• Opsonline.it
  • Facebook
  • twitter
  • youtube
  • linkedin
Pagina 9 di 10 PrimoPrimo ... 78910 UltimoUltimo
Visualizzazione risultati 121 fino 135 di 142
  1. #121
    io mordo
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Accadueo

    L'esempio del parco era riferito al fatto che anche se tutti abbiamo una stessa struttura cerebrale e tutti siamo in una stessa struttura ambientale, dovremmo avere tutti gli stessi comportamenti e fare tipo tutti le stesse cose.




    No, perchè i vari cervelli non sono fatti con lo stampo, uno avrà la corteccia più sviluppata, l'altro sarà più portato a fruire del piacere istintivo per via della sua storia ecc...






    Originariamente postato da Accadueo
    Perfetto. Mattioli cerca la relazione che esiste tra i "movimenti" cerebrali e i "movimenti" psichici. Ok. Ma non ti accorgi che è molto relativo come campo di ricerca? E' tutto dentro la persona, completamente sconnessa dall' ambiente. L' unico apporto esterno sono le sue inferenze circa ciò che osserva, quindi il discorso è ancora più relativo.




    Veramente si tiene conto anche di alcuni stimoli incondizionati esterni... ma comunque una certa relatività c'è come in tutte le teorie... sicuramente ce n'è meno nel modello di Mattioli che in un modello psicoanalitico puro ad esempio... no?

  2. #122
    Ospite non registrato
    e come disse einstein :"tutto è relativo...."


  3. #123
    Io mordo, penso che la relatività dei punti di vista esista sempre e comunque, che sta appunto nel punto di vista adottato nel vivere. Se tu hai un carattere estroverso guarderai di più alla realtà esterna, se sei introverso sarà più importante una realtà interna e soggettiva. In realtà ogni divisione è sbagliata ma necessaria. Tuttavia l'uomo ha trovato metodi scientifici per quantificare, controllare e prevedere la realtà esterna. In psicologia, questo non è possibile senza una necessaria riduzione del fenomeno psicologico a fenomeno fisico,biologico,neuronale. Ogni riduzione, tuttavia, è uno sbaglio, e perdere un punto di vista più completo in questo campo significa anche portare gravi conseguenze. Ovviamente, più si va verso l'esterno e l'oggettività, più si hanno basi solide e più si perde la verità della psiche.
    Così, io direi che non è possibile dire che il modello di Mattioli è meno relativo di quello psicoanalitico freudiano, piuttosto e forse, è più oggettivo. E questo, secondo me, non è necessariamente un vantaggio!

    " CONOSCI TE STESSO - Γνωθι Σεαυτον " Oracolo di Delfi, Socrate.

  4. #124
    Partecipante Esperto L'avatar di TheGathering
    Data registrazione
    26-04-2005
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    487
    Cià, mi cimento anch'io in quest'arduo lavoro..
    (Prima di venire insultata, vi ricordo che non ho ancora seguito il corso di psicopatologia.. )

    SECONDO ME:
    1) Cos'è la malattia mentale? E' uno stato alterato della percezione della realtà da parte di un soggetto, che ne riduce l'adattamento all'ambiente, la qualità delle relazioni sociali (reali o percepite) e in sostanza, la qualità della vita.
    2) Dove è la malattia mentale? Nel rapporto con gli altri, a volte arriva a intaccare il cervello.
    3) Perchè è malattia mentale? Perchè per convenzione si è deciso che, chi presenta quei segni e quei sintomi, è affetto da una determinata sindrome (DSM-IV)
    4) Quando è malattia mentale? Quando le normali capacità di adattamento dell'individuo non bastano a superare lo stato conflittuale o di sofferenza in cui ci si ritrova, o in cui si inducono le altre persone.
    5) Chi è malato mentale? Colui che accetta tale definizione su di sè (concordo)
    6) Quanto è malato mentale? Quanto più il clinico percepisce un livello di gravità dei sintomi e dei segni, inoltre, quanto più il disturbo ha intaccato il cervello, il modo di pensare e le relazioni sociali dell'individuo.
    7) Cosa fa il malato mentale? Dipende

