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Discussione: Dentro i libri

  1. #1186
    Postatore Epico L'avatar di ZingarellaOps
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    09-09-2006
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    Riferimento: Dentro i libri

    “Questo tipo ora le sta davanti con le sue labbra carnose, le gambe storte, il cartello non amato appeso sulla schiena e sul petto, e chi è lei, diamine, per giudicarlo?

    Allora ricaccio questo mio orgoglio di seconda mano il più in fondo possibile, nelle cantine – rifugio che non ho mai utilizzato. Laggiù, allineati sugli scaffali, pieni fino all’orlo e sigillati, ci sono tutti i miei vasetti di marmellata d’orgoglio (e di allegria, di entusiasmo, di gioia di vivere e altri intrugli). Nili non deve sapere che esistono, e nemmeno io. Un giorno, forse, non so, dopo che… Oppure quando le cose saranno più semplici. In altre parole, mai.

    Lei lo vede allontanarsi, inafferrabile, estraneo, e intuisce che questa sua capacità di estraniarsi rappresenta forse il compendio della sua filosofia di vita. Per un lungo momento rimane raggelata, impotente. Sente pulsare in lei la cicatrice che si è aperta e richiusa un’infinità di volte, il suo punto dolente: quello dell’abbandono.

    Ogni momento che passa lei vede con maggiore chiarezza l’interno del corpo del ragazzo, il diverso colore delle sue sensazioni, la rude malinconia dei suoi rifiuti, le sensazioni di stupore e di allegria, macchie di luce che si riflettono in lei.

    Quando la mia coscienza sarà limpida e pura, la realtà vi si rispecchierà nitida.

    Lei, come al solito, ha capito il mio silenzio e, invece di una risposta, ha cercato di insegnarmi ancora una volta a proteggere me stessa, a non permettere al dolore del mondo, a qualsiasi altra cosa, di insinuarsi dentro di me. Nemmeno al grande amore della tua vita, ripeteva, ma a quel tempo io non avevo nessun amore. Nemmeno alla persona che più ami al mondo. Poi sorrideva, quel sorriso stupendo, ingenuo: nemmeno a me.

    Com’è bello il corpo, esclama con rinnovato stupore, bello e prezioso. E’ dolce, il nostro corpo, dolce, sussurra, ci procura benessere e gioia se solo lo trattiamo bene, se gli prestiamo ascolto, perché è saggio, sa sempre prima di noi cosa vogliamo, cosa è bene per noi… Nili si rilassa, i suoi anelli si aprono. Se solo capissimo cosa ci vuole dire, il nostro corpo, se solo l’amassimo così com’è, proprio così com’è…

    Gira per la stanza vuota, cammina a lungo, i vapori dei ricordi l’avvolgono in una dolce vertigine, sorride a questo allievo, accarezza quest’altra, viene come risucchiata dentro di sé, finché si ferma, inclina un po’ la testa, e senza volerlo scocca l’antica scintilla, quasi dimenticata, il lampo del fascino e della seduzione, che si proietta e danza sulle pareti. Nili rimane a osservarlo con un sorriso trasognato.

    Per quelle sensazioni che solo Nili riesce a risvegliare in me e per il pensiero – che ora mi fa uscire di testa – delle cose di seconda mano a cui ci si abitua quando si vive troppo tempo nell’ombra, o nel riflesso, di chi sta in piena luce. Quando si rimane sbiaditi in silenzio mentre lei riempie la stanza, tutte le stanze, con la sua voce, la sua risata, i suoi colori, e quando, a poco a poco, questo restare in disparte si trasforma in ideologia. Allora si inneggia all’ombra, si giura fedeltà al grigiore, con stupido e misero orgoglio si evita tutto ciò che è di prima mano. Finché, molto presto, ci si dimentica di cosa è possibile volere, di cosa è consentito, ci si abitua alla fotosintesi alla luce della luna.

    Ora cerco di guardarmi nello specchio con occhio estraneo e giungo alla conclusione, come al solito, che non mi amo particolarmente. O meglio, per essere più precisi, che provo pena per me. So cosa penserei se mi incontrassi per strada, o mi ritrovassi schiacciata contro di me nella metropolitana.

    Fa bene piangere. Anche dopo. Non trattenerti. Ma ricordati sempre di lavarti gli occhi con la camomilla.

