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  1. #106
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da benedetta14 Visualizza messaggio
    ...anche perché, essendo una professione d'aiuto agli altri, le ragioni per cui si è scelto di farla sono rilevanti, no?
    No, non è una professione di aiuto. le ragioni, sono rilevanti per se stessi, non lo sono per il paziente.

    ciaz.

  2. #107
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Molto interessante. Vorrei segnalare che la storia ci racconta che Sighi a smesso di lavorare -diceva- stanco di provare il transfer materno su di lui. Crediamole fino a certo punto, la storia ci racconta anche un suo modo : davanti a una difficoltà creava, ad ess. non sentirsi uno bravo a fare ipnosi !
    Per ora vi saluto.
    Alejandro.

  3. #108
    Partecipante Assiduo
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Metacomunicare... parola forte ! Mà ... !? cosa con cosa ?

  4. #109
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Lo stesso mi aspetto da parte tua, uno sforzo per rispondere alle domande in merito. Che vi sia un'area cieca (se ho capito bene cosa vuoi intendere) questo è inevitabile, e, te l'ho ripetutto un milione di volte mi pare, non può esservi corrispondenza emotivo/narrativa tra i due.
    E io ti ho scritto un milione di volte che della corrispondenza emotivo/narrativa non c'interessa un fico secco. Importa che il paziente sta portando il proprio problema e che il terapeuta a causa di proprie problematiche non è in grado di identificarlo.

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Il guaio sorge, a mio parere, quando si vede il paziente come una signolarità senza passato e sistema di relazioni. é da qui che cominciamo in terapia ad esplorare.
    Certo, infatti il passato ed il sistema di relazioni del paziente vengono portati nella seduta. Sono quindi più che considerati, anzi... c'entra dentro inevitabilmente anche il terapeuta, inizia a farne parte integrante (l'attività onirica è uno straordinario indicatore di tutto questo).

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Non a partire dalle emozioni del terapeuta (che possono esssere estremamente utili, presupponendo però che il paziente e il terapeuta siano disposti e capaci a metacomunicare, cosa molto difficile, soprattutto agli inizi e oseri dire nella magigoranza dei casi, ecco un'altra funzione fondamentale della supervsionei).
    Si metacominica sempre, fin dal primo contatto (anche quello telefonico). Il problema è considerare ed ascoltare la metacomunicazione: è l'essenza delle libere associazioni (parlo di qualsiasi cosa attraverso cui veicolo le emozioni che dominano il contesto). E saperla maneggiare...

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    La dipendenza di cui parli (mi spiace, ma è semrpe in base alle tue definizioni) per me è un pezzo teorico che mi stai proponendo come esempio che non può servirmi molto se non chiedo al paziente di ricostruirmi lo sfondo storico/relazionale in cui si muove (questo per rimanere sempre in ambito clinico).
    Ce l'abbiamo lo sfondo storico/relazionale: inventane uno qualsiasi, altrimenti faccio tutto io e sarebbe troppo facile.

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    MIo caro Gieko, evidentemente dalle tue parti ciascun terapeuta ha risolto tutti i problemi, che avete deciso siano problematici per il paziente.
    E' il paziente che ha deciso che siano problematici, dal momento che ce ne parla in continuazione... Quindi, come ben sai, non è questione di risolvere o meno i problemi, ma di avere accesso alle propria struttura per poter cogliere gli incastri che si creano.
    Non capisco come mai la cosa ti risulta così strana: in fondo gli schemi relazionali, o i MOI (per utilizzare una terminologia che immagino più vicina al tuo sentire) di ciascun soggetto sono solo in parte consapevoli e, soprattutto, sono relazionali appunto (cioè implicano che un altro si inserisca in quegli ingranaggi). Insomma, mi pare un'idea passata anche in campo cognitivista, seppur con le debite differenze.

    Saluti
    gieko

  5. #110
    Partecipante Assiduo
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Scusate, bisogna rispondere parola per parola ? Non lo trovate un po... come dire? infantile ... ?