    8) Chi cura il malato mentale? Chiunque si possa occupare di lui e aiutarlo nei diversi aspetti della sua riabilitazione (psicoterapeuta, psichiatra, educatore, assistente sociale, ma anche amici e famigliari ecc.)
    9) Come si cura il malato mentale? Dipende...psicoterapia, farmaci, sedute di gruppo, vita comunitaria, relazioni significative positive..
    10) Quando si cura il malato mentale? In due casi: 1) quando la sofferenza del 'malato' è esplicitata da lui stesso; 2) quando la sofferenza del 'malato' è esplicitata attraverso comportamenti pericolosi per sè e per gli altri (concordo)
    11) Quando è guarito il malato mentale? Quando riesce a provvedere a sè stesso e a non essere un pericolo x la comunità
    12) Dove si cura il malato mentale? Dipende: a casa sua, in ospedale, nei centri, nelle comunità, negli studi, ecc..
    13) Perchè è guarito il malato mentale? Per un insieme di concause che ora sfuggono alla mia conoscenza
    14) Perchè non è guarito il malato mentale? Perchè qualcosa è andato storto...
    Controlling my feelings for too long..
    They make me....
    make me scream your screams...
    (MUSE- "Showbiz")
    Just so you'll be scared of me
    behind my power
    I will hide all my fears..
    ("Locked away"- The gathering)

  5. #125
    letyzzetta
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da io mordo
    ... secondo Freud il sogno è l'espressione di un desiderio rimosso, per Mattioli è un segnale di pericolo nei confronti di un desiderio rimosso...
    ...purtroppo io non so spiegare molto bene il suo lavoro, sto cercando di capirlo meglio...
    ti faccio un esempio che ho scritto nella stanza dei sogmi: tengo il portafogli nella tasca dello zaino, dietro... ho un po paura che qualcuno me lo possa rubare (situazione leggermente precaria), anzi, comincia ad essere una paranoia che mi consente di provare piacere pensando e immaginando che se qualcuno me lo ruba io lo riempio di botte (piacere paradossale)...

    Il desiderio rimosso in questo sogno sai qual'è?
    Magari prenderlo "a tergo"....
    Potrai anche mordere ma il tuo desiderio vien fuori mentre dormi... e chissà che non sia soddisfacibile nella tua fantasia sadomasochistica dall'(ignaro) Mattioli.
    L

  6. #126
    io mordo
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da letyzzetta
    Il desiderio rimosso in questo sogno sai qual'è?
    Magari prenderlo "a tergo"....
    Potrai anche mordere ma il tuo desiderio vien fuori mentre dormi... e chissà che non sia soddisfacibile nella tua fantasia sadomasochistica dall'(ignaro) Mattioli.
    L
    Ma basta con questo mordere!!! è un nick che mi sono dato parecchio tempo fa pensando al fatto che ho ancora le cicatrici sui pollici che mordevo mentre me li succhiavo, ho sbranato il mio seggiolone (lo schienale l'ho disintegrato) e pensando alla Klein...

    In quel posto l'ho preso parecchie volte e, successivamente, altrettante ce l'ho infilato... metaforicamente parlando
    Vado da uno psicologo e conosco la mia paura del cetriolo, paranoia che uso per continuare a fruire del piacere istintivo (lo gonfio di botte)... un circolo vizioso... di cui per altro il Mattioli sarà sicuramente più consapevole di me... ma cerchiamo di andare oltre le mie dinamiche personali?
    Visto? anche tu hai capito il senso di quel che dice Mattioli...
    ciao

  7. #127
    io mordo
    Ospite non registrato
    In particolare poi, se proprio devo dirla tutta, questo sogno (che non finisce qua) era in relazione al battibecco che ho avuto con te in questa discussione... il mio psicologo ha pure avanzato l'ipotesi che io desideri essere tuo marito o qualcosa del genere ...in relazione al desiderio di bruciare qualche tappa, sempre di piacere istintivo si tratta...
    ...però... anche tu mordi... niente niente ci soddisfiamo a vicenda?