    Ma per tre, quattro, o cinque anni, questo è certo, sono passata di mano in mano, sono stata ridotta in briciole, ho raschiato il fondo del barile, finché una volta ho sentito accanto a me una voce che mi diceva: forse basta così. E quando mi sono ribellata, quando ho scalciato e menato colpi con tutti i gomiti che nel frattempo mi erano spuntati, quella stessa voce ha detto: se dovevi provare qualcosa a qualcuno, ho l’impressione che tu l’abbia già fatto. Poi, con assoluta tranquillità, ha aggiunto: lo hai provato a tal punto da esserti quasi disintegrata. Io ho cominciato a ringhiare, via, vattene, sono infetta, ma lei ha riso, mi ha caricato sulle spalle come un sacco, o come un ferito, e mi ha trasportato attraverso grandi deserti, assorbendo in silenzio i veleni che spurgavano da me, e per l’intero tragitto ha continuato a ripetermi che tutto ciò era accaduto perché io ero un’ignorante e un’incompetente per quanto riguarda la vita di coppia, ero una specie di selvaggia allevata dai lupi; un poco alla volta, però, il piacere di una vita a due avrebbe smesso di farmi male.

    La sento frugarmi nella mente. I miei pensieri rimbalzano e al volo io li rinchiudo dentro di me. In un documentario ho visto dei pesciolini fuggire da un predatore e rifugiarsi in un corallo. Ho riconosciuto i movimenti della loro fuga e quelli del corallo – un cervello carnoso e ramificato che di colpo si chiude su se stesso per proteggerli.

    Ultimamente non si fida più di se stessa, nemmeno per cose più insignificanti di questa. Come se ogni suo movimento producesse ferite, lesioni, fallimenti. Come se lei fosse un re Mida che trasforma tutto in latta.

    Le sue mani si sono sempre tese verso chiunque manifestasse dolore. Per massaggiare, consolare. Estranei, conoscenti, una compagna di scuola venuta a portarmi i compiti quand’era malata, una vicina senza figli, un cane spelacchiato e rachitico che l’aveva adottata e si era abituato ai suoi massaggi. Le mani erano il prolungamento naturale del suo sguardo, delle parole.

    Cosa si può sapere di un altro essere umano, anche se è tua madre? Dopotutto, il cordone ombelicale è stato reciso, o si è logorato. Un gelido senso di solitudine mi avvolge".

    Col corpo capisco - David Grossman

  2. #1187
    Postatore Epico L'avatar di Antinomica
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    22-03-2008
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    al mare
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    Riferimento: Dentro i libri

    Anche se avesse dovuto significare partenza, solitudine, tristezza,
    l'amore valeva comunque ogni centesimo del suo prezzo

    E' necessario ricercare l'amore là dove si trova,
    anche se ciò potrebbe significare ore, giorni,
    settimane di delusione e di tristezza.
    Perchè, nel momento in cui partiamo in cerca dell'amore,
    anche l'amore muove per venirci incontro, e ci salva...


    Sulle sponde del fiume piedra mi sono seduta e ho pianto - Coelho
    Ultima modifica di Antinomica : 08-10-2011 alle ore 23.40.13

  3. #1188
    LucyVanPelt
    Ospite non registrato

    Riferimento: Dentro i libri

    "La solitudine è il più straordinario mezzo per entrare in intimità con noi stessi.
    E, paradossalmente, la solitudine è anche il miglior mezzo per imparare a comunicare.
    Solo conoscendomi, cioè conoscendo la mia interiorità, posso parlare all'interiorità dell'altro."

    Susanna Tamaro - Cara Mathilda. Lettere a un'amica

  4. #1189
    Postatore Epico L'avatar di ZingarellaOps
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    09-09-2006
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    Riferimento: Dentro i libri

    “Non ti dimenticherò” disse Tunda.
    “Non promettere nulla” disse Baranowicz.
    Questo fu l’addio.

    Gli avessero chiesto se lo rendeva felice la speranza o la tristezza, non l’avrebbe saputo. Nell’animo di alcuni uomini il dolore provoca un’esaltazione più intensa della gioia. Di tutte le lacrime che s’ingoiano le più care sono quelle piante su se stessi.