  6. #111
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    ...anche perché, essendo una professione d'aiuto agli altri, le ragioni per cui si è scelto di farla sono rilevanti, no?

    No, non è una professione di aiuto. le ragioni, sono rilevanti per se stessi, non lo sono per il paziente.

    ciaz.
    Questa mi era sfuggita... Quindi se una persona sceglie di fare il terapeuta perchè ha bisogno di vedere gente che pende dalle sue labbra (checchè se la conti che le cose non stanno così...), questo non è rilevante per il paziente.
    Tanto non è una professione di aiuto...

    Saluti
    gieko

  7. #112
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    E io ti ho scritto un milione di volte che della corrispondenza emotivo/narrativa non c'interessa un fico secco. Importa che il paziente sta portando il proprio problema e che il terapeuta a causa di proprie problematiche non è in grado di identificarlo.
    Beh se non te ne importa un fico secco (o non ve ne importa, in quanti siete?) per non rispondere nel merito, pazienza. Inutile continuare il discorso, no?


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Certo, infatti il passato ed il sistema di relazioni del paziente vengono portati nella seduta. Sono quindi più che considerati, anzi... c'entra dentro inevitabilmente anche il terapeuta, inizia a farne parte integrante (l'attività onirica è uno straordinario indicatore di tutto questo).
    OK, capisco il tuo punto di vista.


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Si metacominica sempre, fin dal primo contatto (anche quello telefonico). Il problema è considerare ed ascoltare la metacomunicazione: è l'essenza delle libere associazioni (parlo di qualsiasi cosa attraverso cui veicolo le emozioni che dominano il contesto). E saperla maneggiare...
    Certo che si metacomunica semrpe dal primo contatto. Se leggi con un po' di sforzo in più potresti capire che stavo dicendo un'altra cosa. ma va bene, capsico il tuo punto di vista.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Ce l'abbiamo lo sfondo storico/relazionale: inventane uno qualsiasi, altrimenti faccio tutto io e sarebbe troppo facile.
    Non capisico gran che, stavolta.


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    E' il paziente che ha deciso che siano problematici, dal momento che ce ne parla in continuazione... Quindi, come ben sai, non è questione di risolvere o meno i problemi, ma di avere accesso alle propria struttura per poter cogliere gli incastri che si creano.
    Non capisco come mai la cosa ti risulta così strana: in fondo gli schemi relazionali, o i MOI (per utilizzare una terminologia che immagino più vicina al tuo sentire) di ciascun soggetto sono solo in parte consapevoli e, soprattutto, sono relazionali appunto (cioè implicano che un altro si inserisca in quegli ingranaggi). Insomma, mi pare un'idea passata anche in campo cognitivista, seppur con le debite differenze.

    Saluti
    Qui hai fatto un po' un discorso in cui hai pasticciato un po' alcune mie considerazioni che rispondevano in merito a diversi tuoi questiti. Ma va bene, succede. Mi sembra però che io rispondo nel merito, mentre te sei un po' reticente. Ma va bene perchè in fondo più o meno le differenze tra i nostri sfondi clinico teorici sono abbastanza chiari.
    Lo ribadisco, le mie considerazioni sono chiare, nette. Inutile girarci intorno. E infondo, mi pare che si tratti piuttosto di una specie di politica teorica che condiziona le nostre differenze.

    ciaz.

  8. #113
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Questa mi era sfuggita... Quindi se una persona sceglie di fare il terapeuta perchè ha bisogno di vedere gente che pende dalle sue labbra (checchè se la conti che le cose non stanno così...), questo non è rilevante per il paziente.
    Tanto non è una professione di aiuto...

    Saluti
    Ora stai diventanto piuttosto pedante. Va bene, al paziente verranno presentati e chiariti i motivi per cui si è scelti la missione psicoanalitica. Per il resto della ciurmaglia psicoterapeuta, basteranno cannoli alla ricotta per dimostrare la bontà dei prodotti emotivo culturali...

    ciaz (e cotto dal lavoro).