  8. #128
    louis
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Mia_Wallace
    un paio di riflessioni.
    primo: a me la definizione dell'oms non dispiace. non si riferisce direttamente alla malattia mentale, e non capisco perché disumanizzi la malattia, visto che lo "stato di completo benessere fisico, psichico e sociale" viene considerato come un diritto (infatti non capisco neanche la tua metafora dell'operaio). l'unica obiezione, al massimo, può essere rivolta al fatto che è utopistico pensarla così.
    secondo: dici che "i pazzi sono scomodi e noi li mandiamo dallo psichiatra". a dire il vero non siamo noi a mandarli dallo psichiatra, ma salvo il caso di un tso è la persona a rivolgersi allo psichiatra/psicologo, eccetera. quello che voglio dire è che la tua affermazione, secondo me, non tiene conto di tutti quei casi in cui il tratto patologico è egodistonico. io non nego il ruolo della società nell'eziopatogenesi della malattia, ma queste posizioni da antipsichiatria mi paiono riduttive come l'appellarsi solo ai neurotrasmettitori o a chi per loro
    Non ho letto tutto il treadh per cui può darsi sarò ripetitivo ... comunque cerco di 'interpretare' il pensiero di Dark di cui apprezzo quest'esame critico di concetti che sembrano che esistano come gia 'dati'.
    Forse mi sbaglierè ma Dark in quel 'disumanizzare la malattia' forse cerca lo spartiacque che c'è tra problemi dell'esistenza ( tra cui la sofferenza come aspetto non necessariamente patologico) e problema psicopatologico ...
    La differenza è importante perchè quella definizione dell'oms potrebbe far pensare che una situazione di 'crisi' sia una malattia ,quando si sa che le crisi in realtà possono svolgere un ruolo essenziale nello sviluppo e potenziamento della personalità ... Ricoediamo Nietschte e la sua famosa frase : 'C'è un caos dentro di me , allora c'è una stella danzante'.

    Potrei fare un'altro esempio: ad una persona sana capita di avere l'influenza ... sono influenzato però sono sano ....posso dire di essee malato?
    Piu difficile in psicologia la diagnosi differenziale tra ansia e ad esempio l'angoscia come quella costituente dell'esistenza ci cui ad esempio parla Heidegger nel suo 'Essere e tempo'.
    Però che ci sia una tendenza iatrogena da parte della cultura nostra , per cui la tendenza è pensare la possibilitò di andare dallo psicologo alla stregua di chi andrebbe dal medico per un taglietto quasi come se la sofferenza sia diventata di per se malattia ..forse è queto il senso di quel disumanizzare la malattia di cui parla Dark ...
    Poi ci si mettono anche gli psichiatri che ormai ti medicalizzano anche per un sintomo poco grave ... e forse chissà se è davvero un problema psichiatrico.
    Parlo a ragion veduta ... di gente che mi racconta la loro esperienza.
    Ultima modifica di louis : 14-12-2005 alle ore 16.11.12

  9. #129
    Daidaidaidai
    Ospite non registrato
    Non lo so darkgianlu,
    la mia impressione è che tu abbia sinceramente troppa poca esperienza della malattia mentale (hai mai fatto tirocinio? Se si per quanto e dove?) per riuscire a comprendere la vastità e le sfaccettature del problema. E' anche una pessima abitudine obiettare alle definizioni di un manuale (il SIMS) prima ancora di averlo letto e compreso (il che implica una buona dose di ragionamento individuale). Così posta la domanda è praticamente più vicina alla filosofia che ad un problema scientifico, mascherato da nozionismi da studente di psicologia: ci vuole un po' di tempo perchè le cose assumano un ordine e imbastirci un 3d nn è esattamente il modo migliore per accelerare le cose, anzi.
    Oltre a ciò credo ti manchi l'idea del continuum sano-psicopatologico: la parola disagio è un qualunquismo che più avanti ti accorgerai non voler dire assolutamente nulla. Avere il seno piccolo o essere basso di statura sono modi di esperire un disagio psicologico che non sono in alcun modo paragonabili a quelli che può esperire uno psicotico o un paziente oligofrenico grave con stati dissociativi della durata di mesi interi. Per inciso il modello biopsicosociale di Engel e Fink è un modello che spiega i disturbi psichiatrici e sarebbe bene avere presente i pazienti che ne soffrono per capire come le tre dimensioni sono compresenti e contribuiscono sia sul piano eziologico che su quello del mantenimento del disturbo. Ne riparleremo semmai quando sarai più preparato.
    Non ascoltare tutti questi postatori incalliti: non hanno chiare le idee nemmeno loro.

    Fabrizio

  10. #130
    io mordo
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Daidaidaidai
    Ne riparleremo semmai quando sarai più preparato.
    Non ascoltare tutti questi postatori incalliti: non hanno chiare le idee nemmeno loro.