    Il cortile era vuoto guardando giù dalla finestra, vuoto e silenzioso, tra le grosse pietre del lastricato si udiva crescere l’erba…

    Probabilmente, se Tunda fosse tornato, l’amore cresciuto su questo terreno non sarebbe sopravvissuto alla maggiore età legale, alla fine della guerra, alla rivoluzione. Ma i dispersi hanno un fascino irresistibile. Si può ingannare uno che è presente, uno sano, anche uno malato, e in certi casi persino morto. Ma uno che è scomparso misteriosamente lo si aspetta finché si può. Svariati sono i motivi per cui una donna ama. Anche l’attesa può esserne uno. Si ama la propria nostalgia e la considerevole quantità di tempo investito. Ogni donna disprezzerebbe se stessa se non amasse l’uomo che ha atteso.

    Natasa Aleksandrovna s’innamorò di Tunda, in piena regola, secondo tutte le leggi dell’amore, da lei combattute, del vecchio mondo da lei rinnegato. Per questo diceva: Ti pianterò – e non sapeva di mentire. Tunda giurò dapprima eterno amore con la sicurezza di tutti gli uomini superficiali cui sono toccate in sorte molte donne sagge. Poi la resistenza programmata e insincera, ma sconcertante, della donna e la sua rinuncia consapevole, brusca, per lui così insolita, a tutte le amenità della seduzione maschile lo fecero innamorare – per la prima volta nella sua vita. Solo allora la sua fidanzata svanì, e con lei l’intera sua vita precedente. Il suo passato somigliava a un paese abbandonato per sempre, dove aveva trascorso anni insignificanti.

    Quella donna pareva uscita dai libri, ed egli si consacrò alla sua esistenza, avallata dalla letteratura, con l’ammirazione e l’umile fedeltà di un uomo che per false tradizioni vede in una donna decisa l’eccezione e non la regola.

    Ma ci sono attimi nella vita dei popoli, delle classi, degli uomini, attimi in cui la banalità di un inno non ha importanza di fronte alla solennità con cui viene cantato. Alla vittoria della rivoluzione russa neppure gli scrittori di professione erano adeguati. Tutti ricorrevano a prestiti banali e scrivevano logore parole di circostanza. Tunda non sapeva nulla della banalità di quelle parole, gli apparivano sublimi come l’ora in cui viveva, come la vittoria che aveva conquistato combattendo.

    Tunda pensava alla guerra rossa, agli anni in cui si sapeva solo morire e in cui la vita, il sole, la luna, la terra, il cielo non erano che una cornice o uno sfondo alla morte. Quella morte, la morte rossa, marciava giorno e notte sopra la terra con passo trionfale, con grandi tamburi che rintronavano come zoccoli al galoppo sopra il ferro e il vetro infranto, buttava schegge dalle mani, e gli spari parevano grida lontane di masse in marcia. Ormai di quella grande morte rossa s’impadroniva l’ordine del giorno, diventava una morte normale, che strisciava di casa in casa come un mendicante e andava a cercarsi i morti come un’elemosina. Li seppellivano in rosse bare, società corali lanciavano strofe nelle fosse, i vivi tornavano indietro a risedersi negli uffici, compilavano registri e statistiche, moduli di ammissione per i nuovi aderenti e giudizi contro gli esclusi.

    “Una rivoluzione non si dissolve nel nulla” diceva Kudrinskij. “Anzi, non ha confini. Il Grande Oceano non ha confini e nemmeno il grande fuoco – ci deve pur essere da qualche parte un fuoco simile, grande, sconfinato come l’oceano, forse sotto terra – ma forse anche in cielo – un fuoco enorme, senza confini. Così è la rivoluzione. Non ha corpo, il suo corpo è la fiamma se è fuoco, o l’onda se è acqua. Noi non siamo che gocce nell’acqua o scintille nel fuoco, non possiamo uscirne”.

    “… eri sempre più grande e più forte di me, adesso sei all’improvviso più piccola e più debole. Come sei povera, Natasa! Non puoi vivere senza la guerra. Tu sei bella nelle notti in cui tutto brucia”.
    “Non perderai mai quelle tue idee borghesi” disse Natasa. “Che immagine ti fai di una donna! Le notti in cui tutto brucia! Quanto sei romantico! Sono una persona come te, solo per caso di sesso diverso. E’ molto più importante dirigere un ospedale che non fare l’amore nelle notti in cui tutto brucia. Noi non ci siamo mai compresi, compagno Tunda. Che poi, come tu dici, ci siamo amati, non ti dà oggi alcun diritto di versare lacrime vili sul mio cambiamento”.