  9. #114
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Beh se non te ne importa un fico secco (o non ve ne importa, in quanti siete?) per non rispondere nel merito, pazienza. Inutile continuare il discorso, no?
    Non ho problemi a rispondere nel merito, ma ho colto lo spunto del tuo richiamo alla clinica per cercare di concentrarsi su questo aspetto, senza ulteriori dispute teoriche (che a quanto pare non fanno che aumentare le incomprensioni). Ad ogni modo il plurale era riferito ai partecipanti alla discussione, te compreso.

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Non capisico gran che, stavolta.
    Mi riferivo al fatto che, dato l'esempio, possiamo inventare uno sfondo storico/relazionale qualsivoglia per il nostro ipotetico paziente e terapeuta. Possiamo darlo per scontato (in questo senso "ce l'abbiamo"), oppure scriverlo per amore di chiarezza.

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Lo ribadisco, le mie considerazioni sono chiare, nette. Inutile girarci intorno. E infondo, mi pare che si tratti piuttosto di una specie di politica teorica che condiziona le nostre differenze.
    Non metto in dubbio la chiarezza e la nettezza delle tue considerazioni. Metto in dubbio le tue considerazioni in quanto tali. Per questo è meglio passare ad un'ipotesi clinica. Secondo me non reggono, però stiamo a vedere...
    gieko

  10. #115
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    (e cotto dal lavoro).
    E Beato te!
    Epperò, i detrattori della psicoanalisi ti avevano avvertito! Con la psicoanalisi non si lavora! (così tuona il giudizio moderno!)...meglio qualcosa di più alla moda!

    Ps. Scherzo ovviamente eh...

    Saluti,
    Luigi

  11. #116
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Mi sembra che abbiamo più o meno chiare le distinzioni sul ruolo che potrebbe avere la terapia personale sul lavoro professionale.

    Convergenze: è molto importante come lavoro di esplorazione per se stessi per i propri personalissimi motivi, sofferenze, curiosità esistenziali, scopi preordinati dalla formazione teorica,

    divergenze : quanto possa essere utile con il lavoro terapeutico, non centrale per me post razionalista (o importante strumento di informazione strategico come metodo e come indagine sulle emozioni in rete), al contrario delle supervisioni che dovrebbero essere non una volta al mese ma dopo ogni seduta, almeno è quello che faccio io col gruppo con cui lavoro; d'altro canto, la terapia personale è fondamentale per gli psicoanalisti pur con le dovute distinzioni derivanti dalle ramificazioni teoriche.

    Come ha proposto Gieko si può metter su una ipotesi clinica, un caso inventato di un paziente. Non è semplice ma su pochi elementi essenziali possiamo ciascuno fare le proprie osservazioni sul peso e il valore che può avere la propria terapia personale.
    Chi propone il caso? Io potrei suggerire un caso tipico di problemi d'ansia, che affollano i banchi delle farmacie e delle Asl.

    Una 40enne che ha avuto un attacco di panico in ufficio portata al pronto soccorso e dimessa qualche ora dopo dopo una iniezione di valium. Sposata, con un paio di figli alle scuole materne. Marito professionista consulente per grosse imprese spesso in viaggio di lavoro. Possiamo aggiungere altri elementi sulla famiglia.

    A voi le prime osservazioni su quanto sia indispensabile che il terapeuta abbia svolto una sua personale per lavorare a lmeglio con la paziente.

    ciaz.

