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  1. #91
    louis
    Ospite non registrato
    "Insisto piuttosto sull’atteggiamento che motiva un percorso terapeutico: è essenzialmente personale, come sta ripetendo anche vincent.
    Io aggiungo che rivolgersi ad uno psicologo cercando ricette esistenziali universali e “garantite” secondo me scoraggia una vera attivazione nei confronti della propria “salute” ed è analogo a sperare che la psicologia sia una risposta infallibile (proprio come facevano i primi comportamentisti). Entrambi gli atteggiamenti hanno in comune un attendismo messianico che non può che essere frustrato."

    Ti faccio un'altro parallelismo che spero comprenderai. In un film di troisi , lui il protagonista è uno 'psicosomatico' tra l'altro per qualche strano motivo si finge come tale.
    Chiede alla sorella di aiutarlo ma la sorella gli dice che lei si occupa
    di malati seri mentre lui è solo uno 'psicosomatico' .
    E lui giustamente gli dice se tutti fossero 'psicosomatici' lei dunque
    che mestiere farebbe?
    Ho l'impressione che anche qui si ribalta il problema: non puoi
    mica decidere tu quale sia il disagio che il paziente porta in terapia. E se il suo disagio ha come sintomo la ricerca di risposte universali e garantite , tu cosa gli dici ?
    ma la cosa che ti sfugge è che ogni paziente cerca , in virtù della
    propria malattia, esattamente ricette universali e garantite e
    guarirà esattamente quando capirà che non esistono cose del genere.Forse scoprirai dunque che i percorsi terapeutici e i percorsi spirutuali ( quelli che ti offrono i guru, quelli veri ovviamente) sono simili ....
    a meno che tu non voglia pazienti gia sani ....

    Vedi io non dico che gli uni sono meglio degli altri ... dico solo
    che non è la certificazione 'bollino blu' che fa il terapeuta e dunque
    ha ragione Galimberti che l'unica possibilità per un paziente
    è sperare di trovare il terapeuta in grado di sfiorare la propria anima . Se su questi siete d'accordo allora cade ogni pretesa di
    scientificità.
    ma io mi chiedo : perchè un paziente deluso che semplicemente
    fa notare che i percorsi personali dei moderni psicoterapeuti non
    sono alla stregua della ricerca di un Jung , e quindi evidenzia
    forse delle inadeguatezze , debba essere un 'paranoico' , come
    tu stesso dici. E solo perchè non si è instaurato il rapporto di fiducia o solo perchè forse come dimostri anche tu , che vuoi a quanto pare pazienti solo sani, non si è sentito semplicemente capito , magari anche nelle sue probabili esigenze spirituali?
    E allora mi chiedo , un terapeuta che non capisce questo , che percorso avrà fatto , o un terapeuta che dice , questo non è il mio mestiere, non sono io che posso darti questo , ribadisco che
    cosa può dare? a cosa serve ? a fornire nuovi protocolli simil-viagra? Il problema esiste dunque e non va risolto difendendo la
    categoria , ma forse riflettendo se ci sono delle inadeguatezze cosa che mi sembra abbiate difficolta a fare .

  2. #92
    calma! non è un segreto che i terapeuti cognitivo-comportamentali non si sottopongano ad analisi (sarebbe un controsenso) e dove lavoro io viene ben evidenziata la differenza fra i due paradigmi.... se il mio paziente finisce per caso fra le mie grinfie (ma son rarissimi quelli che apron le pagine gialle e prendon il nome piu simpatico) viene prontamente informato sui concetti basilari dell'approccio che seguiamo, e viene ben specificato che non si tratta di psicoanalisi... spesso vengono persone che hanno gia provato la psicoanalisi e dopo diversi anni di terapia non stanno ancora "bene" per altri invece non è adatta la terapia cognitivo comportamentale... ancora una volta gli assolutismi non vanno bene...
    Ai tempi di Galimeberti probabilmente i corsi di laurea in psicologia non esistevano quindi siccome lui che nasce filosofo si è occupato di psicologia come molti altri è stato promosso sul campo... ma non perchè ha fatto studi filosofici (son daccordo con te lila sulla fumosità) ma perchè ha dato un contributo... molti degli psicologi più famosi in italia vengono dalla filosofia o da medicina e sono gli stessi poi che hanno creato i corsi di laurea in psicologia.... corso di laurea dove galimberti insegna, da cui trae qundi profitto con il suo stipendio sia vendendo i libri ai suoi alievi... giusto? ora lui critica però il piatto dove mangia anzi lo disprezza... perchè la faccia scientifica che si è voluta dare la psicologia (si è voluta dare non gli hanno dato) la porta lontana dall'anima...
    In effetti se oggi Galimeberti 18enne scegliesse filosofia dovrebbe faticare per diventare analista... ma avrebbe l'alternativa di scegliere psicologia... e condire il suo corso di laurea con tutti gli esami di filosofia che vuole.... è cambiato il contesto, si è ritenuto utile per lo psicologo studiare argomenti specifici... ciò non vuol dire che gli studenti di psicologia sono rinchiusi in teche di vettro... possono coltivare altri interessi e anche la filosofia...
    riguardo a James non ha molto senso estrapolarlo dal suo contesto di inzio 900 e catapultarlo nel 2000... chiediti cosa penserebbe ma sappi che non avrebbe molto senso perchè sarebbe un pensiero al di fuori del tempo...
    Io son disposto a rinunciare alla scientificità della psicologia o alla quais scientificità (molto spesso oggi si parla di quasi esperimenti), quindi basta studi randomizzati, basta confronti tra gruppi sperimentali e gruppi di controllo, basta statistica psicometrica eccetera..
    ma mi devi trovare un criterio più efficace per definire ciò che tu definisci risultati e verità...
    Aspetto con ansia le moderne ricerche scientifiche che fanno gli Junghiani, per quanto riguarda i test scientifici vorrei capire a cosa ti riferisci... tutti sappiamo che i test sia proiettivi che obiettivi hanno dei problemi e nessuno si sogna di usarli per fare diagnosi... possono essere uno strumento di comunicazione ma non toccano l'anima perchè semplicemente non servono a quello...
    Ma jung poi si faceva anche le pazienti vero? era lui o mi confondo? si si mi sa che era lui... si sarebbe stato espulso dall'ordine... che stronzi sti psicologi moderni per legge!
    A parte gli scherzi nessuno rinnega i filosofi, anzi nei colloqui io faccio largo uso di epiteto ma di sicuro non studio l'alchimia o vado da maestri di vita a farmi illuminare il cammino..
    leggo romanzi, guardo film, discuto con me stesso, mi confronto (e sottolineo confronto) con colleghi o amici e così cerco il mio percorso... che è mio, lo decido io, non uno psicologo, non un analista, non un filosofo, non un prete, non vanna marchi e il maestro do nascimento, non harry potter!
    Non ho capito se sei consapevole o no che NON esistono ricette unversali o garnatite... se le trovi e mi dismosti che sono universali (quindi valgono per tutti) e garantite (ovvero senza possibilità di errore) fondiamo una scuola.
    Per quanto riguarda il film di troisi ti ricordo che è un film quindi già il definire una persona come uno "psicosomatico" non è corretto... avrà dei disturbi psicosomatici che vuol dire essere uno psicosomatico?
    Non so cosa voglia dire nemmeno "terapeuta che ti tocchi l'anima" concetto fumoso ancora una volta... il paziente sarà fortunato se troverà uno psicologo che lo aiuti a superare le sue difficoltà ma il fatto è che il paziente il vero responsabile del cambaimento!
    Il pezzo del paranoico l'ho perso... l'ho detto io? cmq ne io ne lila abbiam mai detto che gli psicologi o gli psicoterapeuti sono infallibili, nemmeno quelli col bollino blu... ma del resto nemmeno freud e nemmeno jung erano infallibili.... anzi...
    Ci sono delle iandeguatezze che non si superano disprezzando quello che di buono c'è... ma dando contributi per il miglioramento... quindi inizia a fare ricerca e a venire a confrontarti ai convegni se non trovi adeguato quello che già c'è...
    L'APA fa delle classificazioni sulle terapie efficaci per ogni disturbo del dsm IV, secondo me la diagnosi e i protocolli di intervento sono utili per fare crescere la psicologia... superata la fase acuta si può lavorare sul profondo, su quegli schemi che non funzionano, su quelle credenze che non sono funzionali.... ma l'uncio artefice del cambiamento del paziente è il paziente

