
Originalmente inviato da
francesca63
Caro Pierluigi , hai definito egregiamente cosa rappresenta il setting. Consentimi di aggiungere qualcosa a proposito di come lo vive un paziente. Tu dici:" le stanze potrebbero essere piccole o grandi, ma siamo noi con le nostre relazioni a riempirle. Con ciò che noi apportiamo all'interno di esse, altrimenti sarebbero solo stanze vuote e non più setting". Quando si parla di setting, è sempre un concetto molto discutibile ed evanescente, in quanto anche la location, la scelta dei colori delle pareti, gli arredi, i quadri, l'abbigliamento dell'analista trasmettono precisi messaggi che il paziente coglie e che lo influenzano in qualche modo. Questo per quanto riguarda il luogo "fisico".
Per quanto riguarda invece, il concetto di neutralità analitica del setting, il problema è ancora piu complesso: si dovrebbe salvaguardare il paziente dall'eccessiva influenza dell'analista....invece, a mio avviso, l'imparzialità in relazione ai conflitti del paziente e il rimanere quanto più possibile emotivamente distaccato, sono comportamenti che vengono generalmente vissuti e interpretati come mancanza di partecipazione e affettività. Ci sono certamente situazioni, e concordo pienamente, in cui secondo la tecnica analitica, non è compito dell'analista prendere posizioni, ma ci sono casi invece in cui è utile e aggiungerei necessario che l'analista prenda una posizione...non possono esistere regole teoriche tecniche per decidere di volta in volta cosa sia la cosa migliore da fare, deve essere il medico ad avere la sensibilità e flessibilità di intuire cosa è meglio in quel momento per il suo paziente; l'analista che pratica sempre e comunque la neutralità, evitando assolutamente di dare consigli o prendere posizioni rischia di rendere inefficace il suo intervento e compromettere la relazione terapeutica. Lo testimonia la famosa battuta di un paziente: cercherò un analista con un braccio solo, così non potrà più dire sempre: 'beh da un lato...ma dall'altro lato...'.
Quando un analista 'ortodosso', viola il principio di neutralità, essendo cosciente che contraddice e non è coerente con le proprie convinzioni teoriche, lo fa indirettamente come se non fosse una sua opinione personale, ma il paziente lo avverte e si crea nel setting un'atmosfera di ipocrisia, di falsità che sicuramente non giova alla cura. Io ritengo che sia impossibile che specialmente dopo anni di analisi un analista non sia impegnato e coinvolto emotivamente al caso, e questo suo coinvolgimento emotivo viene perfettamente recepito dal paziente anche se il medico cerca di negarlo e di camuffarlo; la forzatura e lo sforzo che ne emergono diventano un ostacolo al costituirsi di una relazione autentica e produttiva.
Ricordo che le fasi più critiche del mio percorso analitico( 4 anni ), che ormai volge al termine, hanno coinciso con alcune mie pressanti richieste di aiuto e di consigli che non sono mai arrivati ma che se fossero arrivati mi avrebbero evitato tanti guai....ma... dovevo acquisire consapevolezza da sola, anche a costo di soffrire di più.
Quando riparlo col mio analista di questi fatti, non nascondo la mia aggressività e rabbia dicendogli che mi poteva risparmiare tanto dolore(lui sapeva già...), ma molto serafico, ribadisce convinto che quel secondo o terzo giro mi erano necessari. Forse non sono imparziale, ma, a mio avviso, non c'è nulla di particolarmente problematico o antiterapeutico nel fatto che l'analista possa aiutare dando consigli, esprima umanamente i suoi sentimenti, e possa essere genuinamente se stesso.
Un saluto