Roma, 8 luglio, manifestazione in piazza Navona. Passaparola!
Care concittadine e cari concittadini,
il governo Berlusconi sta facendo approvare una raffica di leggi-canaglia con cui distruggere il giornalismo, il diritto di cronaca e l’architrave della convivenza civile, la legge uguale per tutti.
Questo attacco senza precedenti ai principi della Costituzione impone a ogni democratico il dovere di scendere in piazza subito, prima che il vulnus alle istituzioni repubblicane diventi irreversibile.
Poiché il maggior partito di opposizione ancora non ha ottemperato al mandato degli elettori, tocca a noi cittadini auto-organizzarci. Contro le leggi-canaglia, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti, ci diamo appuntamento a Roma l’8 luglio in piazza Navona alle 18, per testimoniare con la nostra opposizione – morale, prima ancora che politica – la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana nata dai valori della Resistenza antifascista.
Vi chiediamo l’impegno a “farvi leader”, a mobilitare fin da oggi, con mail, telefonate, blog, tutti i democratici. La televisione di regime, ormai unificata e asservita, opererà la censura del silenzio.
I mass-media di questa manifestazione siete solo voi.
On Furio Colombo
Sen. Francesco Pardi
Paolo Flores D’Arcais
ADERISCI ALLA MANIFESTAZIONE
scrivi una mail a
[email protected]
con il titolo
Aderisco alla manifestazione dell'8 luglio contro le leggi-canaglia
da qui La Repubblica.it » Homepage
(26 giugno 2008)
e in più
Furio Colombo: In piazza, subito, per la giustizia
di Furio Colombo
1) Stiamo chiamando a raccolta coloro che si ostinano a credere di essere responsabili della democrazia nel proprio Paese perché credono che la democrazia italiana sia di nuovo in pericolo. Berlusconi chiede, e pensa di ottenere, anche con qualche sostegno parziale della opposizione, leggi che sono contro tutti le leggi e fuori del dritto. Lo sottraggono ai suoi processi e bloccano un numero altissimo di altri procedimenti.
2) Ci ammoniscono: questa volta no. Questa volta Berlusconi è stato eletto con una maggioranza che impedisce qualunque de-legittimazione. Rispondiamo: Non siamo noi a delegittimare. E’ il premier che delegittima se stesso con le leggi “private” che intende imporre. In ogni caso la parola serve a introdurre un clima di zuffa e di golpe che oscura la questione. La questione è opposizione. L’opposizione a leggi che violano le leggi (prima di tutto la Costituzione) è un dovere.
3) La democrazia è una forma di governo basato sulle garanzie di chi governa ai cittadini, e sul consenso dei cittadini a chi governa. Richiede, come ogni meccanismo geniale e delicato, continua sorveglianza e continua manutenzione. E’ vero, Berlusconi ha avuto (non tanto lui, ma certo la sua coalizione-testugine) molti voti in più dei suoi avversari. Quei voti gli aprono legittimamente la porta. Ma non approvano, o autenticano o dichiarano giusto e vero tutto ciò che il beneficiario di tutti quei voti farà, una volta varcata la soglia delle elezioni. Ogni atto successivo, se nel frattempo permangono condizioni di libertà, è soggetto al giudizio di chi si oppone. Tutto ciò non è automatico e per “partito preso”. Neppure i più aspri detrattori di Berlusconi si aspettavano che, per prima cosa, l’uomo di Arcore celebrasse il suo ritorno con leggi ancora peggiori di quelle per cui era già diventato celebre non solo in Italia.
4) Se il diritto al giudizio sugli atti di chi governa finisse nel giorno e nell’ora in cui viene eletto (è ciò che ti dicono i berlusconiani: “ Con tutti quei voti come osate criticarlo?) allora finirebbe la democrazia. E invece della democrazia ci sarebbe un consenso controllato.
5) Berlusconi è un primo ministro legittimo esattamente nella misura in cui l’ormai celebre primario della clinica Santa Rita di Milano è un chirurgo legittimo. Berlusconi ha avuto i suoi “pieni voti”, e così il chirurgo che asportava pezzi di corpo umano a piacere. Anche lui era arrivato al tavolo operatorio a pieni voti. Il giudizio - sul primo ministro e sul chirurgo (che in entrambi i casi si chiama “giustizia” e “difesa dei cittadini”) non contesta i “pieni voti”. Riguarda ciò che il titolare di quei voti fa nell’esercizio di un potere di cui, ad ogni istante, è chiamato a rendere conto.
