"In questo paragone, l'immagine dell'obiettivo è il senso, e l’immagine retinica è la rappresentazione o intuizione.
L'immagine del cannocchiale è cioè solo parziale poiché dipende dal punto d'osservazione, eppure è oggettiva, poiché può servire, a più osservatori. Si può predisporre in modo tale che più persone contemporaneamente possano utilizzarla; l'immagine retinica è invece tale che ognuno deve avere necessariamente la sua. Sarebbe perfino difficile ottenere una congruenza geornetrica, per la diversa conformazione degli occhi, una effettiva coincidenza sarebbe comunque da escludersi."
Ti ho citato un passo del frammento di Frege che tu hai incluso nel tuo messaggio: ho evidenziato in neretto il punto che secondo me non regge proprio a un'attenta riflessione.
Ti vorrei far notare che Frege fa conto che l'immagine del cannocchiale, la stessa immagine, possa "servire" a più osservatori. Tuttavia Frege non s'avvede che in realtà non sarebbe possibile per ciascun osservatore dare un'occhiata al cannocchiale nello stesso istante: la molteplicità degli osservatori implica una molteplicità di tempi; e allora dovremmo ammettere che ciascuna osservazione è relativa al suo tempo. Forse il mio ti apparirà nient'altro che un cavillo, tuttavia vorrei farti pure notare che noi sappiamo benissimo che la luna varia, anche se impercettibilmente, di istante in istante. Ora: i limiti della percezione non devono trarci in inganno: in realtà, essendo ciascun uomo in un differente spazio-tempo da un altro, non è possibile che tutti abbiano uno stesso "senso", come direbbe Frege.
Quando Frege pensa che sia possibile afferrare uno stesso senso per più individui, si basa dunque sull'illusione che più individui possano rapportarsi a un oggetto da una stessa "prospettiva" (spazio-temporale).
Quando dunque afferma che esiste qualcosa di più che la semplice psiche individuale, crea il terribile fraintendimento che la psiche collettiva sia una sorta di entità nella quale noi saremmo immersi. Questo concetto è davvero fuorviante: in realtà quando si parla di inconscio collettivo ci si riferisce semplicemente al rinvenimento in ciascun individuo di un medesimo funzionamento; tutto qui; più di questo non c'è nulla.
(Se invece ci si riferirebbe a una psiche universa, non solo a quella dell'umanità, ecco che spunterebbe fuori l'impossibilità stessa di afferrare il senso complessivo di essa; ognuno, sempre secondo la sua "prospettiva", afferrerebbe di essa qualcosa (e mai tutto) di diverso da un altro.)
Questi identici funzionamenti ciascuno li vede da una prospettiva diversa. Ciò che tu penseresti di un qualunque archetipo sarebbe diverso da ciò che penserei io.
Quando si parla del nome "Bucefalo" si deve precisare che una cosa è la scrittura, altra il parlato. Infatti "Bucefalo" è uno come segno scritto, ma non come parola parlata: tra te e me non ci potranno essere che modi diversi di rapportarsi a "Bucefalo", quindi tra il mio parlato "Bucefalo" e il tuo si può mettere in luce l'analogia ma non l'identità. E questo rimanda a quanto ho detto nei messaggi precedenti.
Derrida parlò di "logocentrismo", dove "logo-" sta a indicare la parola parlata, la dimensione dell'oralità cioè. Il logocentrismo per Derrida è una caratteristica fondamentale della nostra cultura, la quale avrebbe svalutato la scrittura.
In realtà uno scritto è un rimando e inoltre, dato che la collocazione spazio-temporale di un testo muta sempre, le interpretazioni variano sempre.
Non ci sono patrimoni comuni di pensiero che si possano tramandare; penso che la vera base comune della nostra civiltà sia il testo scritto. Prima dell'invenzione della scrittura, chissà, c'erano i disegni, qualche altro segno; e prima ancora non c'era alcun patrimonio da tramandare (per quanto un testo lo si voglia tramandare, cambia col tempo, un po' come cambia una persona. Se tu leggessi due volte il mio messaggio, la seconda volta non troveresti esattamente gli stessi rimandi, non troveresti la stessa cosa. Ma forse questo discorso è troppo alieno per una certa abitudine comune e tu mi manderai a quel paese.

Sarebbe un peccato, a mio modesto avviso, perché questo discorso lo trovo importante).
Comunque per me non esiste solo Gianni Vattimo; il Pensiero Debole oltretutto non è solo suo, Vattimo usa questa espressione per denotare una molteplicità di pensatori. Anzi le mie idee sono per certi versi molto diverse dalle sue.
Quando parlo di "errore assolutista" non intendo ridurre a un errore la cultura dominante della tradizione: intendo mostrare un vizio di fondo; ma questo non significa dire che la nostra cultura sia tutta da buttare: semplicemente penso che sia necessario cancellare quel vizio di fondo. Penso che è stato trovato un grande intoppo, e quando parlo di questo argomento la mia intenzione non è quella di sfidare qualcuno.
Concludendo: a mio avviso quello che dico sta perfettamente in piedi, nonostante tu mi abbia scatenato contro uno dei più grandi logici dopo Aristotele

(tra l'altro un mio amico, grande cultore di filosofia, mi ha detto quest'oggi che la filosofia analitica ha abbandonato le concezioni di Frege sul "senso"). Fai bene, io per parte mia penso che il frammento che tu mi hai citato sia inquadrabile in questa concezione: la verità come dato oggettivo. Per me questa concezione fortunatamente sta crollando.
Saluti.
Astolfo