  3. #93
    LiIa
    Ospite non registrato
    ...caspita ma come diavolo fate ad essere così tempestivi nel rispondere? (questi psicologi ne sanno una più del diavolo...)

    [QUOTE]Originariamente postato da louis
    non puoi
    mica decidere tu quale sia il disagio che il paziente porta in terapia. E se il suo disagio ha come sintomo la ricerca di risposte universali e garantite , tu cosa gli dici ?

    Stai sfidando il buon senso. Ed io rischio di sfiorare il grottesco ripetendo ad oltranza le stesse cose. Spero di evitare di isterilire la discussione, cercando di argomentarle.
    Non sono io a “comandare” sul disagio del paziente questo è ovvio, e mi stupisce lo ‘struggimento’ di quella domanda (“tu cosa gli dici?”) che spero sia un espediente volutamente paradossale.
    Cosa si risponde a chi pretende dolorosamente verità assolute? Senz’altro, da essere umano e da psicologa, non accorrerei a propinare sbrigative certezze, colludendo con il “sintomo”, appunto.
    Il fatto che qualcuno si presenti con una serie di aspettative e richieste abnormi (spesso confuse e disorientanti anche per il pz) non significa che tu debba automaticamente soddisfarle (magari superficialmente) solo per evitare l’ansia di non possedere una preconfezionata verità in tasca o di non essere abbastanza “incisivo” sul paziente (o sulla sua “anima”).
    Evitare questa trappola a sua volta non significa assumere un atteggiamento rifiutante, né esclude la possibilità di stabilire una buona alleanza di lavoro, un rapporto di fiducia, anzi.
    Non esclude l’opportunità di inquadrare meglio la natura del suo disagio per poter orientare o suggerire una psicoterapia adeguata, della quale devono essere esplicitati obiettivi, limiti, procedure e costi.

    "...ha ragione Galimberti che l'unica possibilità per un paziente
    è sperare di trovare il terapeuta in grado di sfiorare la propria anima ."

    Ho trovato l’articolo di Galimberti superficiale e “a effetto”. Scorretto nel tentativo di postulare la spendibilità professionale del filosofo affossando il lavoro e la formazione dello psicologo.

    "...ma io mi chiedo : perchè un paziente deluso che semplicemente
    fa notare che i percorsi personali dei moderni psicoterapeuti non
    sono alla stregua della ricerca di un Jung , e quindi evidenzia
    forse delle inadeguatezze , debba essere un 'paranoico' , come
    tu stesso dici....".

    Caro louis, di jung come di altri, sono noti l’acume, molti spunti suggestivi ed illuminanti; meno noti sono anche emeriti scivoloni. Se mi sono soffermata sul concetto di “inadeguatezza” non è certo per spirito di categoria (sul quale ho ironizzato) ma proprio per sfatare un luogo comune che attribuisce allo psicologo un mitico strapotere, precursore di prevedibili “delusioni”.

  4. #94
    louis
    Ospite non registrato
    "Ma jung poi si faceva anche le pazienti vero? era lui o mi confondo? si si mi sa che era lui... si sarebbe stato espulso dall'ordine... che stronzi sti psicologi moderni per legge!"

    Bhè probabilmente voleva in modo tangibile dimostrare
    che fosse un vero psicologo del 'profondo'.

    :- )

    "calma! non è un segreto che i terapeuti cognitivo-comportamentali non si sottopongano ad analisi (sarebbe un controsenso) e dove lavoro io viene ben evidenziata la differenza fra i due paradigmi.... se il mio paziente finisce per caso fra le mie grinfie (ma son rarissimi quelli che apron le pagine gialle e prendon il nome piu simpatico) viene prontamente informato sui concetti basilari dell'approccio che seguiamo, e viene ben specificato che non si tratta di psicoanalisi... spesso vengono persone che hanno gia provato la psicoanalisi e dopo diversi anni di terapia non stanno ancora "bene" per altri invece non è adatta la terapia cognitivo comportamentale... "

    D'accordissimo , solo che viene purtroppo a mancare un principio
    che è da ritenere importante:
    Non si può chiedere ad un paziente un percorso che è mancato allo psicoterapeuta stesso.Non dico per forza l'analisi , ma una psicoterapia perdinci , ce ne sono a migliaia ormai !!!!
    Come è possibile mi chiedo che uno psicoteapeuta non abbia
    mai avuto il ruolo del paziente? Non credi che venga a mancare
    qualcosa nell'esperienza e dunque nella conoscenza stessa dello
    psicoterapeuta?
    Ciò è possibile dunque solo se l'approccio di fondo ha le stimmate
    di una pretesa razionalità scientifica o quasi-scientifica.
    Non è un segreto , ma se io l'ho scoperta solo di recente questa
    cosa, cosa ne può sapere un utente che non mastica nulla di
    questo mondo?
    Prova a dirglielo ai tuoi pazienti che tu non sei mai stato al loro
    posto ...