6) E’ antidemocratico sostenere che il voto sospende il giudizio. Anche la pena di morte (in alcuni paesi tra cui gli Stati Uniti) è davvero democratica nel senso che più del 50 percento dei cittadini è a favore. Chi è contrario alla pena di morte però continua a battersi e non smette di chiedersi se ce la farà. Il consenso cambia, se c’è lotta e opposizione decisa. Questo è il tratto distintivo della democrazia, e il dovere democratico dei cittadini che non vogliono arrendersi. Questi cittadini non hanno voglia o interesse di sostenere che sono più bravi - o coraggiosi o democratici - di altri o che fanno una opposizione che altrimenti non si fa. Questo giudizio, a tempo debito, lo daranno col voto. Ma la questione urgente e grave è qui, adesso. E noi non vogliamo chiamarci fuori. Intendiamo esserci.
7) Esserci non vuol dire fare teatro, vuol dire fare politica. Poiché la grande stampa e tutte (tutte) le televisioni sotto controllo dirottano il discorso altrove o raccontano di un consenso che non c’è o di un premier e di un governo che esistono in dibattiti finti, commenti di esaltazione e “retroscena” concordati, noi ci rendiamo conto che la presenza fisica è indispensabile.
E’ ciò che ci resta come spazio di contatto con i cittadini.
Noi abbiamo orrore del silenzio, quelli di noi che hanno vissuto altre epoche difficili, come il fascismo. Sappiamo quanto rapidamente si passa dal silenzio al silenzio-assenso. Vuol dire, nei fatti, fine della libertà anche quando la libertà resta teoricamente nelle leggi.
8) Ci dicono: sarete in pochi. E’ possibile. Nella storia succede. Si va facilmente da un milione a duemila partecipanti. E ritorno. Ecco, noi contiamo sul ritorno. Sappiamo che avviene solo se non ci si sottomette alla “loro” regole del gioco. Solo se non si tace. Solo se non si finge di vivere in tempi di legale normalità.
da Repubblica.it micromega on line
30 giugno 2008 - Pancho Pardi: Casson ha perso la bussola
La disponibilità mostrata da Felice Casson, senatore del PD, verso un'ipotetica legge costituzionale per proteggere dalla giustizia le alte cariche istituzionali spinge ad alcune considerazioni critiche.
La prima. E' l'accettazione volenterosa di una evidente ipocrisia: una sola è la carica che ne ha bisogno. Sarebbe troppo crudo ribattere: proteggiamo solo quella? Del resto i residenti della repubblica, del consiglio dei ministri e delle due camere sono troppo diversi per modalità di elezione e per funzioni per poter essere accomunati da un unico dispositivo.
La seconda. La modifica costituzionale non può avere un movente occasionale. Per essere seria deve nascere come principio non forzato dall'esistenza di un caso per di più ben poco pregevole.
La terza. Il centrodestra in ogni caso non vuole una legge costituzionale ma un disegno di legge, e considera ciò già un ripiego perché aveva prospettato addirittura un decreto legge, la cui ragione di necessità e urgenza è solo il bisogno del presidente del consiglio di non essere condannato nel processo Mills. Quindi la disponibilità di Casson è destinata a cadere nel vuoto perché la maggioranza si rifiuta di accedere allo strumento della legge costituzionale.
La quarta. Non si può dimenticare che il soggetto per salvare il quale si dovrebbe addirittura intervenire con una modifica costituzionale ha già imposto leggi, oltrettutto incostituzionali, per evitare alcuni suoi processi precedenti e per raggiungere prescrizioni o assoluzioni solo in virtù delle leggi imposte che intervenivano sulla natura dei reati di cui era imputato.
La quinta. Quale sarebbe il fine? Modificare la Costituzione per sistemare i problemi giudiziari di Berlusconi per avere poi la soddisfazione di discutere con lui nuove riforme costituzionali. Non è farsesco?
La sesta. Attenzione infine al fatto che il salvacondotto non costituisca poi il trucco per replicarlo al fine di permettergli di scalare il Quirinale. Non possiamo correre il rischio della protezione a vita. Già è pazzesco che abbia bisogno di essere protetto per fare il capo del governo, ma è ancora più inammissibile che debba essere protetto per fare il capo dello stato. Questa prospettiva deve essere apertamente e preventivamen te dichiarata impossibile. Se il PD dovesse cedere su questo punto sarà condannato a un'eterna subordinazione.
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