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  1. #106
    Postatore Compulsivo L'avatar di LuisaMiao
    Data registrazione
    07-02-2005
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    Monza
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    Ognuna deve scrivere lo Statuto, serve al momento della fondazione della coop ed è quello che si presenta al notaio. Inoltre ognuna è libera di fare un regolamento interno. Ma questi non possono mai andare contro le leggi vigenti. E se ti assume con il CCNL delle coop sociali, non può andare contro di esso (cosa che alcune fan finta di non capire....dato che gli conviene e son convinte di avere davanti gente che non sa né leggere né scrivere)
    Não sei o motivo pra ir
    só sei que não posso ficar
    não sei o que vem a seguir
    mas quero procurar.
    (Mafalda Veiga)

    Il mio blog

  2. #107
    tarabramanu
    Ospite non registrato
    Grazie per la risposta!
    Andrò a leggere lo Statuto cui ti riferisci per vedere se i conti trnano o meno...Di sicuro il livello non é proprio quello adeguato e probabilmente sono finito in una Coop "sgalfa"...Ad ogni modo il ricatto é sempre lo stesso più o meno..."Prendere o lasciare" ma il vantaggio nel mio caso é che almeno hanno dovuto cedere per gli orari o meglio, approfittando delle decisioni dei servizi sociali sulle ore da affidarmi mi hanno stilato un orario "su misura" per così dire...

  3. #108
    Partecipante Assiduo L'avatar di fairy2004
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    Roma
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    226
    L'AEC è un sostegno oltre l'insegnante di sostegno nella scuola, il che significa che si occupa solo di casi gravi in cui non basta l'insegnante. In pratica imbocca i bambini che non mangiano da soli, li accompagna in bagno, e spesso prende anche qualche botta, sono casi di handicap molto difficili e l'AEC fa un lavoro davvero pesante.In bocca al lupo!!!
    martina

  4. #109
    Partecipante Assiduo L'avatar di GretaScandalo
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    09-01-2006
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    Confesso che non sono proprio un utente educato, avete scritto molte cose e dopo un po' ho constatato che, chi lavora in cooperativa, nel bene o nel male affronta più o meno le stesse belle esperienze o vicissitudini (a seconda dei casi). Quindi non ho letto proprio tutto. Comunque, manco a farlo apposta, navigando stamattina ho trovato una pagina interessante. Può sembrare una cretinata, ma, proprio mentre mi appresto ad affrontare un ulteriore colloquio in cooperativa per farmi aumentare le ore da educatrice, mi è sembrata una risposta non del tutto priva di senso a una domanda che mi pongo spesso: ma cavolo, io sono una psicologa, perchè devo lavorare a sto modo?!
    Scusate l'OT e scusate se la risposta sbrodola un po', ma mi sembra interessante...

    "Consigli per trovare lavoro in psicologia


    Trovare lavoro come psicologi non e' sempre semplice.
    Questo articolo vuole dare alcuni consigli per evitare di darsi la "zappa sui piedi" da soli.
    Per uno psicologo trovare lavoro puo' essere difficile, eppure, contrariamente a quello che si pensa, nella psicologia ci sono ancora molti spazi: lo scopo dell'articolo e' iniziare a capire come fare per poterli occupare.


    Il curriculum dello psicologo.

    La prima trappola su cui e' facile cadere e' quella del curriculum.
    Nel 90% dei casi l'errore e' nel fare un CV!

    Questa affermazione sembra strana, ma se ci fermiamo a riflettere, riusciamo a capirne il perche'.

    Quando ha senso redarre un curriculum?
    Ha senso realizzarlo nelle "normali" ricerche di lavoro, in cui dall'altra parte abbiamo un'azienda, e questa azienda vuole assumere una figura precisa.
    In queste situazioni il curriculum serve all'azienda per avere una traccia di quanto quel candidato soddisfi le aspettative che l'azienda si e' posta.
    Quasi in ogni altra occasione, il curriculum e' un vero e proprio intralcio.

    Quanto spesso accade di leggere su un giornale, su internet, o da un'altra parte di un'azienda che assume psicologi?
    Purtroppo succede raramente.


    Generalmente quando ci proponiamo ad una cooperativa, ad un centro specializzato, ad una scuola (per esempio come come psicologo scolastico), ad una organizzazione che si occupa di formazione, ecc. siamo di fronte ad una situazione molto diversa da quella descritta precedentemente: probabilmente potremmo lavorare con loro da professionisti, piu' difficilmente saremo assunti come dipendenti.