    Lei viveva in mezzo alla rivoluzione, tra i disordini storici e privati, come l’inviata di un altro mondo, come rappresentante di una potenza ignorata, indifferente e curiosa, incapace forse di amore, non meno che di intelligenza, stupidità, bontà, cattiveria, insomma di tutte quelle qualità terrene di cui di solito è costituito un carattere. Era un caso se aveva un volto e un corpo umani! Non tradiva alcuna sorta di emozione, di gioia, d’irritazione, di dolore. Invece di ridere mostrava i denti, due bianche file che si chiudevano saldamente, una prigione splendida per ogni suono della gola. Invece di piangere – lo faceva di rado – faceva scorrere dagli occhi spalancati, su un volto di una serena, quasi sorridente imperturbabilità, qualche grossa lacrima trasparente, che nessuno avrebbe mai creduto sapesse di sale come tutte le comuni lacrime del mondo. Invece di esprimere un desiderio, indicava con gli occhi l’oggetto desiderato, sembrava non potesse bramare nulla che non fosse entro i limiti del suo campo visivo. Invece di rifiutare qualcosa o di difendersene, scuoteva il capo.

    Egli non apparteneva, ahimè, alle cosiddette “nature attive”. (Sarebbe comunque altrettanto improprio parlare della sua “passività”). Aja lo accolse come una stanza silenziosa. Privo di ogni voglia di sforzarsi, di lottare, di infervorarsi o anche soltanto di arrabbiarsi, viveva per conto suo. Non aveva nemmeno bisogno di essere innamorato.

    Le navi sono i soli mezzi di trasporto a cui si attribuiscono tutti i viaggi avventurosi. Non occorre nemmeno che siano piroscafi. Ogni comune imbarcazione, ogni comoda zattera, ogni misera barca da pesca potrebbe avere assaggiato l’acqua di tutti i mari. Per un uomo che sta su una sponda tutte le acque sono uguali. Ogni piccola onda è sorella di altre più grandi e pericolose. Ormai si era deciso a non aspettare più alcuna sorpresa. La natura taciturna di sua moglie smorzava il fragore del mondo e moderava il corso delle ore. Eppure fuggiva di casa, andava al porto e l’odore di quel piccolo mare lo turbava intensamente.

    “Mi è venuto un gran caldo, per quanto bevesi acqua di continuo. Non avevo nulla da dire, il silenzio era anche più opprimente del caldo. Ma lei sedeva, impassibile al caldo, alla polvere, alla sporcizia che ci circondava e solo ogni tanto scacciava una mosca”.

    “Scrivo queste cose due ore dopo aver fatto l’amore con lei. Credo di doverle scrivere perché domani io sappia ancora che è stato vero. Aja è appena andata a letto. Non l’amo più. La silenziosa curiosità con cui mi accoglie da mesi mi sembra insidiosa. Come un taciturno che sta a spiare chi è un po’ brillo e chi parla troppo, così lei accetta il mio amore…”.

    Da quel giorno Tunda seppe che non aveva più nulla da fare a Baku. Le donne che incontriamo stimolano più la nostra fantasia che non il nostro cuore. Amiamo il mondo che rappresentano e il destino che ci additano.

    La carta gialla, ormai porosa nelle piegature, aveva acquistato come una consacrazione, era liscia, dava al tatto la sensazione del sego e faceva pensare alla levigatezza delle candele.

    Poi si trovò una sera seduto in un treno che andava verso l’Occidente e gli pareva di non viaggiare di sua spontanea volontà. Era andata come tutto andava nella sua vita, come va il più delle volte, e, per le cose più importanti, anche nella vita degli altri, i quali sono indotti da un’attività rumorosa e più consapevole a credere nella spontaneità delle proprie decisioni e azioni. Dimenticano soltanto i passi del destino al di sopra del loro intenso agitarsi.

    So soltanto che non è stata, come si dice, la “inquietudine” a spingermi, ma al contrario – una assoluta quiete. Non ho nulla da perdere. Non sono né coraggioso né curioso di avventure. Un vento mi spinge, e non temo di andare a fondo.

