che differenza c'è, se c'è, tra un'analisi didattica e un'analisi a fini terapeutici?
che differenza c'è, se c'è, tra un'analisi didattica e un'analisi a fini terapeutici?
Non c'è differenza, o meglio, è auspicabile che non ci sia.
Saluti
gieko
E quando c'è, non c'è analisi!Non c'è differenza, o meglio, è auspicabile che non ci sia.
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Blog: Spazio di Psicoanalisi
Per me la differenza non esiste in linea di principio ma in quanto un paziente qualunque, generalmente si rivolge ad un analista solo per risolvere i suoi disagi, mentre uno psicologo "deve" obbligatoriamente sottoporsi ad un'analisi didattica presso un'esperto se vuole avere le carte in regola per svolgere la professione di psicanalista, e sorbirsi anni e anni anche di lettino "per essere sicuro di, come sostiene Ferenczi, saper riconoscere e controllare anche le debolezze più segrete del proprio carattere, e ciò è impossibile senza un'analisi completa, mentre tutte le imprese a fini terapeutici non hanno bisogno di essere condotte fino alla profondità che abbiamo in mente quando parliamo di una fine completa di un'analisi".
Inoltre l'analisi didattica viene completata da una supervisione dove l'analista in formazione deve rendere conto ad un analista più esperto del proprio metodo di conduzione dei trattamenti e apprendere da quest'ultimo i trucchi del mestiere.
Ciao
FRANCESCA
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)
Sostanzialmente che o l'analista non analizza o il paziente non fa il paziente.
Un saluto
gieko
FRANCESCA
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)
Appunto, non è analista, è un paziente come tutti gli altri. Se solo perchè si è dei candidati ci si mette a fare gli analisti anzichè i pazienti nella propria analisi, semplicemente non ci sarà analisi. E un didatta dovrebbe lavorare molto attentamente su questi aspetti...
Saluti
Ultima modifica di gieko : 03-01-2010 alle ore 19.59.56
gieko
E all'analista spetta un duro lavoro, perciò dovrà stare saldo nel suo "non-posto" e non mettersi a fare il maestro, ma perseverare nell'attività dello psicoanalista (resa presumibilmente più difficile dal candidato che si mette a fare il professore, anche se alla fine si tratta di una posizione come un'altra).
Se posso dire la mia, mi è capitato ahimé. Mi è capitato che lui mi dicesse proprio con tono di disapprovazione "sembra che questo sia il suo lavoro, non il mio". Mi dispiacque molto perché chiaramente non era nelle mie intenzioni, io stavo soltanto curiosando come faccio con qualcunque cosa, è una mia disposizione caratteriale; la differenza è che a renderla più dura c'era un motivo di nome Resistenza. Dunque, ad un certo punto, il non accettare le sue interpretazioni e il rimandarle ad altro, da parte mia, non era indice del fatto che io volessi prendere il suo posto, ma espressione di una Resistenza con i fiocchi. Mi pare chiaro che un paziente che presenti una forte resistenza rispetto ad un'interpretazione manifesti il rifiuto esplicito rispetto alle interpretazioni dell'analista (soprattutto i primi tempi); detto questo, il paziente per Dimostrare che le interpretazioni dell'analista non sono veritiere (resistenza) - perché gli fa male, non perché si diverta a prendere il suo posto - deve procedere a presentargli del materiale che possa apparire più credibile e che non vada a toccare punti nevralgici del suo proprio inconscio... quello che si manifesta è una sorta di lotta all'interpretazione: quelle dell'analista contro quelle del paziente. Ora, in virtù di questo mi domando, perché un analista interpreta tale processo, che a me pare - solo aposteriori - di pura Resistenza, come un'intenzione deliberata da parte del paziente di prendere il suo posto; voglio capire che il paziente in quel momento può non esserne cosciente, ma l'analista?
Dunque secondo me, quella di attribuire una "sottrazione di ruolo" può essere un'ipotesi fatta in piena analisi, quando il processo è già maturo e quando il paziente sa perfettamente quali sono i margini entro cui muoversi; compresi quelli della propria resistenza (con questo intendo dire che proprio grazie alle interpretazioni dell'analista può imparare a Riconoscere la resistenza, e quindi a non Ostinarsi).
Che cosa ne pensate?
Personalmente, quel giorno l'avrei dato in pasto ai pescecani. Senza pietà.
Però da quella volta ho imparato a stare il più possibile al mio posto,
non a caso da qualche tempo sfogo quì le mie curiosità, e/o bizzarre convinzioni, come forse è giusto.![]()
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero