Agli esperti o comunque conoscitori della tecnica psicoanalitica, vorrei chiedere in che misura il terapeuta debba preservare la neutralità del setting e della propria persona, e se eventuali violazioni di questa neutralità possano compromettere il buon esito della terapia.

Sperando di non ammorbare nessuno (!) se porto il mio caso.

Da circa un anno sono in terapia analitica presso una dottoressa. La signora ha poco più di sessant'anni e quasi trent'anni di esperienza sulle spalle. Il lavoro terapeutico procede piuttosto faticosamente ma probabilmente procede, avendo già sortito qualche buona intuizione e qualche spiraglio di benessere.

Nell'ultima seduta sono arrivato con qualche minuto di anticipo in studio e, nell'attesa che uscisse la paziente precedente, mi sono messo a scorrere i dorsi di copertina dei libri che la dottoressa tiene nella vetrinetta in sala d'aspetto. Tra decine di tomi di psicologia, psichiatria ecc. trovo in bella vista, tra i pochissimi libri di argomento non psicologico, due copie de "La rabbia e l'orgoglio" di Oriana Fallaci, e una copia (in cofanetto) de "La forza della ragione", oltre ad altre tre opere della stessa autrice. Si tratta di due testi che ho letto e che, per le mie idee politiche e per l'attività di volontariato che svolgo, mi fanno inorridire per l'odio gratuito e le discriminazioni che promuovono e per l'ottusità e la violenza delle posizioni che vi sono espresse.

Fedele al voto di sincerità di ogni buon paziente, ho subito deciso di esprimere il mio disagio alla dottoressa, pur sentendomi già addosso uno sgradevole timore. Dopo la comunicazione la dottoressa ha semplicemente risposto "Di questo mi dispiace molto". Pausa di silenzio. Ho allora chiesto: "Lei non pensa che sia poco opportuno esibire nello studio testi o simboli dalla forte connotazione ideologica e politica? Non crede che questo potrebbe inibire o disturbare i suoi pazienti?". Lei: "Sì, probabilmente ha ragione". Pausa. Io: "Beh, la ringrazio per avere accettato la mia osservazione". Dopodiché si è passati a parlare d'altro, come in una (apparentemente) normale seduta.

Devo però confessare che questo incidente è tutt'altro che risolto e ancora mi pesa come un incudine sul petto. Probabilmente è stato giusto non entrare nelle posizioni personali della dottoressa, ma questa "censura" sta già diventando un dubbio e un sospetto che faccio fatica a sopportare. Se la dottoressa coltiva certe posizioni, o se anche solo vi indulge nella lettura considerandole per nulla disdicevoli (al punto di esporne disinvoltamente i simboli e i testi nella vetrina del suo studio!). E se considera certe manifestazioni di odio e di intolleranza come diporti culturali à-la-page. Se insomma la persona a cui con tante difficoltà e a tanto prezzo affido la mia intimità, le mie debolezze e soprattutto le mie speranze di serenità esibisce indirettamente idee che mi fanno orrore e ripugnanza, beh io credo che tutto questo possa rappresentare un ostacolo a quel rapporto fiduciario su cui mi pare si debba fondare la dinamica terapeutica.

Con che coraggio le parlo di me e dei miei valori, ora che sospetto quali idee potrebbero alimentare la sua cultura e la sua visione del mondo? Come minimo temo di essere giudicato, in quanto GUARDA A CASO le mie convinzioni sono esattamente quelle contro cui la scrittrice fiorentina si scaglia con la sua nota vena di insulti e di sarcasmo. E la mia stima nei confronti della dottoressa come ne viene fuori? Non penso che sia una persona cattiva o xenofoba, per carità, ma eventualmente una borghesuccia dalla mente stretta, che si lascia beotamente trasportare dai simboli culturali del momento senza comprenderne (o quantomeno ipotizzarne) la gravità. Una che mette in mostra libri dove un quarto dell'umanità mondiale è definita cattiva, sottosviluppata e spregevole, senza sospettare che qualcuno si potrebbe offendere..! A tale sensibilità e acume dovrei affidare tempo, patrimonio, ma soprattutto la speranza di capire e sconfiggere il mio male?

Naturalmente sono tutte ipotesi: il vero problema è il sospetto. Vorrei tento che non avesse mai commesso questa leggerezza. Ma chiedo a voi più esperti: è stata una leggerezza? Una violazione grave (come la vedo io) del setting? E soprattutto: in questi casi come si affronta, come si ricuce lo strappo? Devo accontentarmi delle sue simil-scuse? E se poi la volta prossima ritrovo i libri al loro posto? (la sbrano). Devo chiederle spiegazioni? Ha senso sconfinare sulla china, che vedo scivolosissima, delle convinzioni personali? O più semplicemente di un diverso ambiente culturale?

Non so davvero come risolvere il caso. Ho paura di trovare da parte sua un (cortese) muro di gomma - forse tecnicamente ineccepibile, ma temo non tollerabile per i sospetti e il disagio che si alimentano dentro di me.