    "Non ho capito se sei consapevole o no che NON esistono ricette unversali o garnatite... se le trovi e mi dismosti che sono universali (quindi valgono per tutti) e garantite (ovvero senza possibilità di errore) fondiamo una scuola."

    leggi bene questa mia frase precedente con liIa e ne trarrai le
    conclusioni:
    "ma la cosa che ti sfugge è che ogni paziente cerca , in virtù della
    propria malattia, esattamente ricette universali e garantite e
    guarirà esattamente quando capirà che non esistono cose del genere.Forse scoprirai dunque che i percorsi terapeutici e i percorsi spirutuali ( quelli che ti offrono i guru, quelli veri ovviamente) sono simili .... "

    ti faccio notare quel 'guarirà quando capirà che non esistono cose
    del genere".

    "Per quanto riguarda il film di troisi ti ricordo che è un film quindi già il definire una persona come uno "psicosomatico" non è corretto... avrà dei disturbi psicosomatici che vuol dire essere uno psicosomatico? "

    E' proprio un vizio quello di accusare la gente di fare diagnosi
    sempre e in qualsiasi contesto. Prima LiIa e adesso tu.
    Sono gli stessi personaggi del film che usano la parola psicosomatico non è mica una mia deduzione. !!!!!
    Non ho fatto mai una diagnosi in vita mia perchè non sono uno
    psicologo ... con questo spero di tagliare la testa al toro.
    le mie diagnosi le ho rivolte verso malfuzionamenti di sistemi
    informativi , esercizio molto più semplice.

    "Aspetto con ansia le moderne ricerche scientifiche che fanno gli Junghiani, per quanto riguarda i test scientifici vorrei capire a cosa ti riferisci... "

    Volevo esattamente dire il contrario infatti, era un paradosso. Gli junghiani riconosciuti dal murst hanno un modo diverso di fare 'scienza' mi pare. Poi mi riferivo a Jung stesso e al suo test di associazione verbale che poi probabilmente mise in un cassetto ,mentre sulla scrivania teneva gli i-ching.

    Su una cosa sono d'accordo con te , che è cambiato il contesto.
    Per questo mi sono affannato a spiegarvi che Galimberti va compreso a partire da questo dato , poichè se forse come dice liIa
    sarà stato superficiale in quella risposta , secondo me se lo poteva permettere , perchè ha scritto 500 pagine 'Psiche e tecnè'
    che sono la premessa a certe conclusioni. Vi invito a leggerlo ...
    li vi spieghera molto bene perchè a suo parere nascono le
    cosiddette 'psicologie del conformismo' ,
    fra cui quella che professa vincent.
    Io dico che galimberti fa bene a essere così duro ... è il suo
    mestiere quello di dare consapevolezza.
    Con questo non voglio dire che tu Vincent fai delle cose inutili e dannose ... cerca di capire bene non è questo il punto e non è
    questa la conclusione.
    E' cambiato l'uomo e la psicoterapia si sta adattando e forse sta
    perdendo una funzione sociale.
    Il discorso come lo pone galimberti ve lo ripeto è politico e antropologico.

    Riguardo invece al problema della Verità , esistono delle verità
    relative a certi paradigmi di carattere filosofico e scientifico e
    quindi relative a quel dato paradigma , ma a mio parere esistono
    verita oggettive che fanno capo all'essenza dell'umano.
    Questo discorso vi apparirà fumoso , so che può essere così.
    Ma ve ne cito qualcuna:
    la tendenza innata dell'individuo all'autorealizzazione , quella
    per esempio codificata anche dalla psicologia umanistica.
    Ed è proprio in questo processo che via via si acquistano nuove
    verità che alla fine rendono gli uomini sebbene diversi , uguali.
    Per esempio avere chiaro dentro di se la verità di una frase
    come quella di Nietsche che in Ecce Homo dice:
    "per ciò che non si ha esperienza non si hanno orecchie'
    il motivo dunque perchè certe cose possono apparire fumose.

    vi saluto cordialmente

  5. #95
    Ma devo fare la psicoterapia per cosa? a che scopo? con quali obiettivi?

  6. #96
    Partecipante Affezionato L'avatar di psicopulce
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    31-01-2003
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    Milano
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    Originariamente postato da vincentvang
    Ma devo fare la psicoterapia per cosa? a che scopo? con quali obiettivi?
    Ciao a tutti, mi inserisco nella discussione per rispondere sulla necessità o meno della psicoterapia personale per diventare psicoterapeuti.
    A me sembra che la psicoterapia personale sia fondamentale per un futuro terapeuta. Alla domanda per quali obiettivi e per che motivo, penso che la risposta sia assolutamente evidente per chi la psicoterapia personale l'ha fatta o la sta facendo.
    Cercherò di spiegarlo anche a chi non la sta facendo e non ha intenzione di farla, anche se é difficile esprimerlo a parole perché la vera natura dell'esperienza si chiarisce solo provandola.
    L'obiettivo é quello della propria crescita personale, che per un futuro terapeuta ha una doppia valenza. Oltre che valere, come per qualsiasi paziente (o cliente, o persona) come crescita utile a sé e alle persone con cui si é in relazione, si tratta anche di una crescita a mio parere indispensabile a livello professionale. Se infatti il principale strumento dello psicoterapeuta é lo psicoterapeuta stesso, il fatto che si conosca approfonditamente é la base per poter lavorare bene. Mi si potrà obiettare che é possibile conoscere se stessi senza una psicoterapia. Non metto in dubbio che questo sia possibile, ma la conoscenza di se stessi raggiungibile da soli o nelle comuni relazioni che ognuno di noi vive molto difficilmente (oserei dire mai) raggiunge la profondità raggiungibile nel corso della psicoterapia.
    Inoltre, l'esperienza che vivi come paziente é il miglior apprendimento possibile su che cosa é una psicoterapia, su come funziona il rapporto terapeutico, su come avviene il cambiamento, su quali sono le emozioni, le difficoltà, le conquiste. Si possono leggere centinaia di libri, discutere e confrontarsi con colleghi, avere supervisioni individuali e di gruppo, osservare terapie, ma tutto questo non può in alcun modo fornire un'esperienza diretta, vissuta in prima persona, mettendo in gioco le proprie emozioni, le proprie relazioni, rischiando, soffrendo e gioendo sulla propria pelle, come avviene in psicoterapia.
    Provare per credere!

