
Originalmente inviato da
giulietta.o
Sì, per carità, messa così non fa’ un plissé.
Ma il dibattito aveva aperto alcuni interrogativi, tra i quali cose come: quando invece non funziona? Per quali ragioni ciò si può verificare? E posso dire che funzioni se mi sento peggio di quando ho iniziato? Se le cose che cerco la terapia non me le da’, allora cosa mi da’ al suo posto?
Credo che la questione del sintomo fosse stata superata dal dibatitto in corso, chi più chi meno. Ma lo scambio di esperienze faceva vedere anche come temi – sia dal punto di vista dei pazienti che da quello che dei terapeuti – venissero non solo affrontati con metodologie differenti, ma soprattutto l’effetto che avevano avuto nella vita di ciascuno rispetto alle aspettative iniziali.
E che è qualcosa che va ben al di là della scomparsa del sintomo con il quale ci si è presentati davanti al terapeuta.
E’ ovvio che chi è “malato di solitudine” non è perchè è materialmente solo, ma che ciò ha a che fare con il modo in cui vive la sua solitudine. Ma, a partire da questa consapevolezza, ci si scambiavano esperienze su cosa era stato messo poi in moto grazie alla terapia.
Tra gli stessi terapeuti esiste un dibattito, storico tra l’altro, molto vivo e pieno di interrogativi sul quando si può dire che una terapia sia riuscita, e la remissione del sintomo non è proprio l’unico parametro che viene preso in considerazione.
Giulietta.O