    La mia affermazione nasce proprio da questa constatazione: un professionista non si presenta mai con un curriculum, in quanto il farlo, crea un'immagine svilente per la sua professionalita'.

    Per capire meglio questo concetto basta provare ad immedesimarsi nella situazione opposta: hai un tuo studio da psicologo o psicoterapeuta, lo studio e' perfettamente avviato, ed in effetti vedi con regolarita' un buon numero di pazienti.
    Il tutto prosegue tranquillamente, poi, ad un certo punto si presenta uno psichiatra con il suo curriculum in mano.
    Lo psichiatra, non appena si e' presentato, inizia raccontandoti tutti i corsi che ha fatto, poi passa a spiegarti il perche' puo' essere importante una visita psichiatrica e continua parlandoti di alcuni casi in cui la psichiatria ha fatto passi da gigante....

    Mettiamo invece che questa stessa persona, anche parlando del piu' e del meno, ti mostrasse prima di tutto il suo lato umano, cercando in tutti i modi di gettare le basi per costruire un rapporto con te, rapporto basato prima di tutto sulla fiducia ed il rispetto reciproco.

    Con quale dei due collaboreresti piu' facilmente?


    In breve, se ti proponi per rispondere ad un annuncio che parla di assunzione, e' utile preparare un curriculum, se invece ti stai proponendo ad un centro (benessere, medico, sportivo, ecc.), ad una cooperativa sociale, o ad un'altra situazione simile, presentare un curriculum e' controproducente, in quanto l'eventuale relazione che si andra' a sviluppare non sara' di dipendente verso datore di lavoro, ma di collaborazione tra professionisti.
    Nella collaborazione tra professionisti non dobbiamo dimostrare di "saper fare bene lo psicologo", ma di riuscire a collaborare efficacemente con loro (quindi la parola d'ordine e' costruire un rapporto di stima e fiducia reciproca).

    Nota: in questo articolo si da per scontato che dobbiamo essere dei professionisti capaci, e che quindi ci si propone per un lavoro solo nel momento in cui si e' in grado di farlo. Se mancano delle competenze importanti, forse piu' che cercare lavoro, devo trovare un buon corso di formazione.


    Buongiorno, sono uno psicologo, che cosa vi serve?

    La seconda trappola e' presentarsi, spiegare accuratamente chi siamo e cosa facciamo, aspettando che siano loro ad orientarci su cosa hanno bisogno.
    In questo caso, se abbiamo fortuna, ci proporranno un lavoro "sotto-qualificato" (es. educatore), o "sotto-pagato" (volontariato?), piu' spesso ci risponderanno che "sono al completo".

    Spesso succede questo perche' non sanno bene come poterci utilizzare all'interno della struttura, che vantaggi potrebbero avere, ecc.
    Facilmente pensano: o gli faccio fare quello che gia' conosco e so che puo' servire (es. educatore), oppure (volontariato): preferisco evitare di spendere soldi per qualcosa che forse e' interessante ma che non sono sicuro di aver capito e sicuramente non saprei gestire a dovere.


    Il punto e': in quasi tutti i centri (benessere, medici, sportivi, sull'alimentazione, ecc.), come in quasi tutte le cooperative sociali (devianze, condizioni femminili, immigrazioni, strati sociali deboli, handicap, tossicodipendenze, malattia mentale, ecc.) c'e' un forte bisogno di psicologi, eppure quasi nessuna di queste ha in organico la figura dello psicologo.

    La situazione e': se andiamo in queste strutture e ci presentiamo pensando che "se non hanno psicologi, evidentemente saro' gradito", stiamo facendo un grosso errore: "se non hanno psicologi, e' perche' ad oggi non ne hanno ancora capito l'importanza!".

    Risulta piu' semplice riuscire a lavorare dove ci sono gia' altri psicologi (per esempio conosco piu' cooperative che hanno almeno due psicologi, rispetto a quelle che ne hanno uno solo; oppure ci sono medici di base che ospitano nel proprio studio 2 o anche 3 colleghi).
    Questi casi risultano piu' semplici proprio perche' la struttura ha gia' affrontato e superato tutta una serie di problematiche.

