che differenza c'è, se c'è, tra un'analisi didattica e un'analisi a fini terapeutici?
che differenza c'è, se c'è, tra un'analisi didattica e un'analisi a fini terapeutici?
Non c'è differenza, o meglio, è auspicabile che non ci sia.
Saluti
gieko
E quando c'è, non c'è analisi!Non c'è differenza, o meglio, è auspicabile che non ci sia.
Ricordo la prima volta che ho letto questa risposta, ormai un paio di anni fa. Essenziale e quanto mai corretta. Credo di poter oggi dare qualche coordinata storica in più. Abbiamo infatti appena pubblicato la traduzione (a cura di Antonello Sciacchitano) di un articolo di Claus-Dieter Rath che si occupa di questo problema. L'intervento più nitido sembra quello di Ferenczi / Rank:
Proprio come nell’analisi terapeutica la mera mediazione del sapere scolastico appartiene alla malattia infantile della disciplina, così crediamo che la giusta analisi didattica non si distingua per nulla dalla terapeutica. Come potrebbe mai il futuro analista apprendere altrimenti la tecnica giusta, se non avesse appreso esattamente dall’esperienza come applicarla in seguito. Ne deriva che solo dai risultati dell’analisi dipende che in un caso determinato si tratti un’analisi didattica e non di un’analisi terapeutica, cioè se sussistono l’intenzione e l’adeguamento all’esercizio professionale dell’analisi da parte dell’analista.
http://www.analisilaica.it/2012/03/1...dfootnote28sym
La posizione di Freud sulla formazione non è sempre cristallina. Rimane l'uso equivoco che fa della parola Selbstanalyse che ha probabilmente a che vedere con il suo ritenersi "un caso eccezionale". L'espressione più chiara del fatto che un analista debba sottoporsi ad un'analisi (senza altri aggettivi) prima di analizzare la produce nel 1912:
La famosa richiesta che l’analista mantenga un’“attenzione ugualmente sospesa”, “rivolgendo il proprio inconscio come organo ricevente rispetto all’inconscio producente del malato”. Il suo compito è di “ristabilire, a partire dai derivati dell’inconscio che gli sono stati comunicati, lo stesso inconscio che ha determinato le associazioni del malato”. Questo non va da sé; infatti, “se il medico deve essere in condizione di servirsi in questo modo del proprio inconscio come di uno strumento d’analisi, allora deve egli stesso ampiamente soddisfare una condizione psicologica”. Infatti, in analogia e in aggiunta alle resistenze inconsce dell’analizzante le resistenze inconsce dell’analista introducono “in analisi un nuovo genere di selezione e di deformazione”, precisamente producono “una ‘macchia cieca’ nella sua percezione analitica”.
http://www.analisilaica.it/2012/03/1...dfootnote32sym
Anna Freud, nel 1938, ha pronunciato cose molto importanti sull'analisi didattica e sulle sue problematiche, direi anche le sue "aporie". Purtroppo il testo è coperto da copyright e non ci è agevole ritradurlo.
Ultima modifica di Davide Radice : 17-03-2012 alle ore 15.25.04
“Quella che conduciamo è una cura d’anime nel senso migliore del termine. Ci siamo prefissati una meta troppo elevata? Almeno la maggior parte dei nostri pazienti vale lo sforzo che questa cura ci richiede? Non sarebbe più economico puntellare il difetto da fuori invece che riformarlo da dentro?” Sigmund Freud (1926)
www.analisilaica.it
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Blog: Spazio di Psicoanalisi
Per me la differenza non esiste in linea di principio ma in quanto un paziente qualunque, generalmente si rivolge ad un analista solo per risolvere i suoi disagi, mentre uno psicologo "deve" obbligatoriamente sottoporsi ad un'analisi didattica presso un'esperto se vuole avere le carte in regola per svolgere la professione di psicanalista, e sorbirsi anni e anni anche di lettino "per essere sicuro di, come sostiene Ferenczi, saper riconoscere e controllare anche le debolezze più segrete del proprio carattere, e ciò è impossibile senza un'analisi completa, mentre tutte le imprese a fini terapeutici non hanno bisogno di essere condotte fino alla profondità che abbiamo in mente quando parliamo di una fine completa di un'analisi".
Inoltre l'analisi didattica viene completata da una supervisione dove l'analista in formazione deve rendere conto ad un analista più esperto del proprio metodo di conduzione dei trattamenti e apprendere da quest'ultimo i trucchi del mestiere.
Ciao
FRANCESCA
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)
Sostanzialmente che o l'analista non analizza o il paziente non fa il paziente.
Un saluto
gieko
FRANCESCA
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)
Appunto, non è analista, è un paziente come tutti gli altri. Se solo perchè si è dei candidati ci si mette a fare gli analisti anzichè i pazienti nella propria analisi, semplicemente non ci sarà analisi. E un didatta dovrebbe lavorare molto attentamente su questi aspetti...
Saluti
Ultima modifica di gieko : 03-01-2010 alle ore 19.59.56
gieko
E all'analista spetta un duro lavoro, perciò dovrà stare saldo nel suo "non-posto" e non mettersi a fare il maestro, ma perseverare nell'attività dello psicoanalista (resa presumibilmente più difficile dal candidato che si mette a fare il professore, anche se alla fine si tratta di una posizione come un'altra).