  12. #117
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    .........................
    Ultima modifica di neuromancer : 11-12-2009 alle ore 15.10.50

  13. #118
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Una 40enne che ha avuto un attacco di panico in ufficio portata al pronto soccorso e dimessa qualche ora dopo dopo una iniezione di valium. Sposata, con un paio di figli alle scuole materne. Marito professionista consulente per grosse imprese spesso in viaggio di lavoro. Possiamo aggiungere altri elementi sulla famiglia.
    In attesa che altri contribuiscano se vogliono...
    La signora arriva al colloquio con 30 minuti di anticipo. Dopo essersi presentata dice "avevo proprio urgenza di vedere qualcuno, sa mio marito non c'è per lavoro". L'invio è avvenuto tramite un'amica che conosce il terapeuta, "sa, mi ha detto che lei è sempre disponibile con i suoi pazienti". Racconta poi di un'infanzia serena, padre impiegato, madre casalinga, "la classica famiglia italiana". Entrambi i genitori sono descritti come piuttosto chiusi, molto affezionati l'uno all'altra. Lei è figlia unica. Del marito è stata colpita dalla sua capacità di gestire affari complicati con grande dedizione pur essendo all'epoca giovane, cosa che lo rendeva molto apprezzato sul lavoro.

    Il terapeuta è un uomo di poco più giovane. Ha investito molto su una formazione di qualità ed è considerato molto attento ai pazienti dai suoi colleghi, oltre che molto efficace. E' molto interessato alla cura degli stati d'ansia.

    Saluti
    gieko

  14. #119
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    complimenti per la discussione. mi permetto di aggiungere una nota, spero la condividiate.

    sostiene che l'attacco di panico è stato il primo evento di malessere, prima non aveva avuto mai niente, appunto la classica famiglia italiana. l'attacco è giunto improvviso segnando un punto di demarcazione tra quando stava meglio a ora, che sta male. credo si possa aggiungere che sostiene di essere lei ad avere un problema, e che vuole "guarire". considerando per guarigione il condurre la stessa vita di sempre senza più gli attacchi di panico. coerentemente col caso fino ad ora esposto credo si possano eliminare condotte di evitamento, ma si dovrebbe considerare il ricordo dell'attacco come un evento spaventoso sul quale non ripensa né spesso né volentieri. diciamo che è una che non problematizza molto, ha un problema e ritiene che eliminarlo sia la soluzione ovvia.

    dato che mi capita spesso questo genere di situazione l'ho riportata, ma se ritenete che certi elementi non siano pertinenti con il vostro scopo, cioè valutare l'utilità di una terapia personale per fare il terapeuta, non mi offendo se li tagliate tutti o in parte.
    giustimassimo

  15. #120
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da massimomassimo Visualizza messaggio
    complimenti per la discussione. mi permetto di aggiungere una nota, spero la condividiate.

    sostiene che l'attacco di panico è stato il primo evento di malessere, prima non aveva avuto mai niente, appunto la classica famiglia italiana. l'attacco è giunto improvviso segnando un punto di demarcazione tra quando stava meglio a ora, che sta male. credo si possa aggiungere che sostiene di essere lei ad avere un problema, e che vuole "guarire". considerando per guarigione il condurre la stessa vita di sempre senza più gli attacchi di panico. coerentemente col caso fino ad ora esposto credo si possano eliminare condotte di evitamento, ma si dovrebbe considerare il ricordo dell'attacco come un evento spaventoso sul quale non ripensa né spesso né volentieri. diciamo che è una che non problematizza molto, ha un problema e ritiene che eliminarlo sia la soluzione ovvia.

    dato che mi capita spesso questo genere di situazione l'ho riportata, ma se ritenete che certi elementi non siano pertinenti con il vostro scopo, cioè valutare l'utilità di una terapia personale per fare il terapeuta, non mi offendo se li tagliate tutti o in parte.
    Ottimo! Arricchire con questa sfumature il caso clinico non può che accrescere la fattibilità in sè, a cui siamo esposti in riferimento alla virtuale terapia personale.

    Aggiungo questa nota: finora abbiamo una serie di dati a cui siamo interessati e ne vorremmo sapere di più: informazioni sulla paziente piuttosto che sul terapeuta.

    ciaz.

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