    Purtroppo pero' nella maggioranza dei casi lo psicologo non e' ancora presente.
    La strada maestra per riuscire a lavorare nei centri dove ancora lo psicologo non c'e' e' essere i piu' concreti possibile.
    La psicologia viene vissuta in modo forse troppo astratto, e per questo alcune persone o diffidano di noi, e faticano a darci la possibilita' di dimostrare quello che si puo' realisticamente fare.
    Oltre a questo, e sicuramente piu' spesso, il responsabile di una struttura si sente inadeguato a dirigere il nostro lavoro (che cosa gli faccio fare?).
    Gestire il lavoro di uno psicologo, se non si ha esperienza in merito o una buona competenza psicologica, e' una cosa difficile: "Esattamente, quali compiti puo' svolgere?"; "Che risultati posso aspettarmi?"; "In quali tempi?"; ecc.
    Ancora piu' complesso e' capire come inserire il lavoro dello psicologo all'interno della struttura: "Quali saranno i rapporti con gli altri operatori?"; "In quale punto del processo si inserisce il lavoro psicologico?"; "Come delimitare i confini e le competenze con le altre figure professionali?"; ecc.


    In realta' abbiamo buone probabilita' di riuscire a lavorare in queste realta', a patto di presentarci seguendo alla perfezione alcune regole.
    La piu' importante e' la seguente: presentarsi con un progetto concreto, strutturato nelle sue parti, ed in cui si evidenziano quelli che possono essere i vantaggi reali per il loro lavoro.

    Ad esempio, si tratta di una cooperativa che gestisce una casa di riposo per anziani?
    Un progetto che potrebbe essere interessante per loro e' strutturare un intervento sul burn out: diminuire il turn over degli operatori; i periodi di malattia; i conflitti interni, ecc.
    Il progetto deve essere ben strutturato nelle sue parti, meglio se costruito in modo semplice e, deve essere credibile per la controparte.


    Una cosa che meravigliera' molti colleghi e' che mi e' capitato spesso di sentire le "lamentele opposte": per esempio dirigenti di cooperative che si lamentano di non riuscire a trovare psicologi!
    Ad esempio la presidentessa di una cooperativa una volta mi ha detto: "mi arrivano spesso curriculum di psicologi, che io regolarmente cestino: la mia cooperativa non ha i soldi per assumere uno psicologo. Se invece mi proponessero un progetto, sarei piu' che disponibile a supportarlo e anche ad andare dall'assessore per richiedere dei fondi, oppure a stilare la relativa documentazione per presentarlo ad un bando".


    Queste problematiche spesso nascono dal non aver ben capito come funziona una determinata realta', o dal non avere ben chiari quelli che sono i nostri obiettivi.

    Utilizzare il CV, e' un atto comunicativo che implicitamente significa due cose:
    - voglio essere assunto;
    - ditemi voi che cosa mi potete far fare (nel senso: mi dovete organizzare il lavoro).

    Le reazioni negative ("Non abbiamo bisogno") in tantissimi casi derivano proprio da questi messaggi impliciti:
    1) difficilmente si assume, in senso stretto, una figura di alto livello (questo e' vero in qualsiasi ambiente, ed in modo particolare nel nostro), mentre piu' facilmente si instaura una collaborazione;
    2) e' altamente improbabile che serva una figura di alto livello a cui si debba organizzare il lavoro. Noi come psicologi siamo paragonabili a figure dirigenziali: mentre solitamente si assume un impiegato e si presuppone di organizzargli il lavoro (e' l'azienda che gli dice che cosa deve fare), non ha molto senso inserire in una struttura un dirigente, o un manager, che siano poi da gestire da altri.
    Detto in modo esplicito: quando uno psicologo si propone, deve aver gia' chiaro che cosa vuole fare, e come lo puo' concretamente realizzare.

    Questo discorso e' fondamentale in tutti i casi in cui siete voi a proporvi alla struttura, e questa non ha gia' al suo interno almeno un collega.
    Da tenere presente che molto facilmente questo puo' risultare determinante anche quando vi sono gia' degli psicologi all'interno della struttura.
    Il punto non e' solo il "che cosa gli faccio fare", ma anche, e a volte soprattutto, il fatto che la struttura ha bisogno di inserire una persona autonoma, in grado di organizzarsi e gestirsi da sola, e che abbia capacita' propositiva necessaria al compito che andra' a svolgere.
    Viceversa, se ci affidiamo alle proposte dell'altra parte (la struttura a cui ci si presenta), questo approccio viene facilmente interpretato come mancanza di queste qualita' ("Se fosse una persona autonoma, in grado di auto-organizzarsi, si sarebbe sicuramente presentato in modo diverso").


    Esistono due strade principali da percorrere:
    - Costruire un progetto strutturato, e poi analizzare quali siano le strutture a cui lo si puo' proporre.
    - Decidere a quali strutture proporsi, analizzare in dettaglio le realta' specifiche, e costruire un progetto su misura per queste.


