di condizioni che favoriscano il rafforzamento e la crescita. Da queste due situazioni emergono domande diverse, cui il terapeuta risponde con interventi prevalentemente sul registro paterno nel primo caso e su quello materno nel secondo. Io credo che la risposta sul registro materno, possa essere estesa anche ai colloqui psicologici (Rogers per primo ha dato un'importanza fondamentale agli interventi di counseling e non solo psicoterapeutici) nei confronti dei pazienti che si trovano, per ragioni di debolezza (casi citati prima), momentaneamente impossibilitati ad affrontare da soli una difficoltà ed hanno quindi bisogno del sostegno per rafforzarsi e cercare di reagire autonomamente alla situazione stressante.

    Ecco...può darsi che non sia stata pienamente chiara e lineare nel mio discorso, ma ho fatto quel che potevo.

    Buonanotte

  4. #94
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Forse O.T.

    Caro Gieko

    Ovvio anche per me il fatto che non può essere la tecnica a definire la terapia. Però, pur essendo d'accordo con la tua riflessione, mi chiedo se non esistano situazioni nelle quali si possa decidere (in scienza e coscienza) di NON iniziare un percorso psicoterapeutico. Può essere una conclusione raggiunta in funzione di migliaia di ipotesi e di riscontri diversi, dalla valutazione dell'alleanza terapeutica a quella della "analizzabilità", a quella della struttura di personalità, a quella del tempo necessario (un malato oncologico che richieda aiuto psicologico e che abbia di fronte a sé pochi mesi di vita non mi pare il candidato più adatto per una psicoanalisi, per quanto motivato possa essere...).
    Voglio dire, da mio punto di vista gli interventi richiamati da Ama e da Kaori vanno nel senso di "sostenere le difese", piuttosto che di analizzarle. Magari, a volte, può essere utile anche questo...

    Buona vita

    Guglielmo

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Provo a dirti cosa ne penso.
    A meno che non si pensi che sia la tecnica a definire la terapia, fatto che costituisce un errore metodologico, io penso che è la nostra teoria ed il nostro metodo a rimanere invariato, mentre la tecnica rappresenta la parte più variabile dell'intervento. Ciò significa che, portando ad esempio l'analisi, essa non sia definita dall'uso del lettino o dalla frequenza delle sedute, o da altri parametri tecnici, ma dal complesso teorico psicoanalitico e dalla metodologia consistente nella creazione del transfert e della sua interpretazione. Posso fare analisi anche con parametri tecnici differenti (a patto di tenere conto della ricaduta degli stessi) se mi appoggio alla teoria ed al metodo psicoanalitico. Semmai è la domanda del paziente che a volte è assente (penso ad una consulenza psicologica non effettuata su richiesta) o talmente complessa e sepolta da far sì che sembri che una persona che sceglie di rivolgersi ad uno specialista non possa fare terapia.

    Un saluto
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  5. #95
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    Teoria di riferimento? no, grazie! preferisco abbracciarne diverse piuttosto che sposarne una e considerare solo quella..soprattutto quando si parla del concetto di empatia, da lì la teoria implicita che non vuol dire teoria inventata..e onde evitare la pericolosità di questo (secondo geiko) e onde evitare qualsiasi altro tipo di fraintendimento, ho voluto direttamente inserire qui sotto un articolo molto interessante sull'empatia e che tipo di linea guida "la mia teoria implicita" segue.

    Buona lettura a tutti.
    Ps: sono state eliminate alcune brevi parti (visibili nel simbolo [...]), per chi volesse leggerlo tutto si rimanda al collegamento qui sotto
    __________________________________________________ _________________________

    http://www.unambro.it/html/pdf/Lecti...iano_Berti.PDF

    EMPATIA
    prof. Luciano Berti

    “E’ il più terrificante dei sentimenti rendersi conto che il medico non sa vedere la tua realtà, che non sa capire quello che senti, e che sta andando avanti semplicemente di testa sua. Cominciavo a sentire di essere invisibile e forse di non esserci nemmeno”