    “Vuoi sapere se mi trovavo bene in Russia?”
    “Vivevo negli ultimi mesi in uno stato per il quale non c’è un nome, né in russo né in tedesco, probabilmente in nessuna lingua del mondo, in uno stato tra la rassegnazione e l’attesa. Immagino che i morti si trovino per un istante in questa situazione, quando hanno abbandonato la vita terrena e non hanno ancora iniziato quell’altra. Mi sembrava di avere assolto un compito, di averlo assolto così totalmente e nettamente da non avere più il diritto di indugiare alla vista della sua inesorabile conclusione. Era come se Baranowicz fosse morto e Tunda non fosse ancora nato”.

    Non sai se rimarrai tranquillo nella posizione che occupi. E’ possibile che presto, da un momento all’altro, tu sia spostato – e non dall’alto, ma per così dire dalla base sulla quale tu stai. Immagina una scacchiera dove i pezzi non sono posati sopra, ma conficcati, e la mano del giocatore, che sta sotto il tavolo, li muove dal basso.

    Ti dicono tutti regolarmente: compagno. Chiami tutti regolarmente: compagno. Ma vedi in ognuno un sorvegliante e sai nello stesso tempo che ognuno ti crede un sorvegliante. Non hai la coscienza sporca, sei un rivoluzionario, non devi temere di essere sorvegliato. Allora temi per lo meno di essere preso per una spia. Sei innocente. Ma dovendoti sforzare di apparire innocente, gli altri notano i tuoi sforzi. Allora hai paura che non possano più ritenerti tale.

    Immaginati dunque: sei steso per anni su un altare e non sei sgozzato.

    Tutto ciò, incidentalmente. – L’importante è che l’arrivo di quegli stranieri mi fece improvvisamente capire che la mia vita doveva ancora incominciare, per quanto avessi già vissuto un bel po’.

    Credo che l’arrivo della signora straniera a Baku significhi più di un semplice caso. Fu come se qualcuno avesse aperto una porta che per tutto il tempo avevo pensato non fosse una porta ma una parte del muro che mi circondava. Vidi un’uscita e la usai. Adesso mi trovo fuori e sono veramente perplesso.

    Ammetto che, dopo aver letto la lettera di Tunda, per prima cosa riflettei su tutti questi interrogativi e non sul seguente: come aiutare Tunda? Sapevo che era una di quelle persone per cui la sicurezza materiale non significa nulla. Non aveva mai la paura di andare a fondo. Non aveva mai l’angoscia della fame, che oggi determina quasi tutte le azioni umane. E’ una speciale capacità di vita. Conosco un paio di persone del genere. Vivono come pesci nell’acqua: sono sempre a caccia di una preda, non temono mai di andare in rovina. Sono immunizzati contro la ricchezza e contro la povertà. Le privazioni non si leggono sulla loro faccia.

    “Già,” disse Tunda “si perde la distanza. Si sta tanto vicini alle cose, che non ce ne curiamo più. Così come lei non fa caso a quanti bottoni abbia il suo panciotto. Si vive nel tempo, come dentro una foresta. Uno incontra delle persone e poi le perde, come gli alberi perdono le foglie”.

    Ognuno vive qui secondo leggi eterne e contro la propria volontà. Ognuno certamente, una volta, all’inizio, oppure arrivando qui, ha avuto una propria volontà. Ha organizzato la sua vita con assoluta libertà, nessuno ha interferito. Tuttavia dopo un po’, senza rendersene conto, quello che lui aveva organizzato per libera decisione è diventato legge, non scritta, è vero, ma sacrosanta, e ha cessato così di essere il risultato del suo decidere. Tutto quello che in seguito gli è venuto in mente e che più tardi ha voluto realizzare, ha dovuto ottenerlo contro la legge, oppure eludendola. Ha dovuto attendere finché essa, per così dire, non chiudesse gli occhi un attimo per la stanchezza.