    Per costruire un progetto la prima domanda da porsi e' "In che modo la loro attivita' si sostiene economicamente?".
    Dobbiamo riuscire ad influire su questo punto, creandogli, o delle nuove occasioni, o diminuendo in qualche modo le loro spese. Forse e' banale, ma e' cosi'.

    Solitamente le possibilita' sono tre:
    1) riuscire a portare nuove persone/clienti/pazienti;
    2) proporre alle persone che gia' frequentano, ad esempio il centro, un nuovo servizio che sia in linea con la loro impostazione;
    3) ottimizzare i processi all'interno della struttura, in modo tale da renderli piu' fluidi, economici, efficienti, efficaci, di qualita', ecc.

    Ovvio e' che per un neo-psicologo la strada che sembra piu' semplice da percorrere sia la seconda (es. proporre una consulenza psicologica all'interno del centro). Questa e' la cosa piu' semplice da proporre, e anche da pensare, ma e' quella che risulta meno interessante e che verra' piu' facilmente rifiutata.
    La possibilita' che ti potrebbe dare i migliori risultati e' sicuramente la prima.
    Erroneamente si pensa che portare nuove persone sia impossibile per un neo-psicologo, invece nel complesso e' la strada piu' semplice e stimolante da seguire.


    Anche su HumanTrainer.Com succedono casi analoghi: veniamo contattati attraverso curriculum e non con proposte concrete.
    La realta' paradossale e' che HumanTrainer.Com e' ben disposta a costruire nuove collaborazioni, eppure non e' attraverso un curriculum che puo' iniziare un rapporto proficuo, proprio per i motivi discussi precedentemente.


    Sono uno psicologo, ho fatto questo, quello e anche l'altro...

    La terza trappola e' parlare di quello che si e' fatto: che riguardi la formazione, o che riguardi altri lavori svolti, il discorso cambia di poco.

    Nella comunicazione faccia-a-faccia queste cose dovrebbero essere date per scontate, in quanto, se le sottolineiamo, quello che in realta' stiamo comunicando (e che l'altro ad un certo livello percepisce) e' che sentiamo il bisogno di dimostrare che siamo "all'altezza", quindi, paradossalmente, che noi ci sentiamo insicuri.

    La cosa importante non e' se siamo realmente insicuri oppure no, ma che in qualche modo induciamo l'altro a pensarlo, e non sarebbe un buon inizio.


    Proviamo a riprendere il caso ipotetico dello psichiatra che si propone per collaborare con noi.
    Se esordisce dicendo: "Il mese scorso ho curato un depresso....", in questi casi, spesso il pensiero che viene all'ascoltatore e' che egli abbia trattato un solo depresso in vita sua, e che voglia farsi passare per quello che non e' (cercando di far credere di essere piu' bravo e con piu' esperienza rispetto alla realta').
    Si tende a dare per scontato che uno psichiatra sappia che farmaci prescrivere nelle problematiche piu' comuni, che sappia come lavorare, e che abbia gia' avuto in cura delle persone.
    Nello stesso modo, le persone danno per scontato che lo psicologo sappia gestire efficacemente certe situazioni.


    Rimanendo nell'esempio: in quali casi gli fareste delle domande sulla sua formazione, sulle sue competenze specifiche da psichiatra, o sulla sua esperienza professionale?

    I casi in cui succede sono generalmente due:
    - Il motivo meno probabile e' che gli facciate queste domande perche' lui, nel suo comportamento, o nel suo atteggiamento, vi ha in qualche modo messo dei dubbi sulla sua professionalita'.
    - Il motivo di gran lunga piu' probabile e' che abbiate in mente un paziente e vogliate capire meglio la situazione (in che modo uno psichiatra puo' essere utile in quel caso?).

    Il punto da tenere a mente e' questo: le persone danno per scontato che un professionista sappia fare il suo lavoro, a meno che sia il professionista stesso a dargli modo di pensare altrimenti.


    In bocca al lupo,

    Stefano Sirri"
    Un ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili. Un pessimista lo sa.

  5. #110
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    Cara Greta, ti ringrazio per aver postato l'articolo, che mi è parso molto interessante, tuttavia:

    Originariamente postato da GretaScandalo


    La mia affermazione nasce proprio da questa constatazione: un professionista non si presenta mai con un curriculum, in quanto il farlo, crea un'immagine svilente per la sua professionalita'.

    E perchè, allora, molte strutture in cui andiamo ad effettuare un tirocinio, ci chiedono di consegnare loro il nostro c.v.?


