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  1. #16
    Partecipante Esperto
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    25-06-2005
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    per costruttivismo intendo il costruttivismo radicale. Anche le teorie del deficit alla fine sono costruttiviste proprio perchè il cliente aderisce alla visione del suo problema posta dall'analista. Tanto più illustre è l'analista tanto più aderirà facilmente.
    I pazienti guariscono (è un parolone!!!!!!!!!!!) poichè la nuova costruzione della realtà gli crea meno problemi della precedente e non perchè una terapia funziona meglio delle altre.
    Per costruttivismo non intendo quello insito nella teoria, ma antecedente la teoria, il seme della teoria psicologica è costruttivista, per questo funzionano tanto bene approcci che teoricamente si negano vicendevolmente.

    Sulle altre questioni comprendo il tuo punto di vista, non riesco però a condividerlo. Per te è fondamentale la questione del setting, ma ci sono modi talmente diversi di impostarlo ed egualmente efficaci per cui non credo che si possa dire che una cosa è meglio e l'altra peggio. Trovo più facile dire che alcuni setting sono più facilmente gestibili e altri meno. Nel caso da c
    ui siamo partiti direi che è difficilmente gestibile.

    ...prego...si capisce bene il tuo punto di vista e lo esponi sempre con accuratezza. So gia che certe cose non fanno parte di te, però gli stimoli credo siano interessanti

  2. #17
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    28-03-2004
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    A meno che non si intenda qualcos'altro per "costruttivismo radicale", ovvero la posizione filosofica-epistemologica che sostiene che la realtà sia interamente costruita dal soggetto, non credo che si possa applicare alla teoria del deficit. Aderire alla visione del problema che l'analista propone al paziente è tutt'altra cosa rispetto a costruire insieme la visione del problema. La prima posizione rimanda ad un'ottica ambientalista, dove il contesto è determinante per la formazione del soggetto e per la sua patologia (orientamento sostenuto dalla teoria delle relazioni oggettuali, specie da autori come Winnicott, Kohut, Bowlby), e dove l'analista fornisce "l'esperienza emozionale correttiva", la possibilità di riparare il deficit ambientale mediante la relazione analitica. Ovviamente la valenza dell'analisi e dell'analista è di fornire "qualcosa di buono" cui il paziente deve adattarsi, superando le proprie resistenze. E' una posizione più che legittima, ma che pone molti problemi, specie in un'ottica costruttivista. In quest'ultima, infatti, partendo dal presupposto che il soggetto ed il suo ambiente si strutturano vicendevolmente, la psicopatologia assume un altro significato, così come il ruolo dell'analista, incentrato sulla lettura di ciò che viene creato nel qui ed ora del campo relazionale dell'analisi.
    Ecco perchè la tua affermazione successiva necessita, secondo me, di qualche precisazione: "la nuova costruzione della realtà" di cui parli è operata dal paziente o è il risultato di un adattamento a quanto l'analista comunica? Se si trattasse di quest'ultima ipotesi non si può parlare di "costruttivismo insito nella teoria psicologica", bensì di adattamento all'ambiente, che è cosa ben differente.

    Sulla questione del setting mi trovi d'accordo: è una questione di gestione, che può avvenire potenzialmente in qualsiasi setting, anche se ce ne sono alcuni che pongono molte più difficoltà. E' questo il motivo della sua importanza, d'altronde.
    gieko

  3. #18
    Partecipante Esperto
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    25-06-2005
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    338
    ciao gieko, ho letto più volte quest'ultimo post. Purtroppo non ti so rispondere, tra la visione ambientalista e quella costruttivista non riesco veramente a trovare differenze che vadano oltre la speculazione (dal mio punto di vista ovviamente). Mi sembra impossibile che in una relazione non vi possa essere una realtà costruita ma una in cui uno si adatta alla realtà dell'altro totalmente. Presumo che ogni terapeuta ed ogni paziente, da sempre, indipendentemente da cio che pensano, si influenzano reciprocamente. Questa influenza non può che essere ritenuta costruttivista, poichè cambia la realtà di entrambi.
    Come si fa poi ad accettare la realtà di un'altro se non c'è la volontà di accettare la realtà di un'altro?
    Se non gli abbiamo dato fiducia e non abbiamo deciso che quella persona è una nostra guida?
    Se non c'è un atto di volontà personale come è possibile un qualsiasi cambiamento?
    Ti ringrazio per le mille domande a cui mi hai costretto, nonostante ciò vedo nelle due posizioni da te menzionate (e che sicuramente hanno i loro sostenitori ed autori di riferimento) delle differenze puramente speculative. Anche Kohut influenzando la costruzione di senso di un suo paziente fa qualcosa di costruttivista, poichè la realtà del paziente sarà sempre differente da quella dell'analista, e l'analista che osserva questo processo di costruzione ne verrà sicuramente influenzato.
    Mi fermo qui, continuo a non trovare una differenza concreta.