  7. #97
    Sono veramente preoccupato... secondo me avete un'idea malsana della psicoterapia.... sono preoccupato da chi pretende di avere le chiavi della crescita personale di altri... molto preoccupato... il principale strumento dello psicoterapeuta è lo psicoterapeuta stesso? no non sono d'accordo... il principale strumento sono le tecniche psicoterapeutiche efficaci e la motivazione al cambiamento del paziente...
    A questo punto occorre allargare il confronto... chi pensa che la strada per la vera e profonda conoscenza di se stessi sia quasi esclusivamente l'analisi? (dico analisi perchè Louis e Psicopulce parlano di analisi non di psicoterapia vero e propria)...
    Ma a tutti quelli che provano la psicoanalisi e non ne traggono beneficio cosa consigli? No perchè la visione che ne hai di panacea per arrivare alla vera conoscenza profonda di se stessi implica che non ci siano altri metodi efficaci quindi non resta che...

  8. #98
    louis
    Ospite non registrato
    "il principale strumento dello psicoterapeuta è lo psicoterapeuta stesso? no non sono d'accordo... il principale strumento sono le tecniche psicoterapeutiche efficaci e la motivazione al cambiamento del paziente..."

    Questo significa dunque per te , che non dai alcuna importanza alla relazione paziente-psicoterapeuta. infatti in questo caso
    diventa decisiva la personalità del terapeuta stesso. per questo
    il terapeuta non può esimersi da un percorso di crescita personale.

    se tutta la psicoterapia si riduce alla somministrazione di tecniche e di protocolli immagino a questo punto comportamentali ,allora mi confermi decisamente , senza che io ne sappia nulla di questo
    vostro mondo , e quindi ipotizzo , che la vostra è una sorta di
    'psichiatria' che invece di somministrare pillole , somministra
    tecniche che condizionano comportamenti.

    per me una psicoterapia che non consideri la relazione come
    l'aspetto principale , non è una psicoterapia ma un'altra forma
    di intervento a cui no so dare un nome. me lo invento adesso:
    'Pschiatria psicologica'.

    poi trovo anche furba rimarcare tra le cose importanti la motivazione al cambiamento del paziente.
    Se il paziente viene da te ,che motivazione ha : di farsi una
    partita a tressette?
    Chissa se le tecniche non vanno , si può sempre dire che è mancata la motivazione del paziente.
    Vincent non creda che possa essere così ... non vorrei che sia
    una tua interpretazione sbagliata. almeno lo spero .. nel
    caso sia vero ..ho l'impressione che galimberti sia stato troppo tenero.
    Ultima modifica di louis : 10-01-2004 alle ore 15.09.20

  9. #99
    Partecipante Affezionato L'avatar di psicopulce
    Data registrazione
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    Originariamente postato da vincentvang

    A questo punto occorre allargare il confronto... chi pensa che la strada per la vera e profonda conoscenza di se stessi sia quasi esclusivamente l'analisi? (dico analisi perchè Louis e Psicopulce parlano di analisi non di psicoterapia vero e propria)...
    Ma a tutti quelli che provano la psicoanalisi e non ne traggono beneficio cosa consigli? No perchè la visione che ne hai di panacea per arrivare alla vera conoscenza profonda di se stessi implica che non ci siano altri metodi efficaci quindi non resta che...
    Scusa, Vincent, ma vorrei proprio sapere in che punto del mio messaggio tu hai letto che mi stavo riferendo all'analisi e non alla psicoterapia. Anche perché non é così, e ci terrei a puntualizzare che non mi riferivo all'analisi, ma alla psicoterapia. E inoltre non solo alla psicoterapia psicoanalitica, ma anche agli altri approcci psicoterapeutici, dal momento che tra due settimane inizierò la scuola di psicoterapia rogersiana. Pertanto non penso assolutamente che la psicoanalisi sia l'unica via per conoscere se stessi, apprezzo e ritengo validi altri approcci psicoterapeutici e anzi penso che l'integrazione tra i vari approcci sia un obiettivo da perseguire !
    Una precisazione solo per non vedere stravolto quello che intendevo dire!

  10. #100
    Sono anche stanco di ripetere le stesse cose, questa discussione sta diventando sterile...
    Primo non è così scontata la motivazione al cambiamento del paziente.... vanno considerati i vantaggi secondari della patologia e il fatto che venga in terapia non implica che questa motivazione sia presente... infatti ci sono disturbi che sono egosintonici (disturbi di personalitò, anoressi) e i pazienti spesso arrivano su pressione di parenti e amici...
    Secondo non ho mai estrapolato le tecniche terapeutiche dalla relazione terapeuta-paziente, se non c'è fiducia ovviamente le tecniche non funzionano, non ritengo nemmeno che l'analisi o la psicoterapia siano l'unica strada per realizzare in profondità se stessi... mi meraviglio di chi lo crede, la psicologia nasce all'inizio di questo secolo... prima cosa c'era?
    Terzo "somministra tecniche che condizionano comportamenti" che vuol dire? mai detto che funziona così... mai sentito parlare di ristrutturazione cognitiva? questa si ottiene attraverso tecniche che agiscono a livello cognitivo e comportamentale e si sono rilevate molto efficaci nel trattamento di molti disturbi... mi dispiace ma sei tu che definisci psicoterapia qualcosa di avulso e poco chiaro... a parte che ancora non ho capito che cosa intendi per psicoterapia... a me con anoressi cosa consigli come trattamento?
    Sul fatto della partita a tre sette ho gia risposto, e dimostra ancora una volta la tua visione distorta della terapia...
    Se le tecniche non vanno ci possono essere tanti motivi... e se invece l'analisi non va? che motivi ci sono? riesci a banalizzarli così?
    Per quanto riguarda psicopulce in effetti mi riferivo alla visione della terapia non rivolta ad un obiettivo (deciso dal paziente e il terapeuta assieme) ma a una non meglio specificata crescita personale.... se ricordi Maslow e la sua piramide dice che i bisogni di gradini superiori vengono avvertiti dopo che sono stati risolti quelli di gradini inferiori, quindi dal mio punto di vista aspirerò alla realizzazione di me o al bisogno di trascendenza nel momento in cui l'attacco di panico non limiterà più la mia vita... e ribadisco che il sottoporsi ad analisi o a terapia non sono le uniche strade per raggiungere l'autorealizzazione anche profonda...
    Non conosco le tecniche psicoterapeutiche che utilizzano i rogersiani, so che l'ascolto attivo ed empatico vengono utilizzate spesso nel counseling psicologico.... e non sapevo nemmeno che fosse necessaria una terapia personale per diventare uno psicoterapeuta rogersiano.
    Più che l'integrazione tra approcci diversi che va bene (secondo me) fino a unc erto punto dopo si rischia di fare minestroni sarebbe utile capire per quali patologie sia più utile un'approccio rispetto ad un altro o all'interno della stessa patologia capire quali tratti rendano più adatta ad una persona una terapia piuttosto che un'altra...