    Se invece mi proponessero un progetto, sarei piu' che disponibile a supportarlo e anche ad andare dall'assessore per richiedere dei fondi, oppure a stilare la relativa documentazione per presentarlo ad un bando".
    bella forza! Percjhè useresti le idee di un altro. Tutto sommato, però, mi sembra una buona idea-usare il nome della cooperativa e l'inventiva del singolo-, peccato che a me, nessuno, in 5 anni di università, mi abbia insegnato come si stila un progetto(ma mi hanno insegnato tutto sulla psicopatologia-che posso applicare per le diagnosi, solitamente fatte fare agli specializzandi -, sulle teorie, su come si conduce un colloquio..).
    Non che non possa impararlo, o cercarmi un libro in cui se ne parla, ma dopo 5 anni di tasse e soldi spesi per il tirocinio, sinceramente, mi aspettavo che me lo insegnasse qualcun altro....


    Sono uno psicologo, ho fatto questo, quello e anche l'altro...

    Nella comunicazione faccia-a-faccia queste cose dovrebbero essere date per scontate,

    Non credo che queste cose vadano date per scontate. Io sono una psicologa e in quanto ad attività clinica, non ho mai fatto niente.

    Mi scuso per l'OT(in fondo, però, stiamo parlando sempre di lavoro per le cooperative, anche se il discorso potrebbe estendersi in altri ambiti in cui lavora lòo psicologo...).
    Mi piacerebbe sapere, anche in pm, cosa ne pensate.
    "The road of excess leads to the palace of Wisdom..." W. Blake



    Il mio primo blog!!!

  6. #111
    tarabramanu
    Ospite non registrato
    Ciao a tutti!
    Grazie Gretascandalo per le preziose informazioni che ci hai fornito ed in relazione a queste mi sento di proporre alcune considerazioni basate sulla mia piccola esperienza nelle Coop:

    - Mi unisco a Riversky nell'affermare che é necessario un curriculum e credo ciò valga in modo maggiore per chi, come me, non possiede ancora l'abilitazione; (in un caso addirittura non volevano assumermi in una struttura per utenti anziani anche con patologie psichiatriche perché la struttura cercava animatori-educatori ed io non possedevo referenze al riguardo...Avrei dovuto fare un corso da animatore!!! Benché coloro che stavano valutavano il mio curriculum e colloquio si fossero resi conto dell'assurdità della questione, tuttavia non potevano fare nulla perché l'ASL con cui erano convenzionati non aveva intenzione di sborsare di più...Capite cosa intendo?).

    - Il caso in cui ho visto la reale presenza di uno psicologo in una struttura (in questo caso una comunità alloggio per disabili psichici, cioé ritardo mentale e patologie psichiatriche) rimane un caso per l'appunto, e la psicologa, che era una specializzanda all'ultimo anno, in questo contesto offriva la sua prestazione professionale per supervisioni agli operatori con cadenza bi-settimanale...Ebbene...Non avrei mai voluto essere nei suoi panni perché comprendevo il "senso" delle supervisioni e del suo operato (premetto che era veramente professionale!!), ma era come scontrarsi con un muro di gomma per quanto riguarda la recezione del senso della supervisione da parte degli altri...(Con questo non voglio mettere in dubbio la professionalità degli educatori o operatori cui mi riferisco ma continuo a vedere che non avranno mai una determinata mentalità che noi chiameremmo appunto "psicologica").

    - Chi, come me, non ha l'abilitazione, non può che essere assunto come educatore, ma in molti casi le comunità (in cui si lavora tramite Coop) stesse cercano solo educatori laureati in scienze dell'educazione e cestinano curriculum di laureati in psicologia.

    - Ho lavorato brevemente in una comunità per utenti tossicodipendenti-alcolisti in cui addirittura cercavano laureati in psicologia o psicologi, educatori, assistenti sociali ai quali richiedevano mansioni (a tutti indistintamente) di psicoterapeuti!!!...Individuali e di Gruppo!!!!!!...Da non ceredere!

    - Secondo me é un pò difficile proporsi ad una struttura (anche dopo l'abilitazione) sventolando un progetto perché:

    1) E' necessario innanzitutto conoscere già a fondo la struttura stessa
    2) Spesso un progetto é il risultato di una richiesta-domanda esplicita avanzata da un committente e pur essendo specialisti, ci si muove spesso in un campo minato (soprattutto in caso di organizzazioni o enti non sanitari).
    3) In alcuni tipi di comunità la figura dello psicologo rimane marginale di fronte a quella dello psichiatra, neuropsichiatra, educatore, infermiere...In pratica si ragiona così...A che serve lo psicologo se c'é già lo psichiatra che cura, l'educatore che ti ascolta e ti riabilita e l'infermiere (quando c'é) che monitorizza le tue condizioni fisiche?...E questo tipo di discorso vale anche per le comunità psichiatriche, forse meno nel campo delle dipendenze.