  4. #19
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    28-03-2004
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    Credo che le differenze siano tutt'altro che speculative (anche se ad un certo livello lo sono, certamente) perchè hanno delle importanti ricadute sulla clinica, nel rapporto con il paziente, nella prassi che l'analista segue. Sono c'accordo nel pensare che analista ed analizzando si "influenzino" reciprocamente, o meglio, che la situazione psicoanalitica crei sempre un campo bipersonale all'interno del quale, in accordo alla teoria dei sistemi, gli stati dei soggetti sono sempre auto e mutuo-regolantisi.
    Se questa "chiave di lettura" non è presente a livello di teoria (la speculazione, come la chiami) ovviamente non si lavora con questo modello in testa. La teoria delle relazioni oggettuali o la psicologia del Sè kohutiana non si inseriscono in questa matrice teorica perchè concepiscono un rapporto tra bambino ed ambiente fondamentalmente unidirezionale: è il contesto di holding che permette la nascita psicologica del bambino. Ovviamente questa visione è applicata alla situazione psicoanalitica dove l'analizzando-bambino "cresce" grazie all'analista-caregiver. (Ti invito anche a prestare attenzione alle valenze di questa metafora, che ha implicazioni enormi nella clinica). L'analisi, l'analista sono chiaramente connotati in questo orientamento come l'elemento che può fornire le capacità - grazie all'empatia, all'holding - che l'analizzando non ha perchè bloccate. Ecco che, non a caso, anche tu parli di "accettare la realtà", di "dare la fiducia", altrove di "adattamento". Non siamo in ottica costruttivista proprio per questo motivo: non cambia la realtà di entrambi, è l'analizzando che si adatta alla realtà - presupposta migliore, più matura - dell'analista.
    Si potrebbe tirare in ballo il controtransfert come concetto teorico che comporta una visione bipersonale, ma bisogna considerare che il controtransfert è una "reazione" a quanto il paziente vive e - significativamente - fa vivere all'analista. Non è un portato emotivo dell'analista quindi, ma un risuonare in base a emozioni che vengono messe dentro dall'analizzando (basta pensare al concetto di identificazione proiettiva).
    Ho detto male e in estrema sintesi concetti in realtà molto più complessi, e me ne scuso. Vorrei solo aggiungere un esempio pratico tratto dalla clinica. Stolorow e Atwood (I contesti dell'essere, Bollati Boringhieri, pp.103-105) citano una vignetta clinica di Kernberg per far capire come ci siano delle differenze cliniche tra i due orientamenti. Kernberg parla di una paziente che pensava che egli avesse un atteggiamento particolarmente seduttivo con lei. Il lavoro fu relativo al fatto che la paziente proiettasse sull'analista fantasie e desideri sessuali rimossi. Una volta successe che Kernberg si scoprì ad usare un tono caldo ed erotico con la paziente ed ebbe così la conferma di essere messo nel ruolo del padre edipico dalla paziente stessa grazie alle associazioni della paziente da cui emergeva tale materiale. Le interpretazioni erano quindi basate su un presentare una realtà corretta anzichè distorta dalla nevrosi. Stolorow e Atwood sottolineano però come "non si riscontra alcun tentativo di esplorare pienamente la base dell'esperienza della paziente all'interno della sua prospettiva soggettiva" (p. 105).
    Non vado oltre, lasciandoti la lettura delle considerazioni degli Autori. Spero di essere stato in grado di suggerire come differenze teoriche non siano solo "speculazioni", ma abbiano ricadute importanti nella clinica e come, inoltre, prospettive teoriche differenti siano inconciliabili se si vuole mantenere una coerenza epistemica interna al modello.
    gieko

  5. #20
    Partecipante Esperto
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    come al solito sei stato impeccabile nella risposta, preciso, ricco di consigli bibliografici, è sempre un piacere. Ma tu sai che sicuramente qualcosa non mi sarebbe tornato. nella speranza che non resti una discussione a due ti rispondo in breve.