    Questa è una maschera, non la realtà. Voi proprio non riuscite a disfarvi dei costumi che indossate. Oggi ho visto un vigile del fuoco in uniforme smagliante spingere una carrozzina. Non c’erano incendi, tutto intorno era tranquillo. Era una bambinaia travestita da vigile del fuoco o un vigile del fuoco che voleva somigliare a una bambinaia? Sono passati degli studenti col berretto di stoffa e poi dei cittadini col berretto da studente, ma di carta. Erano travestiti gli studenti oppure i cittadini? Poi ho visto un paio di giovani col berretto di velluto e i calzoni alla marinara; ne ho chiesto a un cameriere il quale mi ha detto che era una vecchia tenuta da falegname. Ma è proprio così? Si fabbricano culle e bare col berretto di velluto in testa? Chi cammina ancora con il fagotto sulla strada maestra, quando ormai non esistono più, quasi, strade maestre, ma solo automobili e aeroplani?
    “Hai visto molto in un giorno solo,” disse il conciliante direttore d’orchestra “io non vado mai per la strada”.
    “Perché no? Non t’interessa? Non ti si addice, perché sei un sacerdote dell’arte, mescolarti tra il popolo? Sei contento tra le tue acquasantiere e i tuoi quadri e la tua antica cultura? Apprendi tutto soltanto dai giornali?”.

    Ci vuole molto tempo prima che le persone trovino la loro faccia. Non sembrano nate col loro viso, con la loro fronte, col loro naso, coi loro occhi. Acquistano tutto con l’andar del tempo, ed è una cosa lunga, si deve aver pazienza finché non hanno cercato e messo insieme quel che va bene.

    Ti dirò sinceramente che mi faccio dei rimproveri. Mi rimprovero di essermi affidato senza difendermi ai capricci del caso. Adesso mi sembra di dover cercare Irene per riabilitarmi. In realtà non so cosa devo fare. Ma è proprio necessario avere uno scopo?

    A Tunda sembrò di aver visto sorgere il sole per la prima volta. Era sempre spuntato dalle nebbie che velano il trapasso dalla notte al giorno e fanno del mattino un mistero. Ma questa volta la notte e il giorno gli apparvero nettamente separati da alcune nitide strisce di nubi su cui il mattino saliva come su una scala.

    Aveva comperato della carta nuova, morbida, liscia, in quarto, gli pareva che con quella carta cominciasse un nuovo capitolo della sua vita. Molto dipende da queste cose, le lettere capitali, le lettere che decidono un destino debbono essere scritte su una carta gradevole, invitante, incoraggiante, allegra, festosa. Scrisse quella lettera con l’inchiostro violetto, per distinguerla in certo qual modo da tutte le altre comuni lettere. Doveva fare alla signora G. innanzitutto una confessione, tale forse da deluderla. Ma quando cominciò a scrivere, pensò che la lingua francese fosse creata apposta per le confessioni. Nulla di più facile che essere sinceri in francese. La verità nuda, che ha sempre un suono brutale, è morbidamente adagiata nelle frasi, eppure è delineata chiaramente, più che sentirla, si vede, come si addice a una verità. Era senza dubbio una lettera con degli errori, ma in nessun’altra lingua si possono fare errori così nobili, così spontaneamente disposti a chiedere scusa, come in quella francese.

    Ma c’è una povertà a cui si è debitori di mille esperienze oltre che della vita, e c’è una ricchezza che fa essere morti, morti e belli, morti e incantevoli, morti, felici e perfetti.

    La lasciò con quella falsa, disperata allegria che somiglia al sorriso degli artisti stanchi al varietà, con quella allegria che indossiamo cento volte al giorno come se ci dovessimo inchinare davanti a un pubblico. Prese commiato da lei in silenzio, come un convinto suicida da una vita amata e disprezzata.

    Credo che fra la pena di sopportare questa realtà, queste categorie false, questi concetti senz’anima, questi schemi svuotati, e la gioia di vivere in un mondo irreale che come tale si riconosce, non può esserci più scelta. Dovendo scegliere fra una Irene che giocava a golf e ballava il charleston, e un’altra che non figurava nemmeno all’anagrafe, Tunda preferì la seconda. Ma che cosa gli dava il diritto di attendere una donna che fosse diversa da tutte quelle che vedeva? Diversa, per esempio, dalla signora G. , con cui pure aveva fatto l’amore per tutta una sera, immagine lontana della lontana Irene? … Solo il fatto di averla perduta; di essere stato afferrato, sulla via del ritorno a lei, da un destino estraneo che come un turbine l’aveva trascinato in altri luoghi, in altri tempi, in un’altra esistenza.