  11. #101
    louis
    Ospite non registrato
    "Secondo non ho mai estrapolato le tecniche terapeutiche dalla relazione terapeuta-paziente, se non c'?fiducia ovviamente le tecniche non funzionano, non ritengo nemmeno che l'analisi o la psicoterapia siano l'unica strada per realizzare in profondit?se stessi... mi meraviglio di chi lo crede, la psicologia nasce all'inizio di questo secolo... prima cosa c'era"



    chiarimo alcune cose di base:
    ci sono infinite strade per l'autorealizzazione , fra queste una parte del cammino pu¨° essere una psicoterapia , non so se cognitivo.comportamentale per¨°. E' da capire meglio almeno per me questa cosa.
    Ma stiamo entrando nel vivo del tema del Forum , infatti leggo
    di Psicoterpie pregi difetti etc.
    qui su tratta di discutere cosa sia una buona psicoterapia dunque.
    Tutti gli studiosi affermano che in realta sono tutte buone ... per
    cui il nostro compito non ¨¨ fare guerre di religione. E' un punto
    di vista che ho espresso in altri post , qui dentro.
    E non credere che io sono un apostolo della psicoanalisi ,,, non
    ¨¨ assolutamente vero.
    Il problema di fondo secondo me ¨¨ che le esigenze dei pazienti
    sono molto diverse. Ci sono pazienti che sentono molto bisogno
    si una relazione empatica , di essere capiti profondamente per
    cui ci si aspetta che la personalit¨¤ di chi li ascolti sia 'sufficientemente ricca'. Vedi vincent ¨¨ il fatto che tu ponga
    la centralit¨¤ sulle tecniche che mi convince di una cosa che sapevo gi¨¤ proprio perch¨¨ ai convegni ci vado anche io , e anche
    a quelli delle scuole cognitive-comportamentali.
    Mi convince che i 'mestieri' tendano ad un certo punto a divergere.
    Infatti voi insegnate ai pazienti ad avere minore difformit¨¤ con
    il mondo che li circonda , io sinceramente questa ¨¨ l'idea che mi sono fatto , e quindi ad adattarsi a ci¨° che il mondo chiede.
    Altri approcci forse sono forse piu adatte vreso quelle persone che fanno domande di senso.
    Verso questi pazienti le tecniche sono armi spuntate.
    C'¨¨ un mio amico che va in terapia perch¨¨ sente il profondo bisogno di capire alcuni aspetti della sua vita e un certo bisogno
    di ricostruire la sua storia.
    E dunque un po diverso l'approccio verso un osessivo-compulsivo
    che non ha pi tempo di farsi domande perch¨¨ passa la maggior parte del proprio tempo nella sua compulsione.
    In questo caso le tecniche sono d'accordo con te , servono e servono molto. Ma i mestieri a questo punto divergono , in pratica
    nel primo ¨¨ centrale la relazione cosa che tu limiti mi sembra alla
    fiducia ... coa vuol dire la fiducia? la fiducia verso il professionista
    o quella fiducia pi umana da parte di chi si sente 'capito'?

    Poi tu dici che non hai mai estrapolato le tecniche dalla relazione.
    tu hai parlato solo di motivazioni e di tecniche. Spiegaci dunque in
    questo approccio in cosa consiste la relazione e allora capiremo
    un po meglio.

    il problema della motivazione come la esprimi tu ¨¨ ovvia.
    Lo so che esistono disturbi di personalit¨¤ ego-sintonici per cui
    un paziente non sente il bisogno di cambiare.
    Ma ci sono psicoterapie che agiscono sulla motivazione stesso del
    paziente ... non la considerano come la possibile 'manna dal cielo'
    condizione sine qua no , come tu sembri esprimerla , ma come
    qualcosa che si gestisce nella relazione stessa.
    Altrimenti non ti sembra logicamente una battaglia persa in partenza se ¨¨ centrale la motivazione e tale motivazione al cambiamento non esiste per la patologia del paziente?
    Dunque la domda ¨¨ : cosa fa cambiare la motivazione del paziente?
    Nuova provocazione:
    Questa vostra difficolta a considerare centrale la figura del terapeuta mi da l'idea dunque che in realt¨¤ i vostri protocolli
    potrebbero essere somministrati anche da un computer.
    Una macchina intelligente che una volta data la diagnosi definisca
    i compiti del paziente. Non so se ¨¨ la verita di questo tuo mondo,
    ma il modo in cui lo esprimi mi da l'idea di una forte 'spersonalizzazione'. Esagero e provoco probabilmente ma
    io sinceramente troverei poco gratificante un mestiere del genere.

    Dovresti imparare a leggere un p¨° meglio Vincent , come esercizio di 'ascolto' ( scrissi esattamente ," non dico una analisi , ma una psicorepia perdinci , ce ne sono migliaia ormai)... non ¨¨
    che ad ogni post possiamo rimarcare che non siamo stati capiti.
    Avevo notato quello che psicopulce ha rimarcato , ma non avevo
    voglia di stare a ribadire ancora 'sviste'.

    non te la prendere ... io sono per natura affettuosamente 'stronzo'.