    Brano tratto dal libro “L’io diviso” di Laing. Parole che conducono ad interrogarsi su quanto il comprendere l’altro, non in senso esclusivamente emotivo o esclusivamente razionale, sia un fondamento importante delle relazioni umane. Sarebbe però troppo riduttivo, pur nella sua accezione
    generale, associare questa “comprensione dell’altro” al termine Empatia.
    Empatia è infatti un costrutto che va più in profondità, che implica quel qualcosa in più di difficile attribuzione.
    […] Freud, nel suo testo “psicologia delle masse e analisi dell’io” parla di einfuhlung,immedesimazione, attribuendole esclusivamente una funzione interpretativa negandole nel contempo una valenza terapeutica.
    Fu Kohut teorico della psicologia del sé a ritenere “l’immersione empatica” un fattore terapeutico. La definì “introspezione vicariante” una sorta di prestito ad un’altra persona della propria capacità introspettiva. La funzione empatica è ciò che ci consente di osservare la realtà psichica nostra e delle altre persone. Il bisogno di empatia secondo Kohut perdura tutta la vita. E’ un bisogno fondamentale, un nutrimento psicologico, generato dalla paura di autoesclusione dal mondo. L’empatia secondo l’autore è dunque essenziale per mantenere la salute mentale e la presenza di fenomeni empatici tra madre e figlio è fondamentale per lo sviluppo di un attaccamento sicuro nella prima infanzia.
    L’ambiente empatico è quindi, secondo Kohut, condizione necessaria per conservare la coesione del sé e in ambito clinico è già di per sé atto terapeutico in quanto rafforzante la coesione del sé e l’autostima.
    Carl Rogers diede all’empatia un ruolo centrale nel suo impianto teorico. Nella sua definizione riemerge il concetto di immedesimazione non fusionale espresso anni prima da Edith Stein :“ …lo stato di empatia, dell’essere empatico, è il recepire lo schema di riferimento interiore di un altro con accuratezza e con le componenti emozionali e di significato ad esso pertinenti, come se una sola fosse la persona - ma senza mai perdere di vista questa condizione de come se. Significa perciò sentire la ferita o il piacere di un altro come lui lo sente, e di percepirne le cause come lui le percepisce, ma senza mai dimenticarsi che è come se io fossi ferito o provassi piacere e così via. Se questa qualità di come se manca, allora lo stato è quello dell’identificazione”.
    Per Rogers l’empatia è il fattore più importante nell’ingenerare un cambiamento nel paziente. L’empatia nel counseling prepara, per usare le sue parole, il successo futuro. La competenza empatica non è un’operazione di tipo cognitivo e quindi non può essere acquisita mediante un apprendimento teorico ma attraverso l’esperienza formativa, professionale e di vita quotidiana. Anche Karl Jaspers operò una distinzione tra comprensione razionale e comprensione empatica Essere empatici secondo Jaspers non è correlabile alle proprie capacità intellettuali o a titoli accademici. L’esperto dunque non è necessariamente una persona empatica.
    Da questo breve, parziale e sintetico excursus storico possiamo trarre alcune riflessioni. La prima , ormai indiscutibile, è che la medicina attuale, centrata sulla tecnica e sull’economia, è una medicina muta, priva di empatia. Una medicina che ignora la soggettività e che in funzione della tecnologia oggettivizza le persone nell’illusione che l’esproprio della soggettività sia un vantaggio terapeutico ed economico. Ricordo la descrizione di Carl Rogers di una giovane paziente depressa poi suicida che, prima di compiere il tragico gesto, affermò “…io grido, ma loro non mi sentono”
    La seconda riflessione consegue alla constatazione che l’empatia non è un concetto per i soli addetti ai lavori, medici, filosofi o psicologi, ma riguarda l’umanità intera. Quel noi sociale di Edit Stein e quel nutrimento psicologico di Heinz Kohut senza i quali si va verso la distruttività e disumanizzazione. Empatia dunque come dispositivo etico fondato però su valori di rispetto e dignità personale, in uno spirito di ciò che Karl Jaspers chiamava corresponsabilità. […]
    __________________________________________________ _______________________________________

  6. #96
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Teoria di riferimento? no, grazie! preferisco abbracciarne diverse piuttosto che sposarne una e considerare solo quella..soprattutto quando si parla del concetto di empatia...
    E, scusa la provocazione, ma come fai, di grazia, quando due (o più) delle teorie cui fai riferimento si contraddicono tra di loro?

    Buona vita

    Guglielmo
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  7. #97
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    E, scusa la provocazione, ma come fai, di grazia, quando due (o più) delle teorie cui fai riferimento si contraddicono tra di loro?
    l'articolo è stato riportato quasi x intero x part condicio!è stata eliminata solo una breve parte introduttiva, ed una brevissima parte conclusiva.
    La parte centrale è assolutamente intatta.

    saluti kaory.

  8. #98
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    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio
    l'articolo è stato riportato quasi x intero x part condicio!è stata eliminata solo una breve parte introduttiva, ed una brevissima parte conclusiva.
    La parte centrale è assolutamente intatta.

    saluti kaory.
    Kaori, perdona, ma non capisco. L'articolo l'ho letto. Ma a me non dice nulla riguardo alla domanda che ho posto.

    Per cui, provo a riproporla:
    "E, scusa la provocazione, ma come fai, di grazia, quando due (o più) delle teorie cui fai riferimento si contraddicono tra di loro?"

    Buona vita

    Guglielmo
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  9. #99
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Provo a rispondere sia a kaori che ad ama, dal momento che mi sembra che sottolineino concetti simili.