    C’era una parete in fondo ai suoi occhi, una parete fra la retina e l’anima, una parete nei suoi grigi, freddi occhi risentiti.

    Ma non sentiva nostalgia della taiga. Qui, gli pareva, era il suo posto e la sua fine. Viveva dell’odore di marcio e si nutriva di muffa, respirava la polvere delle case cadenti e ascoltava rapito il canto dei tarli. Egli conservava la fotografia di Irene, come l’ha portata per anni. La tiene sul petto. Cammina con lei per le strade.

    Era il 27 agosto 1926, alle quattro del pomeriggio, i negozi erano affollati, nei magazzini le donne facevano ressa, nelle case di moda le mannequins giravano su se stesse, nelle pasticcerie chiacchieravano gli sfaccendati,
    nelle fabbriche sibilavano gli ingranaggi, lungo le rive della Senna si spidocchiavano i mendicanti, nel Bois de Boulogne le coppie d'innamorati si baciavano, nei giardini i bambini andavano in giostra. A quell'ora il mio amico Franz Tunda, trentadue anni, sano e vivace, un uomo giovane, forte, dai molti talenti, era nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c'era nessuno al mondo.

    Fuga senza fine - Joseph Roth

  5. #1190
    LucyVanPelt
    Ospite non registrato

    Riferimento: Dentro i libri

    "La perdita della capacità di ascoltare è figlia della perdita della dimensione del silenzio. L'uomo moderno ha orrore del silenzio. Il silenzio della mente è ormai un espressione priva di significato.
    Abbiamo dimenticato l'arte di quietare quell'alveare dalle mille api ronzanti che si annida nella nostra mente. Sottoposta a un incessante bombardamento di messaggi, la nostra mente è una fucina di pensieri che lavora senza turni di riposo.
    Abbiamo perso la capacità di rallentare. Un'attività mentale frenetica e dispersiva che invece di arricchire lo spirito, ci affatica, ci confonde, seppellisce il nostro vero io sotto una cortina impermeabile di pensieri, immagini, fantasie e timori.
    Questo lavorio mentale ha luogo senza sosta, sicchè i pensieri si sovrappongono l'uno all'altro spesso in modo conflittuale. Ci fanno agitare per un non nulla, costruiscono pregiudizi e preconcetti. Corrono affanosamente ad anticipare il futuro e restano amaramente attaccati al passato.
    L'esperienze passate sono sempre presenti per condizionarci, anche non ce ne rendiamo conto. Al nostro fianco cammina il nostro passato che c'imprigiona dietro a celle prive di sbarre, ma da cui è difficile evadere. Queste incrostazioni avvolgono l'io profondo e gli impediscono di emergere, lo soffocano, stordito dal rumore del chiacchiericcio mentale."

    Plutarco - L'arte di ascoltare

  6. #1191
    LucyVanPelt
    Ospite non registrato

    Riferimento: Dentro i libri

    "Si tratta di una verità spaventosa: il dolore può renderci più profondi, può conferire un maggiore splendore ai nostri colori e una risonanza più ricca alle nostre parole. Questo avviene se non ci distrugge, se non annienta l'ottimismo e lo spirito, la capacità di avere visioni e il rispetto per le cose semplici e indispensabili."

    Anne Rice - La regina dei dannati

  7. #1192
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di __BoBò__
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    Riferimento: Dentro i libri

    La funzione alfa esegue le sue operazioni su tutte le impressioni sensoriali, quali che siano, e su tutte le emozioni, di qualsiasi genere, che vengono alla coscienza del paziente. Se l'attività della funzione alfa è stata espletata, si producono elementi alfa: essi vengono immagazzinati e rispondono ai requisiti richiesti dai pensieri del sogno. Se invece la funzione alfa è alterata, e quindi inefficiente, le impressioni sensoriali coscienti e le emozioni provate dal paziente restano immodificate: chiamerò queste elementi beta. Mentre gli elementi alfa sono sentiti come fenomeni, gli elementi beta sono avvertiti come cose in sé, con la conseguenza che anche le emozioni assumono i caratteri di oggetti sensibili.