  12. #102
    1) "ci sono tante strade per l'autorealizzazione..." quindi convieni con me che l'analisi personale non indispensabile per il terapeuta?
    2) Non è mica vero che tutti gli studiosi dicon che son tutte buone... ce ne sono di più efficaci e di meno efficaci... non stiamo a raccontarcela... gli unici trattamenti che funzionano con l'anoressia sono il cognitivo comportamentale e il sistemico... solo per fare un esempio.... qualsiasi altroo trattamento oltre che inutile è dannoso (perchè fa fossilizzare la malattia)... quindi che son tutte buone non è vero e vorrei sapere dove sono tutti questi studiosi che dicono questa cosa...
    3) per il discorso della conformità... non saprei darti una risposta migliore di quella che ha dato lila.... ti consiglio di rileggerla perchè ha fatto considerazioni molto intelligenti e da quel che ho capito non è di orientamento cognitivo comportamentale...
    4) La fiducia è tutte e due... se non c'è fiducia umana non c'è nemmeno quella professionale.... lio resto dell'idea che le risposte si trovano da soli, il terapeuta può fornire ascolto empatico, riformulare i pensieri in modo più chiaro, ma le risposte le trova il paziente a prescindere dalla ricchezza del terapeuta... se le risposte le trova il terapeuta si provoca dipendenza o addirittura plagio...
    5) Si parla di relazione professionale di aiuto.... "il terapeuta ha un atteggiamento di tranquilla attesa, apertura e intensa attenzione, placando i suoi pensieri e permettendo al cliente di dipingersi sulla tela bianca della sua mente"... ti cito un'altra fase per chiarire il rapporto " tu dirigi e io ti seguo ovunque tu voglia andare. Ti seguirò alla velocità con cui tu mi guiderai, che sia lentamente o velocemente. Procederò oltre con te o tornerò indietro assieme a te. Non giudicherò se quello che mi dici va bene o male, se è giusto o sbagliato, se è segno di salute o di malattia. Io sono qui per cercare di capire la tua visione del mondo dal tuo punto di vista non dal mio. Lo scopo delle osservazioni che a volte faccio è quello di essere sicuri che entrambi abbiamo sentito ciò che hai detto e che lo abbiamo capito, non quello di dirti in quale direzione proseguire. questo è il seme da cui germoglia il rapporto di fiducia tra noi e il paziente ( Nugent e Halvorson, 1995)... le tecniche ovviamente vengono dopo. Per l'ossessivo compulsivo, ciò che funziona sono le tecniche di prevenzione della risposta, la desensibilizzazione, a volte serve il ricovero e il contenimento farmaceutico....so che dalla tua visione romantica del terapeuta può risultare sgradevole ma è questo che statisticamente ha più probabilità di riuscita nel far star meglio il paziente...
    6) Ovviamente si lavora sulla motivazione al trattamento ma la mia era una risposta alla tua considerazione riguardo all'ovietà della motivazione di chi viene in terapia... ricordi? "poi trovo anche furba rimarcare tra le cose importanti la motivazione al cambiamento del paziente.
    Se il paziente viene da te ,che motivazione ha : di farsi una
    partita a tressette?" se non c'è motivazione la terapia difficilmente funziona.... questo avevo detto... si lavora sulla motivazione ma non è scontata... questo è il discorso!
    7) I protocolli non possono essere somministrati da computer, perchè come ti ho detto il setting, la relazione e il terapeuta son molto importanti... però al centro di tutto c'è il paziente.
    8) Io invece trovo gratificante che una persona stia meglio in breve tempo e si senta responsabile del suo stare meglio e non lo veda come un processo di catechizzazione da parte di un guru...
    9) Aspetto con ansia di sapere quali psicoterapie mi consigli per approfondire la conoscenza di me stesso... son pronto a scommettere che quelle che prevedono un percorso psicoterapico per i futuri terapeuti sono quelle di carattere psicodinamico... io avevo letto bene ma non volevo confondere la psicoterapia con la psicoanalisi.... dai discorsi che fate voi questa confusione io la percepisco ma magari son prevenuto....

  13. #103

    LA PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

    Ansia, depressione, rabbia, colpa, vergogna, sono emozioni che proviamo quotidianamente. Quando le emozioni sono troppo intense o durature rispetto alla situazione nella quale ci troviamo, possiamo considerare l'eventualità di avere un problema emotivo.
    Per esempio, se una discussione con qualcuno ci fa star male per alcuni giorni, se piccoli difetti nelle cose che facciamo ci fanno sentire delle nullità, se compiere attività quotidiane, come fare la spesa o parlare con i colleghi di lavoro, genera un'ansia intollerabile, siamo probabilmente di fronte ad un disagio psicologico che può richiedere un intervento professionale.

    La Psicologia, fin dagli albori, si è occupata dei problemi emotivi con risultati non sempre entusiasmanti. Soltanto in questi ultimi anni possiamo realmente affermare di possedere una serie di procedure rigorose e scientificamente valutabili (e valutate!) per il loro trattamento.
    Un più efficace approccio alla gestione dei problemi emotivi coincide con la comparsa e la diffusione, nel mondo della psicologia, del modello cognitivo comportamentale negli anni Sessanta.

    Tale modello postula una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, sottolineando come molti dei nostri problemi (tra i quali quelli emotivi) siano influenzati da ciò che facciamo e ciò che pensiamo nel presente, qui ed ora.
    Questo vuol dire che agendo attivamente ed energicamente sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti attuali, possiamo liberarci da molti dei problemi che ci affliggono da tempo.

    La psicoterapia cognitivo-comportamentale (PCC) sta quindi assumendo il ruolo di trattamento psicologico d’elezione per la stragrande maggioranza dei problemi emotivi e comportamentali.

    Si tratta di una disciplina scientificamente fondata, la cui validità è suffragata da centinaia di studi, principalmente, ma non solo, per la diagnosi e la cura in tempi brevi di:

    Depressione e disturbi dell’umore;

    Ansia, fobie, attacchi di panico e ipocondria;

    Ossessioni e compulsioni;

    Ansia o preoccupazione generalizzate;

    Disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, etc.);

    Stress, disturbi psicosomatici e cefalee;

    Disfunzioni sessuali (eiaculazione precoce, anorgasmia, etc.);

    Abuso e dipendenza da sostanze (alcool, droghe, etc.);

    Disturbi della personalità;

    Insonnia;

    Difficoltà a stabilire e mantenere relazioni sociali e comportamento impulsivo;

    Problemi di coppia;

    Difficoltà nella scuola o nel lavoro;

    Bassa autostima.

    La psicoterapia cognitivo-comportamentale, come suggerisce il termine, combina due forme di terapia estremamente efficaci:

    La psicoterapia comportamentale: aiuta a modificare la relazione fra le situazioni che creano difficoltà e le abituali reazioni emotive e comportamentali che la persona ha in tali circostanze, mediante l’apprendimento di nuove modalità di reazione. Aiuta inoltre a rilassare mente e corpo, così da sentirsi meglio e poter riflettere e prendere decisioni in maniera più lucida.

    La psicoterapia cognitiva: aiuta ad individuare certi pensieri ricorrenti, certi schemi fissi di ragionamento e di interpretazione della realtà, che sono concomitanti alle forti e persistenti emozioni negative che vengono percepite come sintomi e ne sono la causa, a correggerli, ad arricchirli, ad integrarli con altri pensieri più oggettivi, o comunque più funzionali al benessere della persona.

    Quando sono combinate nella PCC, queste due forme di trattamento diventano un potente strumento per risolvere in tempi brevi forti disagi psicologici.

    La psicoterapia cognitivo-comportamentale è:

    Scientificamente fondata. È stato dimostrato attraverso studi controllati che i metodi cognitivo-comportamentali costituiscono una terapia efficace per numerosi problemi di tipo clinico. E’ stato dimostrato che la PCC è efficace almeno quanto gli psicofarmaci nel trattamento della depressione e dei disturbi d’ansia, ma assai più utile nel prevenire le ricadute.

    Orientata allo scopo. La PCC è più orientata ad uno scopo rispetto a molti altri tipi di trattamento. Il terapeuta cognitivo-comportamentale, infatti, lavora insieme al paziente per stabilire gli obbiettivi della terapia, formulando una diagnosi e concordando con il paziente stesso un piano di trattamento che si adatti alle sue esigenze, durante i primissimi incontri. Si preoccupa poi di verificare periodicamente i progressi in modo da controllare se gli scopi sono stati raggiunti.