    Avrei altre considerazioni ma temo di essere già stato troppo prolisso...Grazie per l'attenzione!

  7. #112
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    Il CV serve e non serve.
    Se ti prsenti a una coop per essere assunta come educatrice, il CV ci vuole.
    Diverso il caso in cui ti presenti come Psicologa. Come professionista il CV è vero che non serve. Ma serve altro: un progetto già pensato e scritto, un'idea da sviluppare con quella coop,...
    Certo, il progetto non va mandato via mail alla coop "in buona fede": lì è abbastanza chiaro che te lo ruberanno. Ma contatta la coordinatrice, fissi un appuntamento e lì presentare la tua idea, in linea generale ma mostrando la tua competenza e professionalità. Se le cose procedono, allora sì che si darà spazio alla carta e alle idee più precise.

    Per quanto riguarda il lavoro di educatore ed animatore: siamo sicuri di avere queste competenze? Io ora, con l'esperienza che ho, posso dire di saper animare un gruppo di bambini, ma non c'entra nulla con la laurea in psico. Ma allo stesso tempo mi sento tranquillamente di dire che non saprei animare un gruppo di anziani.
    Spessi i Comuni mettono vincoli alle coop, dicendo che vogliono solo ed esclusivamnete laureati in Sc. dell'educazione o educatori professionali. Stessa scelta la possono fare le comunità. E perchè mai non dovrebbero? Quello è il titolo per fare questo lavoro, non la laurea in psicologia. Noi, psicologi, ci sdegneremmo allo stesso identico modo di come fanno gli educatori, se una coop assumesse tutti quanti per fare gli Psicologi. Cosa che anche tarabramanu fa nel suo post precedente... Quindi, vale per noi, ma non per altre professioni?
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  8. #113
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    Ho sollevato un vespaio!
    Cara LuisaMiao, è vero che anche a me non pare giusto svolgere il lavoro degli educatori avendo tutt'altro titolo, ma è anche vero che mi piacerebbe molto poter svolgere il lavoro per cui il mio titolo mi prepara.. Quando ti attanaglia la disoccupazione e ti allontani dai 20 anni per avvicinarti ai 30 prendi un po' quello che puoi.
    Riversky: vero è che, pur avendo fatto tirocinio, esame di stato e conoscendo bene il DSM IV, la realtà è molto diversa dalle parole dei libri e io a tutt'oggi non sarei in grado di fare una diagnosi corretta a meno di non incontrare il caso "puro" da manuale... è una responsabilità che non mi prenderei mai e sono d'accordo sul fatto che sia meglio lasciar fare agli specializzandi.
    Quanto all'articolo credo che il senso globale sia: "buttati". Non ci insegnano a fare progetti, o per lo meno, ce lo fanno leggere e non ci fanno vedere come si fa, ma credo che il senso dell'articolo sia, "provaci anche se non sei preparatissimo nella pratica".
    Alle volte ho l'impressione che noi psicologi abbiamo bisogno di sentirci insegnare tutto. In psicodiagnosi e in psicoterapia è assolutamente indispensabile, ma ci sono ambiti in cui l'esperienza te la puoi fare provando e aggiustando il tiro ogni volta. Io sono una brava educatrice (credo) e possiamo raccontarci che quello dello psicolgo sia un lavoro più difficile di quello dell'educatore, ma non credo sia così. Nessuno mi ha fatto corsi, nessuno mi ha spiegato come si fa l'educatrice, ho provato, ho commesso degli errori, alle volte ho commesso gli stessi errori due volte, ho osservato altre persone con più esperienza, ho utilizzato la mia alurea per capire meglio e, sì, alle volte ho letto dei libri.
    Io credo che forse, alle volte, gli psicologi si fidino poco di quello che hanno imparato. Tutto qui.
    Un ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili. Un pessimista lo sa.