    Bion, Apprendere dall'Esperienza
    http://www.youtube.com/watch?v=Rz01V21uRLA

    Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro (Nietzsche)

  8. #1193
    LucyVanPelt
    Ospite non registrato

    Riferimento: Dentro i libri

    "Riparare l'istinto ferito, bandire l'ingenuità, apprendere gli aspetti più profondi della psiche e dell'anima, trattenere quel che abbiamo appreso, non volgerci altrove, proclamare a gran voce che cosa vogliamo… tutto ciò richiede una resistenza sconfinata e mistica."

    "Ho avuto la fortuna di crescere nella Natura. Dai fulmini seppi della subitaneità della morte e dell’evanescenza della vita. Le figliate dei topolini mostravano che la morte era raddolcita da una nuova vita. Una lupa uccise un suo cucciolo ferito a morte; insegnò la compassione dura, e la necessità di permettere alla morte di andare al morente. I bruchi pelosi che cadevano da gl’alberi e faticosamente risalivano m’insegnarono la determinazione. Dal loro solletico, quando mi passeggiavano sul braccio, imparai come la pelle può risvegliarsi e sentirsi viva."

    Clarissa Pinkola Estes - Donne che corrono coi lupi

  9. #1194
    Riccioli di Cioccolato L'avatar di nadirinha
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    Riferimento: Dentro i libri

    Contro i sentimenti siamo disarmati, poiché esistono e basta – e sfuggono a qualunque censura. Possiamo rimproverarci un gesto, una frase, ma non un sentimento: su di esso non abbiamo alcun potere.

    L'identità - Milan Kundera

  10. #1195
    LucyVanPelt
    Ospite non registrato

    Riferimento: Dentro i libri

    "Per essere se stessi occorre accogliere a braccia aperte la propria ombra. Ciò che rifiutiamo di noi. Quella parte oscura che, quando qualcuno la sfiora, ci fa sentire punti nel vivo. Perchè l’ombra è viva e vuole essere accolta. Anche un quadro senza ombre non ci concede le sue figure. Accolta, l’ombra, cede la sua forza. Cessa la guerra tra noi e noi stessi [...] Ed è la pace così raggiunta a darci la forza d’animo e la capacità di guardare in faccia il dolore senza illusorie vie di fuga."

    Umberto Galimberti - L’ospite inquietante

  11. #1196
    Postatore Epico L'avatar di Antinomica
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    al mare
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    Riferimento: Dentro i libri

    La vita aggiunta dopo,lontano da quel porto, è stata una divagazione.
    " I pesci non chiudono gli occhi" Erri De Luca

  12. #1197
    LucyVanPelt
    Ospite non registrato

    Riferimento: Dentro i libri

    "Spirava, in quelle stanze, da tutti i mobili d'antica foggia, dalle tende scolorite, quel tanfo speciale delle cose antiche, quasi il respiro d'un altro tempo; e ricodo che più d'una volta io mi guardai attorno con una strana costernazione che mi veniva dalla immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti da tanti anni lì senz'uso, senza vita."

    L. Pirandello - Il fu Mattia Pascal

  13. #1198
    Postatore Compulsivo L'avatar di joker.the.mad
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    Riferimento: Dentro i libri

    L'amore è paziente, è benevolo; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia,non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.

    Paolo di Tarso - Prima Lettera ai Corinzi [13:4]

  14. #1199

    Riferimento: Dentro i libri

    "E' la prima luce, che non è altro che tenebra visibile. E' l'inizio, perché vedere le tenebra è possedere la sua luce. E' la fine, perché significa sapere, attraverso la vista, che si è nati ciechi."

    L'ora del diavolo. (F. Pessoa (che adoro))

  15. #1200
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di __BoBò__
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    Riferimento: Dentro i libri

    Le formulazioni della psicoanalisi si fondano su un'immensa ricchezza di osservazioni ed esperienze e solo chi ripete su di sé e su altri tali osservazioni ha intrapreso la strada per formarsi un proprio giudizio.
    Di ciò che chiamiamo la nostra psiche conosciamo due cose: da un lato, l'organo corporeo e il suo scenario, il cervello e, dall'altro, inostri atti di coscienza che sono dati immediatamente e che non possono esserci resi più chiari da nessuna descrizione. Tutto ciò che si trova in mezzo ci è sconociuto.


    S. Freud, Compendio di Psicoanalisi
    http://www.youtube.com/watch?v=Rz01V21uRLA

    Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro (Nietzsche)

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