    Fabrizio
    ...è arrivato il professorone ...calma ciccio!
    ...sai che sono di Pesaro pure io?
    ciao
    Marco

  11. #131
    Kanadams
    Ospite non registrato

    Và via psico-logia

    Va' via, psicologia - di U.Galimberti
    Un interessante articolo di Umberto Galimberti pubblicato su D di Repubblica del 2 luglio 2005

    Dopo aver allentato i legami sociali e i vincoli affettivi, per l'esasperato individualismo ed egoismo che si va diffondendo nella nostra cultura, oggi incominciamo a pagarne i costi in termini di tragedie umane e di inutile dispendio economico. Se un bambino è un po' vivace e turbolento, magari perché è chiuso in casa e non ha spazi di gioco dove sfogarsi, o perché è bloccato in un'aula di scuola cinque ore al giorno con spazi ricreativi che si riducono a dieci minuti di pausa, invece di creare strutture dove possa esprimere il suo bisogno di muoversi, gareggiare, primeggiare, viene etichettato come affetto da un "disturbo da deficit di attenzione con iperattività" e, con questa diagnosi, inviato da uno psicologo o curato con farmaci.
    Se una mamma non ce la fa più a seguire i suoi bambini nel chiuso di un appartamento, dove il vicino è uno sconosciuto, in quella solitudine che le sequestra e le aliena il suo corpo, il suo tempo, il suo spazio, il suo sonno, la sua vita sociale, e a un certo punto arriva, se non ad ammazzare il figlio, a crescerlo con aggressività o profonda stanchezza e demotivazione, invece di creare strutture educative, nidi, asili, scuole a tempo pieno, le si appioppa una diagnosi di "depressione" e la si manda da uno psicoterapeuta cui versa l'equivalente in denaro della retta di una struttura educativa, che consentirebbe al figlio di crescere bene socializzando, e alla madre di non perdere la stima di sé.
    Ho letto recentemente sul Daily Telegraph che in America l'80 per cento della popolazione usufruisce di cure psicoterapeutiche (contro il 14 per cento negli anni '60) mentre il sociologo John Nolan, nel suo recente libro The Therapeutic State, ci informa che: "Negli Stati Uniti ci sono più psicoterapeuti che librai, pompieri, postini, e addirittura due volte più che dentisti e farmacisti.
    Gli psicologi sono battuti numericamente solo dai poliziotti e dagli avvocati". Società d'avanguardia come Whitbread Cable and Wireless hanno inserito l'offerta terapeutica nel contratto dei dipendenti, mentre altre forniscono ai propri licenziati assistenza psicologica, quando invece costoro avrebbero bisogno semplicemente di un nuovo posto di lavoro.
    Che significa tutto questo? Che le carenze oggettive (come quelle di spazi ricreativi per i bambini, di possibilità occupazionali per i carcerati, di un po' di tempo libero per le madri relegate in casa, di nuovi lavori per i cassintegrati e i licenziati) non sono più percepite come problemi cui dare risposta sul piano di realtà, ma, per le conseguenze dolorose che determinano, sono lette come disagi psichici da affidare alle cure degli psicoterapeuti o degli psichiatri.
    In questo modo si diffonde un'"etica terapeutica" che promuove non tanto l'autorealizzazione degli individui, quanto la loro autolimitazione, perché, postulando un sé fragile, debole e in ogni suo aspetto vulnerabile, favorisce la gestione delle esistenze e delle singole soggettività. Queste, a poco a poco, si persuadono che i loro problemi non sono reali, e tali da poter trovare una soluzione in una diversa organizzazione della società, ma sono psicologici, e quindi da risolvere nel chiuso della loro soggettività. Il risultato è che i legami sociali, dove queste difficoltà potrebbero trovare soluzione, non vengono neppure presi in considerazione e, con una lettura perversa che induce a considerare le conseguenze dolorose di un disagio reale come problemi psichici dell'individuo, si favorisce la frammentazione sociale dei singoli, sempre più isolati e chiusi nelle loro problematiche, da oggettive a soggettive, attraverso un tortuoso percorso che non porta alla guarigione ma all'alienazione.
    Infatti, una volta persuaso di avere un sé fragile e vulnerabile, quindi bisognoso di un supporto, l'individuo finisce con il desiderare l'autorità terapeutica, che agisce in base alla premessa di essere la sola a sapere quali sono i suoi problemi e come si possono risolvere.
    Il vissuto di dipendenza che così si diffonde crea una società acquiescente e conformista: quanto di più desiderabile possa attendersi chi esercita il potere. Che sia questo lo scopo finale cui tende questa impropria diffusione dell'etica terapeutica? Io penso di sì. Non basta infatti il "pensiero unico" a creare omologazione e conformismo, occorre anche un "sentire unico". E cosa, meglio dell'intervento psicoterapeutico, è capace di persuadere che, siccome la società non si può cambiare, come recita quel pessimo vangelo che porta il nome di "sano realismo", a cambiare devi essere tu, con il sacrificio delle tue aspirazioni e dei tuoi desideri di autorealizzazione, perché più sei conforme e meno sei individuato, tutto funziona meglio, e non occorre investire per promuovere quelle strutture che favorirebbero la tua autorealizzazione, di cui nessuno ne sente la necessità?
    Ma c'è davvero un futuro per società conformi e omologate che si dicono "libere", mentre all'autorealizzazione degli individui preferiscono la loro autolimitazione? Io penso di no!