  9. #114
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    Originariamente postato da GretaScandalo
    Cara LuisaMiao, è vero che anche a me non pare giusto svolgere il lavoro degli educatori avendo tutt'altro titolo, ma è anche vero che mi piacerebbe molto poter svolgere il lavoro per cui il mio titolo mi prepara.. Quando ti attanaglia la disoccupazione e ti allontani dai 20 anni per avvicinarti ai 30 prendi un po' quello che puoi.
    Greta, anch'io faccio l'educatrice, e capisco bene le ragioni per cui si fa questo lavoro e non il nostro.
    il punto è di "non sputare nel piatto dove si mangia" e di rispettare il lavoro da educatore senza arrabbiarsi se loro cercano di difenderlo né pensare che sia "solamente dare da mangiare e pulire il sedere". in primo luogo ci vuole rispetto per questa figura, per le conoscenze che ci vogliono per farlo ed essere consapevoli che l'avere una laurea in psicologia non ci forma e prepara a fare il lavoro dell'educatore. questo bisogna averlo chiaro ed essere chiari nel proporsi: io so fare questo e questo, ho questo tipo di esperienza, ma altro non l'ho mai fatto e non posso dire di saperlo fare.
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  10. #115
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    [QUOTE]Originariamente postato da GretaScandalo

    Riversky: vero è che, pur avendo fatto tirocinio, esame di stato e conoscendo bene il DSM IV, la realtà è molto diversa dalle parole dei libri e io a tutt'oggi non sarei in grado di fare una diagnosi corretta a meno di non incontrare il caso "puro" da manuale... è una responsabilità che non mi prenderei mai e sono d'accordo sul fatto che sia meglio lasciar fare agli specializzandi.

    Alle volte ho l'impressione che noi psicologi abbiamo bisogno di sentirci insegnare tutto.
    Io credo che forse, alle volte, gli psicologi si fidino poco di quello che hanno imparato. Tutto qui.
    [QUOTE]

    Oddio, io, una diagnosi(con annessa analisi della domanda)...credo di saperla fare......
    E non stai parlando con una persona molto sicura di sè....

    Comunque, cara, non hai affatto sollevato un vespaio, anzi...hai trasmesso un messaggio positivo e dei consigli utili per chi è determinato ad intraprendere una strada ben precisa...
    Quello che mi fa' arrabbiare è che nessuno mi ha spiegato come si redige un progetto e nessuno mi ha detto che, dopo la laurea avrei dovuto continuare a formarmi per una serie di interessi affatto altruistici o consoni con quelli che sono i principi della psicologia...se mi scrivete in pm posso essere più precisa
    Insomma, sarà che lavoro con persone laureate che non hanno avuto affatto bisogno di "buttarsi" per iniziare a lavorare, semmai di farsi qualche mese di stage mal pagato(ma volete mettere con un anno a gratis per fare un tirocinio "formativo"?) , ma non trovo così scontato che, dopo aver studiato sei anni e mezzo(compreso tirocinio ed esame di stato) ci ritroviamo ancora privi di competenze che avrebbero potuto passarci e invece dobbiamo inventarci da soli....
    E trovo che sia necessaria più chiarezza verso chi ha intenzione di iscriversi a questa facoltà.
    "The road of excess leads to the palace of Wisdom..." W. Blake



    Il mio primo blog!!!

  11. #116
    simo3
    Ospite non registrato
    STRAQUOTO RIVERSKY!SONO AL 100% D'ACCORDO CON TE!

  12. #117
    Postatore Compulsivo L'avatar di LuisaMiao
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    Originariamente postato da riversky
    Quello che mi fa' arrabbiare è che nessuno mi ha spiegato come si redige un progetto e nessuno mi ha detto che, dopo la laurea avrei dovuto continuare a formarmi
    Io capisco che uno è "arrrabbiato" per come funzioni la formazione in Italia. E io sono tra quelle persone infatti.
    Ma il mettere in conto che bisogna continuare a formarsi una volta usciti dall'università è abbastanza basico: non si può davvero credere che finito la facoltà, siamo a posto per sempre e su qualunque cosa. Io, personalmente, ho studaito mooolto di più dopo che prima. Ma in modo mirato, per cose che mi interessavano e servivano nel lavoro quotidiano.
    Per quanto riguarda lo stendere i progetti: è vero che non lo insegna nessuno, ma basta leggere un paio di libri (ce ne sono scritti benone), vedere qualche progetto presentato e poi buttarsi. Si prenderà qualche cantonata, ma poi si aggiusta il tiro.