    Pratica e concreta. Lo scopo della terapia si basa sulla risoluzione dei problemi psicologici concreti. Alcune tipiche finalità includono la riduzione dei sintomi depressivi, l'eliminazione degli attacchi di panico e della eventuale concomitante agorafobia, la riduzione o eliminazione dei rituali compulsivi o delle malsane abitudini alimentari, la promozione delle relazioni con gli altri, la diminuzione dell'isolamento sociale, e cosi via.

    Centrata sul "qui ed ora". Il ricordo del passato, come il racconto dei sogni, possono essere in alcuni casi utili per capire come si siano strutturati gli attuali problemi del paziente, ma molto difficilmente possono aiutare a risolverli. La PCC quindi non utilizza tali metodi come strumenti terapeutici, ma si preoccupa di attivare tutte le risorse del paziente stesso, e di suggerire valide strategie che possano essere utili a liberarlo dal problema che spesso lo imprigiona da tempo, indipendentemente dalle cause. La PCC è centrata sul presente e sul futuro molto più di alcune tradizionali terapie e mira ad ottenere dei cambiamenti positivi, ad aiutare il paziente a uscire dalla trappola piuttosto che a spiegargli come ci è entrato.

    Attiva. Sia il paziente che il terapeuta giocano un ruolo attivo nella terapia. Il terapeuta cerca di insegnare al paziente ciò che si conosce dei suoi problemi e delle possibili soluzioni ad essi. Il paziente, a sua volta, lavora al di fuori della seduta terapeutica per mettere in pratica le strategie apprese in terapia, svolgendo dei compiti che gli vengono assegnati volta volta. Nella PCC il terapeuta svolge un ruolo attivo nella soluzione dei problemi del paziente, intervenendo spesso e diventando talvolta "psico-educativo". Ciò tuttavia non vuole assolutamente dire che il paziente assista ad una lezione nella quale si sente dire che cosa dovrebbe fare e come dovrebbe pensare; anch’egli, anzi, è stimolato ad essere più attivo possibile, un terapeuta di sé stesso, sotto la guida del professionista.

    Collaborativa. Paziente e terapeuta lavorano insieme per capire e sviluppare strategie che possano indirizzare il paziente alla risoluzione dei propri problemi. La PCC è infatti una psicoterapia breve basata sulla collaborazione tra paziente e terapeuta. Entrambi sono attivamente coinvolti nell'identificazione delle specifiche modalità di pensiero che possono essere causa dei vari problemi. Il paziente potrà scoprire di aver trascurato possibili soluzioni alle situazioni problematiche. Il terapeuta aiuterà il paziente a capire come poter modificare abitudini di pensiero disfunzionali e le relative reazioni emotive e comportamentali che sono causa di sofferenza.

    A breve termine. La terapia cognitivo-comportamentale è a breve termine, ogni qualvolta sia possibile. Il terapeuta è comunque generalmente pronto a dichiarare inadatto il proprio metodo nel caso in cui non si ottengano almeno parziali risultati positivi, valutati dal paziente stesso, entro un numero di sedute prestabilito. La durata della terapia varia di solito dai tre ai dodici mesi, a seconda del caso, con cadenza il più delle volte settimanale. Problemi psicologici più gravi, che richiedano un periodo di cura più prolungato, traggono comunque vantaggio dall'uso integrato della terapia cognitiva, degli psicofarmaci e di altre forme di trattamento.

  14. #104
    louis
    Ospite non registrato
    1) assolutamente non convengo con te. L'autorealizzazione è un
    percorso personale e privato , ma chi fa di mestiere aiutare
    gli altri a stare meglio , ha maggiormente il dovere di conoscere
    le proprie dinamiche interne ... una psicoterapia finalizzata a questo è uno strumento importante ....
    sento in te semplicemente una sorta di resistenza 'ideologica' a
    questo cosa che appare ai più come sensata.
    probabilmente deriva da ciò che tu hai definito un controsenso ,
    quando hai detto più o meno , siccome io faccio questo tipo di scuola sarebbe un controsenso sottoporsi ad una pscoterapia di
    un'altra scuola ... e in effetti siccome la vostra approccio è molto
    più orientata al sintomo , per una miglior conoscenza di se bisognerebbe andare da un'altra parte e questo significa dover
    dare a Cesare quello che è di Cesare ....
    2) Questa è una boutade che rasenta alcun aspetti fanatici.
    Tu citi l'anoressia .... gabbard dice che la pietra miliare per questo
    approccio è quello psicodaimanico ... sarà anche lui fanatico , ma
    in molte occasioni considera l'efficacia stessa della psicoterapia cognitiva -comportamentale quindi da a Cesare quello che è di Cesare.
    la strada da percorrere dunque non è quella di una chiusura Narcisistica. Non esiste una psicoterapia buona per tutte le stagioni e siccome non esiste qualcosa di oggettivo che si chiama
    psiche allora la conclusione è che non può esistere in asssoluto
    un approccio migliore dell'altro.
    Inoltre la valutazione dell'efficacia passa da ciò che si intende per salute e questo può essere un concetto molto filosofico che quindi
    relativizza molto.

    vado a lavorare ... ma ho da dire ancora sugli altri punti.

  15. #105
    "semplicemente una sorta di resistenza 'ideologica' a
    questo cosa che appare ai più come sensata." Chi sono i più? si la mia è essenzialmente una scelta ideologica, siccome ritengo che nessun terapeuta sia in grado di conoscermi meglio di me stesso... ritengo questa cosa veramente allucinante... dici che per cnoscere bene le proprie dinamiche interne occorre una terapia finalizzata a questo... ma prima degli psicoterapeuti nessuno conosceva a fondo le proprie dinamiche? prova a leggerti delitto e castigo, Bruce Chatwin, Epiteto... non credo che abbiano fatto psicoterapia eppure conoscono le dinamiche interne dell'uomo molto bene... Io ritengo che l'analisi o le terapie dinamiche possono essere utili per certi pazienti e per certe patologie ma non per tutti e di conseguenza nemmeno per tutti i futuri terapeuti... mi sembra un pensiero legittimo... d'altra parte se tu la pensi diversamente non pretendo di farti cambiare idea... certo non do niente a cesare perchè il mio percorso interiore è mio soltanto... e se anche uno decidesse di andare in terapia per conoscere se stesso, il percorso rimane cmq suo e non del terapeuta se no io parlerei di plagio...
    In effetti sull'anoressia non ci sono studi standardizzati a lungo termine, però numerosi casi clinici, le associazioni dei pazienti riportano che il trattamento d'elezione e la terapia cognitivo comportamentale a lungo termine... A villa Garda (uno dei centri maggiormente riconosciuti e apprezzati in italia) per esempio so che utilizzano la terapia cognitivo comportamentale...
    Sul discorso che non esiste una terapia buona per tutte le stagioni, sottolineo che non ho detto questo, ho detto che ci sono terapia più efficaci per determinati disturbi... questo non vuol dire ne che funzionano sempre ne che funzionano con tutti... scientificamente si sono dimostrate significativamente più efficaci...
    Per quanto riguarda il concetto di salute, coerentemente con quello che ho detto, ritengo che sia il paziente a rendersi conto se effettivamente sta meglio oppure no...
    Cesare De Silvestri secondo me rende bene l'idea di psicoterapia in questo "racconto":

    A cup of tea

    Che cosa c'entra una tazza di tè con la psicoterapia? Già, che cosa c'entra?