    Credo che ci siano due ordini diversi di problemi in quanto esponete.
    Il primo è più "semplice". Nei vostri interventi compaiono i nomi di Kohut, Winnicott, Bion, a sostegno di un approccio che consideri l'empatia ed il contenimento materno come terapeutico. Posto che si sia d'accordo, questi autori con sfumature e concetti di base differenti (soprattutto Bion, per cui il contenimento è contenimento di elementi proto-mentali, che ha poco a che vedere con l'empatia kohutiana) lavoravano seguendo queste linee teoriche in lunghe psicoanalisi, con l'obbiettivo di trasformare rappresentazioni di Sè e dell'oggetto del paziente. Vi era quindi una conoscenza ed un esperienza clinica che uno psicologo non possiede, e l'intento di effettuare una cura ed una trasformazione, non un "sostegno" al paziente.

    La seconda considerazione è di ordine teorico e rimanda proprio all'idea, molto marcata nella teoria delle relazioni oggettuali, che sia l'ambiente il fattore determinante, che la sofferenza sia legata ad un trauma, ad una ferita narcisistica, che l'analista possa ripararlo, fornire quell'esperienza che non c'è mai stata, che sappia di cosa ha bisogno il paziente, che il paziente debba dipendere - almeno per un certo periodo - dall'analisi e così via. Non voglio entrare troppo nel vivo di questo argomento, ma ritengo che gli studi dell'infant research (Stern, Sander, Tronick...) e le teorie dei sistemi non lineari e della complessità (Thelen e Smith, Maturana e Varela), abbiano radicalmente modificato il modo di concepire l'essere umano e la sua sofferenza, con importante ricadute in ambito clinico, tra cui una presa di distanza dal modello del deficit a favore di concetti relazionali (e mi riferisco all'attenzione attualmente rivolta a concetti come l'enactment, il campo analitico, la co-costruzione di significato).

    Se si pensa ai concetti di base del sostegno psicologico che - nonostante kaory affermi di non riconoscersi in alcun modello - si rifanno ad una concezione riparativa, ad una possibilità di tamponare un deficit limitato ad un dato momento, questi problemi si pongono, a mio modo di vedere, in maniera macroscopica, con in più la contraddizione di dover affermare che empatia e contenimento servono hanno valore terapeutico in sè, e di dovere al contempo negarla perchè "il sostegno non deve essere terapia".
    gieko

  10. #100
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Forse O.T.

    Caro Gieko

    Ovvio anche per me il fatto che non può essere la tecnica a definire la terapia. Però, pur essendo d'accordo con la tua riflessione, mi chiedo se non esistano situazioni nelle quali si possa decidere (in scienza e coscienza) di NON iniziare un percorso psicoterapeutico. Può essere una conclusione raggiunta in funzione di migliaia di ipotesi e di riscontri diversi, dalla valutazione dell'alleanza terapeutica a quella della "analizzabilità", a quella della struttura di personalità, a quella del tempo necessario (un malato oncologico che richieda aiuto psicologico e che abbia di fronte a sé pochi mesi di vita non mi pare il candidato più adatto per una psicoanalisi, per quanto motivato possa essere...).
    Voglio dire, da mio punto di vista gli interventi richiamati da Ama e da Kaori vanno nel senso di "sostenere le difese", piuttosto che di analizzarle. Magari, a volte, può essere utile anche questo...

    Buona vita

    Guglielmo
    Caro willy sono d'accordo con la possibilità di NON intraprendere un percorso terapeutico, ma penso che non sia una questione di "analizzabilità" o meno del paziente, di tempo, di caratteristiche strutturali, di difese. Io penso che, qualunque intervento venga effettuato, bisogna considerare attentamente la possibilità che la coppia terapeutica possa muoversi verso una qualche direzione (piuttosto che rimanere, ma non è "colpa" della personalità o delle difese del paziente!). La teoria che utilizzo è sempre la medesima, così come il metodo (la lettura e l'interpretazione della relazione transferale), sono la tecnica ed il setting a cambiare. Ecco perchè penso che sia analisi anche un intervento forzato da tempi o da caratteristiche del setting particolari: con il paziente sto lavorando nella stessa modalità, è solo la "cornice" che cambia (e di questo bisogna tener conto, ma non significa che cambi la teoria e la metodologia dell'intervento).
    Non dico di certo che, con un paziente terminale, ad esempio, si faccia un'analisi "completa", ma penso che si possa lavorare analiticamente con lui, per quanto il tempo lo consenta, che sia possibile muoversi insieme verso nuove direzioni, anche se solo brevemente.
    Penso a Searles che faceva analisi con pazienti catatonici: applicava la sua teoria, il suo metodo, solo che le interpretazioni non erano verbali, e il setting non era la stanza d'analisi, ma il corridoio di un ospedale.