    In bocca al lupo!!
    Não sei o motivo pra ir
    só sei que não posso ficar
    não sei o que vem a seguir
    mas quero procurar.
    (Mafalda Veiga)

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  13. #118
    tarabramanu
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da LuisaMiao
    Il CV serve e non serve.
    Se ti prsenti a una coop per essere assunta come educatrice, il CV ci vuole.
    Diverso il caso in cui ti presenti come Psicologa. Come professionista il CV è vero che non serve. Ma serve altro: un progetto già pensato e scritto, un'idea da sviluppare con quella coop,...
    Certo, il progetto non va mandato via mail alla coop "in buona fede": lì è abbastanza chiaro che te lo ruberanno. Ma contatta la coordinatrice, fissi un appuntamento e lì presentare la tua idea, in linea generale ma mostrando la tua competenza e professionalità. Se le cose procedono, allora sì che si darà spazio alla carta e alle idee più precise.

    Per quanto riguarda il lavoro di educatore ed animatore: siamo sicuri di avere queste competenze? Io ora, con l'esperienza che ho, posso dire di saper animare un gruppo di bambini, ma non c'entra nulla con la laurea in psico. Ma allo stesso tempo mi sento tranquillamente di dire che non saprei animare un gruppo di anziani.
    Spessi i Comuni mettono vincoli alle coop, dicendo che vogliono solo ed esclusivamnete laureati in Sc. dell'educazione o educatori professionali. Stessa scelta la possono fare le comunità. E perchè mai non dovrebbero? Quello è il titolo per fare questo lavoro, non la laurea in psicologia. Noi, psicologi, ci sdegneremmo allo stesso identico modo di come fanno gli educatori, se una coop assumesse tutti quanti per fare gli Psicologi. Cosa che anche tarabramanu fa nel suo post precedente... Quindi, vale per noi, ma non per altre professioni?
    Ciao!
    Sicuramente non ho la presunzione di pensare o affermare che, essendo laureato in psicologia, posso svolgere con la stessa capacità e preparazione il lavoro di un educatore o di un animatore appositamente formati proprio perché attualmente sto lavorando come educatore e certamente non mi picco di essere professionalmente o personalmente più preparato rispetto a quelle figure professionali sopra citate al di là del titolo di studio.
    Il discorso a monte é un altro...Non facciamo finta di ignorare la vera motivazione di certi paradossi come quello che ho esposto perchè ormai credo abbiano capito tutti che spesso, le scelte operate da taluni "Enti o Servizi" non hanno nulla a che vedere con la reale necessità della domanda ma bensì sottostanno alla disponibilità economica contingente.
    L'utenza della struttura in questione era ben diversa da quella che si immagina animare la realtà di una bocciofila o di un centro ricreativo per anziani: lì si parlava di anziani "ex psichiatrici" o "ex comunità" tanto per semplificare...Ed il paradosso é questo:
    ufficialmente si richiede un animatore (con relativo titolo) al quale ufficiosamente viene richiesta una prestazione ibrida tra quella di educatore-animatore mentre idealmente si tenderebbe a preferire una figura a metà tra l'educatore e lo psicologo (queste sono le conclusioni "oggettive" enucleate nei 2 colloqui che ho sostenuto). La paga sarebbe stata comunque quella da animatore.
    In sostanza, non voglio sovrapporre il mio ruolo a quello di educatore e neanche "rubare" il lavoro a chi si é formato appositamente ma in quali altri modi possiamo iniziare ad avere un minimo di dimestichezza, cioé vedere al di là della teoria, un certo tipo di utenza se non partendo dalle comunità in generale? A loro volta legate alle Coop?

  14. #119
    Partecipante Assiduo L'avatar di skioppy
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    Al di là di tutto io continuo a sostenere che l'esperienza di educatore per uno psicologo sia importante, perché sia ha modo di avere un cotatto più diretto con il soggetto e in ambiente , se si può dire, più ecologico rispetto ad un setting terapeutico! Si impara a fare molta osservazione e credo che questo un domani sia un elemento fondamentale per la clinica! Come si dice...la pratica vale più della grammatica, è importante formarsi teoricamente ma da qualcosa si dovrà pur cominciare!!! e poi ilo lavoro di educatore non deve essere così tanto sottovalutato dal momento che io credo che la maggior parte del lavoro "sporco" se lo fanno loro!!!! Prima di fare l'educatore non la pensavo così, credevo che fosse tutto più semplice ma mi sono dovuta ricredere in pieno!!!!
    Martina

  15. #120
    tarabramanu
    Ospite non registrato
    Ciao!
    Sono d'accordo con Martina perché ha colto un punto essenziale...Ovvero il fatto che per iniziare a "farci le ossa" é utilissimo acquisire esperienza nel ruolo di educatore e resta implicito il fatto che non é un ruolo "minore" o "maggiore" rispetto a quello dello psicologo: é semplicemente un altro ruolo!
    Ma non possiamo negare che non abbiamo molte altre alternative!

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