
Originalmente inviato da
aliaskirara
Entro in una discussione già inoltrata, ma volevo, nonostante ciò, anch’io dire la mia, in merito principalmente alla figura del couseler.
Per quanto mi riguarda ho sempre fatto counseling; ascoltare, avere mediamente un discreto grado di empatia verso gli altri, centrare il problema e dare il giusto supporto (raramente consiglio e comunque solo su richiesta espressa - il grido principale d'aiuto che sento è quella, di fatti, di essere ascoltati, compresi) ce l’ho come predisposizione innata e devo dire pure che mi riesce benino (almeno a detta di chi si confida con me). Ovviamente per me sino ad ora è stato tutto in ambito d’amicizia.
Ora ho deciso di applicare e sfruttare la mia predisposizione in un ambito più ampio e, soprattutto, in maniera professionale. Darmi una solida base in un corso universitario di psicologia, mi sembra l’unica soluzione giusta e concreta per dare appropriate credenziali ai miei futuri clienti.
Un corso alla bell’e meglio di counseling, anche fosse di due o tre anni, senza alcuna base di studi universitari di psicologia dietro, mi sembra decisamente poco professionale ed al pari di quello che facevo io prima e non mi sentirei affatto in coscienza con me stessa chiedere soldi per la mia prestazione con un pezzo di carta del genere ovvero non mi sentirei affatto una professionista. Ok così, come cultura personale, bene se a supporto di un lavoro che si stà già facendo (es. se lo fa un infermiere, può servirgli per meglio trattare il paziente di turno oppure se lo fa un’insegnante di sostegno per relazionarsi meglio allo studente di cui si occupa); lo trovo già meno bene se è per aprire anche un semplice punto d’ascolto visto che non credo, se non si hanno basi di studio specifiche, che il semplice counseler possa avere tutte le armi per valutare tutti gli aspetti che la sua figura comporta (ad es. se e quando, dare eventuali dirottamenti verso personale più appropriato e/o dare il giusto consiglio/sostegno).
Una cosa mi spiace che non vi sia nell’Ordine degli Psicologi ovvero che, prima di entrare a far parte di tale ordine, non si misuri quanto il futuro professionista abbia empatia e capacità d’ascolto nei confronti di terzi soggetti. Purtroppo credo questa sia una grossa pecca e la principale causa di riscontri di rapporti cliente/professionista fallimentari. Ritengo che l’Ordine dovrebbe assicurare in toto la qualità professionale del soggetto che vi entra a far parte, non solo appurare che sia uscito con profitto dal suo percorso studi. In tale professione lo studio universitario è alla base, ma per avere una buona qualità professionale, alla base ci deve essere anche un buon grado di empatia e d’ascolto verso l’altro.
Ovvio, siamo tutti diversi tra noi e ci sarà sempre una percentuale di persone che proprio non entreranno in sintonia con noi, ma lo psicologo (parlo sempre di psicologo ma stesso discorso per lo psicoterapeuta) deve avere questa percentuale bassa e, per farlo, deve, come minimo, avere anche un buon grado d’ascolto e d’empatia verso l’altro. E non dico neanche che non possa sbagliarsi anche un psicologo, dico che più si hanno armi più si hanno probabilità di riuscita nell’aiutare l’altro o, comunque, nel gestire al meglio ed in maniera più professionale il proprio lavoro.
Insomma, parer mio, l’Ordine dovrebbe essere in grado di “marcare” la qualità professionale dello psicologo/psicoterapeuta a 360° e non solo nell’ambito dello studio come attualmente fa. Non lo fa, tale settore perde punti che possono essere presi, nel gioco del marketing, da altre figure, come per l'appunto ad es. il counseler, e buon per loro se riescono, un po’ meno lo sarà quando (e certamente accadrà) falliscono e/o peggiorano la situazione di un loro cliente. Dopo è inutile fare il pianto del coccodrillo sia da un lato (quello dello psicologo che si sente derubato nel suo lavoro) sia dall’altro (quello del cliente che per risparmiare tira la moneta incrociando le dita).
Questo è il mio punto di vista.