    poniamo per assurdo che si possano riassumere tutte le cose che promuovono, generano, determinano il cambiamento in un fattore x qualsiasi. Quando una terapia funziona vuol dire che almeno qualcosa del fattore x è stato presente. Ciò indipendentemente da quello che faccio e da come lo faccio, se funziona vuol dire che è accaduto qualcosa di quel fattore x. Per cui che io sappia o non sappia l'esistenza di una teoria, se quella teoria dice qualcosa di vero che mi riguarda, questo qualcosa avverrà comunque. Per cui la gravità esiste da prima che le mele cominciassero a cadere dagli alberi. Per cui se la teoria dei sistemi dice qualcosa di vero questo qualcosa si verifica da prima della sua scoperta.

    Ritornando al costruttivismo, io ho un'opinione piuttosto radicale. Parto dal presupposto che se una persona attua una nuova costruzione della realtà questa si genera dalle sue percezioni. Cioè prima si percepisce e poi si rielabora una costruzione. Da bateson in poi sappiamo che la nostra mappa interna, i nostri costrutti, determinano una selezione all'ingresso, per cui prima ancora di percepire vengono selezionati gli stimoli percepibili, e tra questi avviene la scelta di quelli che risaltano maggiormente per mille motivi inelencabili qui. Questa potrebbe essere letta come una critica verso una eccessiva coerenza interna dei paradigmi, poichè più sono coerenti e meno sono integrabili. Si aggiunge a tutto ciò che se la selezione, comunque, avviene da me, allora sono io a costruirmi la mia realtà, anche se questo passa dallo stimolo esterno di una realtà più forte o più desiderabile (o mille altre cose) che mi viene imposta/proposta come migliore, utile, terapeutica, vera (una visione assai cruda dell'holding).

    Tutto questo per dire che il mio adattarmi alla teoria di altri è solo una fase evolutiva di passaggio verso qualcosa di differente ed imprevedibile dal terapeuta. Per cui è una costruzione.

    Aggiungerei in ultima istanza, che se le cause dei cambiamenti sono universali, per quanto molteplici e differenti, quando una terapia funziona qualcosa di queste cause si è verificato indipendentemente dalla mia terapia. per cui la teoria cambia in modo significativo l'atteggiamento ed il metodo clinico, ma non le cause del cambiamento. Di conseguenza mi chiedo quanto sia importante il modello e quanto sia importante la scoperta delle vere cause del cambiamento e il loro modo di funzionare. Credo che la costruzione di un modello che parti da questo sia molto più utile alla costruzione di un modello che funziona.

    Questo il mio punto di vista, poi certamente ogni teoria quando viene assimilata in un'altro modello teorico si conforma a questo. Non conosco la svolta sistemica nella psicanalisi quanto la conosci tu, ma sapendo un poco di sistemica (non mi sto formando in questo) ti posso dire che il problema non sarebbe tanto ambientalismo o costruttivismo, ma il sistema differente creato dall'adottare una teoria al posto di un'altra. Per i sistemici il sistema c'è comunque, che si riconosca o meno.

    spero di essere stato chiaro
    un saluto

  6. #21
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Sono fondamentalmente d'accordo con quanto affermi a proposito del fatto che i "fattori terapeutici" possono essere comunque presenti, al di là che li si riconosca o meno all'interno di un modello. Per quanto mi riguarda c'è sempre uno scarto tra la clinica ed il modello teorico, ma quest'ultimo deve tendere a cogliere in misura sempre maggiore ciò che avviene nella clinica (e viceversa, dal momento che si tratta di una relazione dialettica).

    Sono scettico su quello che tu affermi riguardo al costruttivismo radicale perchè sostieni comunque un primato della percezione e l'esistenza di una realtà a fianco di ciò che è costruzione del soggetto, mentre il costruttivismo radicale lo nega, tanto che è la percezione ad essere influenzata dalla conoscenza (ad es. un albero non esiste se non lo vedo). Presupporre che vi sia una realtà migliore che il terapeuta propone è concezione diffusissima e legittima, ma non va certamente nella direzione di un co-costruire tra paziente ed analista. In quest'ultimo caso la "realtà" è, in un'ottica costruttivista moderata, presente ma ignota ad entrambi i membri della coppia terapeutica, che quindi sono impegnati a costruire insieme interpretazioni sul loro funzionamento in base alla presunta realtà desiderabile.

    Purtroppo oggi sono un po' di fretta, spero di essere stato sufficientemente chiaro.
    gieko

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