  12. #132
    Kanadams
    Ospite non registrato

    Cosa accade in città?

    Il giorno 27 aprile 1989 nella città di Grosseto è accaduto un fatto apparentemente strano che, dal mio punto di vista, introduce perfettamente il tema di questa mia esposizione

    Una donna in preda ad una crisi «maniaco-depressiva» venne condotta al Pronto Soccorso del locale ospedale. In tal luogo i medici, dopo una visita sommaria, somministrarono alla persona una forte dose di sedativi e la ricoverarono. Ma, siccome l'ospedale non era fornito di un reparto psichiatrico e poiché la signora risiedeva in un'altra regione e le sue cure sanitarie erano quindi di competenza della USL di appartenenza, il ricovero venne programmato come un'urgenza in attesa del trasferimento presso una clinica del proprio territorio, dotata di un idoneo servizio psichiatrico.

    Il giorno dopo arrivò l'ambulanza e gli infermieri andarono a prelevare la signora per il trasferimento. Questi trovarono una signora seduta sul letto e la invitarono a seguirli fino all'ambulanza. La signora rispose con tono scocciato affermando di non essere lei la «malata» e che stavano sbagliando persona. Gli infermieri insistettero e lei cominciò ad irritarsi alzando la voce, ma questi cercarono di prenderla con la forza. La donna si dimenò violentemente urlando; venne pertanto chiamato il medico di guardia che le fece un'iniezione di forte sedativo, dopo di che ella venne finalmente caricata nell’ambulanza. Durante il viaggio furono necessarie altre dosi di sedativo per le reazioni «violente» che la persona manifestava ogni qual volta si riprendeva. Ma il fatto sorprendente per medici ed infermieri fu che l'ambulanza venne fermata da una pattuglia dei carabinieri alla stazione di Orte, poiché questi erano stati avvisati che la persona prelevata non era quella giusta, ma una parente della persona ricoverata per il «disturbo psichico».

  13. #133
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
    Data registrazione
    06-07-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    1,975

    Re: Và via psico-logia

    Originariamente postato da Kanadams
    Va' via, psicologia - di U.Galimberti
    Un interessante articolo di Umberto Galimberti pubblicato su D di Repubblica del 2 luglio 2005