    A volte è estremamente difficile immaginare come modificare la tecnica in base al setting, sono d'accordo. Ma penso che un intervento ad esclusivo sostegno delle difese non sia utile, contribuendo solo all'immobilità del paziente e dello psicologo.

    Un saluto
    gieko

  11. #101
    Partecipante Super Esperto L'avatar di rosamund
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    più che il sostegno delle difese... può essere fruttuoso e terapeutico il sostegno delle risorse.. questo con tutti i pz..
    Rosamund

  12. #102
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    Premetto che mancherò diversi giorni e che in questo momento ho pochissimo tempo x rispondere, sarò dunque breve e superficiale

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    "E, scusa la provocazione, ma come fai, di grazia, quando due (o più) delle teorie cui fai riferimento si contraddicono tra di loro?"
    Non è questione di contraddizione, quanto piuttosto di utilità che tali concetti possono assumere a seconda dei casi.
    Per esempio, ciò che dice geiko, per me è chiaro e condivisibile ma allo stesso tempo (sempre secondo me) non estendibile a tutti i casi.
    E' abbastanza evidente che in questo momento io stia adottando più un certo punto di vista (vedi Carl Rogers) piuttosto che un altro, soprattutto in vista degli esempi citati nei post precedenti. E' evidente che un rinvio ad uno psicoterapeuta può dimostrarsi più che lecito oltre che la scelta migliore da fare, qualora la situazione richiedesse questo


    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio

    http://www.unambro.it/html/pdf/Lecti...iano_Berti.PDF

    EMPATIA
    prof. Luciano Berti
    [...]Carl Rogers diede all’empatia un ruolo centrale nel suo impianto teorico. Nella sua definizione riemerge il concetto di immedesimazione non fusionale espresso anni prima da Edith Stein :“ …lo stato di empatia, dell’essere empatico, è il recepire lo schema di riferimento interiore di un altro con accuratezza e con le componenti emozionali e di significato ad esso pertinenti, come se una sola fosse la persona - ma senza mai perdere di vista questa condizione de come se. Significa perciò sentire la ferita o il piacere di un altro come lui lo sente, e di percepirne le cause come lui le percepisce, ma senza mai dimenticarsi che è come se io fossi ferito o provassi piacere e così via. Se questa qualità di come se manca, allora lo stato è quello dell’identificazione”.
    Per Rogers l’empatia è il fattore più importante nell’ingenerare un cambiamento nel paziente. L’empatia nel counseling prepara, per usare le sue parole, il successo futuro. La competenza empatica non è un’operazione di tipo cognitivo e quindi non può essere acquisita mediante un apprendimento teorico ma attraverso l’esperienza formativa, professionale e di vita quotidiana. Anche Karl Jaspers operò una distinzione tra comprensione razionale e comprensione empatica Essere empatici secondo Jaspers non è correlabile alle proprie capacità intellettuali o a titoli accademici. L’esperto dunque non è necessariamente una persona empatica. [...]
    ed ancora tratto dal sito:
    __________________________________________________ __________________________________________________ ___________________
    http://www.irpir.it/ssspcifrep/rivis...delEMPATIA.pdf

    [...] Nell’ambito della consulenza psicologica e, in particolare in
    quella orientata sui principi della terapia centrata sul cliente, l’empatia
    è stata studiata non tanto come capacità di comprendere e sperimentare
    il mondo soggettivo dell’altro, quanto come abilità nel seguire il
    flusso delle esperienze altrui in comunicazione e nel saperle verbalizzare
    momento per momento. L’esigenza scientifica che muove la ricerca
    in questo settore non è tanto quella di indagare la natura del
    processo empatico, quanto piuttosto di verificare l’efficacia terapeutica
    del comportamento empatico: si spiega allora, nella concettualizzazione
    dell’empatia, lo spostamento d’enfasi dal modo di percepire al
    modo di comunicare, da un processo intrapsichico ad un comportamento
    di tipo comunicazionale osservabile. L’empatia si configura
    come un processo comunicativo interazionale (Barrett-Lennard 1962;
    Truax 1967) che consiste nel seguire e nell’accompagnare le esperienze
    dell’altro mentre questi si autoesplora.[...]
    __________________________________________________ __________________________________________________ ____

    Mi rendo conto di non essere esaustiva come vorrei e chiedo scusa x questo.


    saluti kaory

  13. #103
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    Visto che non ci sono state più risposte, ci tenevo a ringraziare tutti. Mi siete stati di grande aiuto nel comprendere diverse questioni, inoltre la divergenza di opinioni è stata x me fonte di arricchimento e di crescita..
    Grazie ancora

    A presto, kaory!

  14. #104
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Guarda che, per me, la discussione non è terminata. Aspettavo tu rientrassi.

    A più tardi

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  15. #105
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    ah ok, volevo comunque ringraziare

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