    Eppure...
    Ecco, facciamo un passo indietro. Io sono vecchio e posso farlo più lungo di voi. Arriva lontano, sino alla seconda Guerra Mondiale di cui avrete sentito parlare. Io invece c'ero. Mi volevano mandare ad ammazzare i miei cugini scozzesi. D'altra parte, non volevo ammazzare nemmeno i miei parenti toscani. Non volevo ammazzare nessuno. Quindi sono fuggito. E andò a finire che al momento della disfatta di quel regime fascista che aveva portato l'Italia alla rovina mi trovavo a bordo di una nave della Royal Navy a trasmettere notizie ai partigiani. Ma questa è un'altra storia che vi racconterò un altro giorno. La tazza di tè comunque c'entra perché veniva servita tutti i giorni a tutto l'equipaggio, compreso me, alle cinque del pomeriggio.

    British Heritage
    Apparentemente non era niente di straordinario. Conoscevo l'abitudine del five o'clock tea sin da quando ero ragazzo e abitavo in Scozia e poi in Inghilterra. E' un costume, una tradizione di quel popolo - che è molto attaccato a tutte le sue tradizioni, anche quelle che sembrano superate, inutili o sciocche, ma che loro hanno molto care perché le considerano segni della loro identità. Non solo e non tanto d'identità nazionale, ma come un distintivo di stirpe, di personalità, di carattere.
    Ecco, ora forse si comincia a capire che cosa c'entra con la psicoterapia quella tazza di tè. Perché era importante che venisse servita tutti i giorni alle cinque. In bonaccia o col mare grosso. Piovesse o tirasse vento. E lo stesso accadeva su tutte le altre navi della Royal Navy, anche in battaglia, anche se colpite, anche se a rischio di affondare. La mia nave non si trovò mai in uno scontro, ma ci capitò di dover raccogliere naufraghi di altre navi meno fortunate. Il primo soccorso, il primo conforto a questi marinai fradici, esausti, contusi, ustionati o feriti, talvolta in modo grave, fu l'immancabile "cuppa". Una tazza di tè che per loro significava "Ora sei a casa, sei con la tua gente. E' tutto normale, tutto sotto controllo".

    First Aid
    Prima della guerra avevo già visto l'effetto che poteva avere quella bevanda su chi era rimasto vittima di un incidente, di una perdita, di un lutto. E dopo la guerra seppi quanti litri, ettolitri, autobotti, vagoni-cisterna di tè erano stati distribuiti ai superstiti dei bombardamenti a tappeto tedeschi sulle città. Nei rifugi, nelle stazioni dell'underground, o in mezzo alle macerie e agl'incendi, sotto il diluvio degl'idranti, fra gli urli delle ambulanze. Una tazza di tè che qualche volta veniva offerta dalle stesse mani del re o della regina - i quali, per tutta la durata della guerra, si rifiutarono di lasciare Londra per una località più sicura. Due tradizioni che si sposavano e si rafforzavano a vicenda.

    Ma allora il tè non c'entra
    Be', c'entra la qualità del tè. Se è cattiva, naturalmente non serve a molto. Ma se la qualità è buona, allora anche la cerimonia della tazza di tè diviene importante a causa del significato e del valore che quel popolo, quella cultura, quella tradizione hanno attribuito a un gesto simbolico. Ecco perché l'umile tazza, il semplice gesto, il modesto rito tradizionale possono avere un'efficacia formidabile sullo stato d'animo e persino sulle condizioni fisiche di chi condivide quel significato e quel valore. Da ragazzo avevo visto chi piangeva per una disgrazia asciugarsi le lacrime e indurire la bocca in un'espressione detta stiff upper lip. Un'altra tradizione di quella razza fiera e ostinata che non a caso si chiama the bulldog breed. E da più grande, ho visto i marinai feriti sorridere tuffando il viso nella tazza fumante. E dopo la guerra ho imparato che gli scampati ai bombardamenti, anche i vecchi, le donne, i ragazzi, soccorsi con una povera tazza di tè, hanno fornito la parte più coriacea e invincibile della resistenza britannica ai terroristici massacri della Luftwaffe nazista.

    Quindi...
    ...tutto questo ha qualcosa a che fare con la psicoterapia. Perché essa, almeno in parte, somiglia a quel rituale e al significato simbolico che gli viene attribuito. Anche noi abbiamo il rituale della seduta, del giorno, dell'ora, dello spazio e del tempo dedicato simbolicamente a stare meglio. A cercare di stare meglio malgrado l'incombere e l'incalzare dei problemi. Malgrado la sofferenza, l'ansia, la depressione, l'angoscia, talvolta la colpa, talvolta l'ostilità verso tutto e tutti, persino verso se stessi. E il modo in cui accogliamo il paziente e gli offriamo aiuto ha più o meno lo stesso significato della tazza di tè. "Qui sei a casa; sei con qualcuno che sta dalla tua parte."
    Come ho detto prima, una differenza importante consiste tuttavia nella qualità del tè (o della psicoterapia) che contiene la tazza. Noi offriamo la nostra. Quella che insegna come non siano le cose a disturbare gli esseri umani ma le opinioni che essi si fanno delle cose. E che scegliendo e mantenendo tenacemente opinioni e valori e magari tradizioni funzionali alla sopravvivenza e al benessere è possibile affrontare problemi, ostacoli, perdite e danni nel modo migliore e auspicabilmente risolvere, superare e vincere ogni difficoltà... Ma qui entriamo in un altro discorso che riguarda i corsi di formazione e che ovviamente dura molto più a lungo di un articoletto come questo.
    Per ora ho cercato soltanto di spiegarvi il contesto in cui lavoriamo, e l'ho fatto raccontandovi la storia di una semplice tazza di tè - che in fondo non è così semplice, banale e fuori luogo come forse poteva sembrare.

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