“Questo tipo ora le sta davanti con le sue labbra carnose, le gambe storte, il cartello non amato appeso sulla schiena e sul petto, e chi è lei, diamine, per giudicarlo?
Allora ricaccio questo mio orgoglio di seconda mano il più in fondo possibile, nelle cantine – rifugio che non ho mai utilizzato. Laggiù, allineati sugli scaffali, pieni fino all’orlo e sigillati, ci sono tutti i miei vasetti di marmellata d’orgoglio (e di allegria, di entusiasmo, di gioia di vivere e altri intrugli). Nili non deve sapere che esistono, e nemmeno io. Un giorno, forse, non so, dopo che… Oppure quando le cose saranno più semplici. In altre parole, mai.
Lei lo vede allontanarsi, inafferrabile, estraneo, e intuisce che questa sua capacità di estraniarsi rappresenta forse il compendio della sua filosofia di vita. Per un lungo momento rimane raggelata, impotente. Sente pulsare in lei la cicatrice che si è aperta e richiusa un’infinità di volte, il suo punto dolente: quello dell’abbandono.
Ogni momento che passa lei vede con maggiore chiarezza l’interno del corpo del ragazzo, il diverso colore delle sue sensazioni, la rude malinconia dei suoi rifiuti, le sensazioni di stupore e di allegria, macchie di luce che si riflettono in lei.
Quando la mia coscienza sarà limpida e pura, la realtà vi si rispecchierà nitida.
Lei, come al solito, ha capito il mio silenzio e, invece di una risposta, ha cercato di insegnarmi ancora una volta a proteggere me stessa, a non permettere al dolore del mondo, a qualsiasi altra cosa, di insinuarsi dentro di me. Nemmeno al grande amore della tua vita, ripeteva, ma a quel tempo io non avevo nessun amore. Nemmeno alla persona che più ami al mondo. Poi sorrideva, quel sorriso stupendo, ingenuo: nemmeno a me.
Com’è bello il corpo, esclama con rinnovato stupore, bello e prezioso. E’ dolce, il nostro corpo, dolce, sussurra, ci procura benessere e gioia se solo lo trattiamo bene, se gli prestiamo ascolto, perché è saggio, sa sempre prima di noi cosa vogliamo, cosa è bene per noi… Nili si rilassa, i suoi anelli si aprono. Se solo capissimo cosa ci vuole dire, il nostro corpo, se solo l’amassimo così com’è, proprio così com’è…
Gira per la stanza vuota, cammina a lungo, i vapori dei ricordi l’avvolgono in una dolce vertigine, sorride a questo allievo, accarezza quest’altra, viene come risucchiata dentro di sé, finché si ferma, inclina un po’ la testa, e senza volerlo scocca l’antica scintilla, quasi dimenticata, il lampo del fascino e della seduzione, che si proietta e danza sulle pareti. Nili rimane a osservarlo con un sorriso trasognato.
Per quelle sensazioni che solo Nili riesce a risvegliare in me e per il pensiero – che ora mi fa uscire di testa – delle cose di seconda mano a cui ci si abitua quando si vive troppo tempo nell’ombra, o nel riflesso, di chi sta in piena luce. Quando si rimane sbiaditi in silenzio mentre lei riempie la stanza, tutte le stanze, con la sua voce, la sua risata, i suoi colori, e quando, a poco a poco, questo restare in disparte si trasforma in ideologia. Allora si inneggia all’ombra, si giura fedeltà al grigiore, con stupido e misero orgoglio si evita tutto ciò che è di prima mano. Finché, molto presto, ci si dimentica di cosa è possibile volere, di cosa è consentito, ci si abitua alla fotosintesi alla luce della luna.
Ora cerco di guardarmi nello specchio con occhio estraneo e giungo alla conclusione, come al solito, che non mi amo particolarmente. O meglio, per essere più precisi, che provo pena per me. So cosa penserei se mi incontrassi per strada, o mi ritrovassi schiacciata contro di me nella metropolitana.
Fa bene piangere. Anche dopo. Non trattenerti. Ma ricordati sempre di lavarti gli occhi con la camomilla.
Ma per tre, quattro, o cinque anni, questo è certo, sono passata di mano in mano, sono stata ridotta in briciole, ho raschiato il fondo del barile, finché una volta ho sentito accanto a me una voce che mi diceva: forse basta così. E quando mi sono ribellata, quando ho scalciato e menato colpi con tutti i gomiti che nel frattempo mi erano spuntati, quella stessa voce ha detto: se dovevi provare qualcosa a qualcuno, ho l’impressione che tu l’abbia già fatto. Poi, con assoluta tranquillità, ha aggiunto: lo hai provato a tal punto da esserti quasi disintegrata. Io ho cominciato a ringhiare, via, vattene, sono infetta, ma lei ha riso, mi ha caricato sulle spalle come un sacco, o come un ferito, e mi ha trasportato attraverso grandi deserti, assorbendo in silenzio i veleni che spurgavano da me, e per l’intero tragitto ha continuato a ripetermi che tutto ciò era accaduto perché io ero un’ignorante e un’incompetente per quanto riguarda la vita di coppia, ero una specie di selvaggia allevata dai lupi; un poco alla volta, però, il piacere di una vita a due avrebbe smesso di farmi male.
La sento frugarmi nella mente. I miei pensieri rimbalzano e al volo io li rinchiudo dentro di me. In un documentario ho visto dei pesciolini fuggire da un predatore e rifugiarsi in un corallo. Ho riconosciuto i movimenti della loro fuga e quelli del corallo – un cervello carnoso e ramificato che di colpo si chiude su se stesso per proteggerli.
Ultimamente non si fida più di se stessa, nemmeno per cose più insignificanti di questa. Come se ogni suo movimento producesse ferite, lesioni, fallimenti. Come se lei fosse un re Mida che trasforma tutto in latta.
Le sue mani si sono sempre tese verso chiunque manifestasse dolore. Per massaggiare, consolare. Estranei, conoscenti, una compagna di scuola venuta a portarmi i compiti quand’era malata, una vicina senza figli, un cane spelacchiato e rachitico che l’aveva adottata e si era abituato ai suoi massaggi. Le mani erano il prolungamento naturale del suo sguardo, delle parole.
Cosa si può sapere di un altro essere umano, anche se è tua madre? Dopotutto, il cordone ombelicale è stato reciso, o si è logorato. Un gelido senso di solitudine mi avvolge".
Col corpo capisco - David Grossman