    Dopo aver allentato i legami sociali e i vincoli affettivi, per l'esasperato individualismo ed egoismo che si va diffondendo nella nostra cultura, oggi incominciamo a pagarne i costi in termini di tragedie umane e di inutile dispendio economico. Se un bambino è un po' vivace e turbolento, magari perché è chiuso in casa e non ha spazi di gioco dove sfogarsi, o perché è bloccato in un'aula di scuola cinque ore al giorno con spazi ricreativi che si riducono a dieci minuti di pausa, invece di creare strutture dove possa esprimere il suo bisogno di muoversi, gareggiare, primeggiare, viene etichettato come affetto da un "disturbo da deficit di attenzione con iperattività" e, con questa diagnosi, inviato da uno psicologo o curato con farmaci.
    Se una mamma non ce la fa più a seguire i suoi bambini nel chiuso di un appartamento, dove il vicino è uno sconosciuto, in quella solitudine che le sequestra e le aliena il suo corpo, il suo tempo, il suo spazio, il suo sonno, la sua vita sociale, e a un certo punto arriva, se non ad ammazzare il figlio, a crescerlo con aggressività o profonda stanchezza e demotivazione, invece di creare strutture educative, nidi, asili, scuole a tempo pieno, le si appioppa una diagnosi di "depressione" e la si manda da uno psicoterapeuta cui versa l'equivalente in denaro della retta di una struttura educativa, che consentirebbe al figlio di crescere bene socializzando, e alla madre di non perdere la stima di sé.
    Ho letto recentemente sul Daily Telegraph che in America l'80 per cento della popolazione usufruisce di cure psicoterapeutiche (contro il 14 per cento negli anni '60) mentre il sociologo John Nolan, nel suo recente libro The Therapeutic State, ci informa che: "Negli Stati Uniti ci sono più psicoterapeuti che librai, pompieri, postini, e addirittura due volte più che dentisti e farmacisti.
    Gli psicologi sono battuti numericamente solo dai poliziotti e dagli avvocati". Società d'avanguardia come Whitbread Cable and Wireless hanno inserito l'offerta terapeutica nel contratto dei dipendenti, mentre altre forniscono ai propri licenziati assistenza psicologica, quando invece costoro avrebbero bisogno semplicemente di un nuovo posto di lavoro.
    Che significa tutto questo? Che le carenze oggettive (come quelle di spazi ricreativi per i bambini, di possibilità occupazionali per i carcerati, di un po' di tempo libero per le madri relegate in casa, di nuovi lavori per i cassintegrati e i licenziati) non sono più percepite come problemi cui dare risposta sul piano di realtà, ma, per le conseguenze dolorose che determinano, sono lette come disagi psichici da affidare alle cure degli psicoterapeuti o degli psichiatri.
    In questo modo si diffonde un'"etica terapeutica" che promuove non tanto l'autorealizzazione degli individui, quanto la loro autolimitazione, perché, postulando un sé fragile, debole e in ogni suo aspetto vulnerabile, favorisce la gestione delle esistenze e delle singole soggettività. Queste, a poco a poco, si persuadono che i loro problemi non sono reali, e tali da poter trovare una soluzione in una diversa organizzazione della società, ma sono psicologici, e quindi da risolvere nel chiuso della loro soggettività. Il risultato è che i legami sociali, dove queste difficoltà potrebbero trovare soluzione, non vengono neppure presi in considerazione e, con una lettura perversa che induce a considerare le conseguenze dolorose di un disagio reale come problemi psichici dell'individuo, si favorisce la frammentazione sociale dei singoli, sempre più isolati e chiusi nelle loro problematiche, da oggettive a soggettive, attraverso un tortuoso percorso che non porta alla guarigione ma all'alienazione.
    Infatti, una volta persuaso di avere un sé fragile e vulnerabile, quindi bisognoso di un supporto, l'individuo finisce con il desiderare l'autorità terapeutica, che agisce in base alla premessa di essere la sola a sapere quali sono i suoi problemi e come si possono risolvere.
    Il vissuto di dipendenza che così si diffonde crea una società acquiescente e conformista: quanto di più desiderabile possa attendersi chi esercita il potere. Che sia questo lo scopo finale cui tende questa impropria diffusione dell'etica terapeutica? Io penso di sì. Non basta infatti il "pensiero unico" a creare omologazione e conformismo, occorre anche un "sentire unico". E cosa, meglio dell'intervento psicoterapeutico, è capace di persuadere che, siccome la società non si può cambiare, come recita quel pessimo vangelo che porta il nome di "sano realismo", a cambiare devi essere tu, con il sacrificio delle tue aspirazioni e dei tuoi desideri di autorealizzazione, perché più sei conforme e meno sei individuato, tutto funziona meglio, e non occorre investire per promuovere quelle strutture che favorirebbero la tua autorealizzazione, di cui nessuno ne sente la necessità?
    Ma c'è davvero un futuro per società conformi e omologate che si dicono "libere", mentre all'autorealizzazione degli individui preferiscono la loro autolimitazione? Io penso di no!
    Sottoscrivo, parola dopo parola, il pensiero di Galimberti.
    Saluti,

    ikaro

  14. #134
    Kanadams
    Ospite non registrato
    E' disponibile in rete all'indirizzo http://www.foucault.de/ft_video_stream.htm il video del processo svoltosi davanti al Tribunale di Foucalt in cui la psichiatria è stata chiamata a rispondere dei crimini che ha perpretato contro l'umanità.

  15. #135
    Bellissimo, grazie del link!

    " CONOSCI TE STESSO - Γνωθι Σεαυτον " Oracolo di Delfi, Socrate.

Pagina 9 di 10 PrimoPrimo ... 78910 UltimoUltimo

Privacy Policy