Ma vediamo adesso come viene concepito l'inconscio cognitivo, o meglio, vediamo prima come il terapeuta cognitivo utilizza l'inconscio a livello clinico. Esso viene concepito essenzialmente come un mondo di rappresentazioni mentali, molte delle quali possono essere implicite o tacite, cioè non consapevoli, le quali, se sono disfunzionali, vanno modificate in psicoterapia. Ho usato volutamente gli aggettivi "implicite", "tacite" e "non consapevoli" perché sono questi i termini che in genere si usano allo scopo di differenziare l'inconscio cognitivo da quello psicoanalitico per i motivi detti prima. Nella terapia cognitiva standard si cerca di rendere consapevoli queste cognizioni più o meno implicite perché esse possono motivare il cambiamento comportamentale, e soprattutto trascinare le emozioni (in questo senso la implicazione della terapia cognitiva standard, che definirei coraggiosa, sembra essere che non sono le emozioni a trascinare le cognizioni, come postula ad esempio la psichiatria, ma il contrario, cioè che sono le cognizioni a trascinare le emozioni). Il terapeuta cognitivo, in altre parole, cerca di far ragionare il paziente sulle sue credenze, mostrando quanto possano essere patogene, disfunzionali, irrazionali e così via. Inoltre lo rende meglio consapevole dei "pensieri automatici" - col linguaggio psicoanalitico potremmo chiamarli anche "preconsci", cioè che sono nella mente del paziente ma non se ne rende ben conto - che determinano le sue emozioni e i suoi pensieri consci, allo scopo di modificarli, rendendoli appunto più coscienti e smascherandone la natura patogena o disfunzionale (in termini psicoanalitici, potremmo dire che queste credenze che i cognitivisti chiamano "patogene" o "irrazionali" sono transferali nel senso che si sono create nell'infanzia per dei motivi che nell'età adulta non sussistono più, per cui il paziente deve imparare a sostituirle con credenze più realistiche).
Quello però che ho appena descritto non è affatto il tipo di inconscio a cui esattamente ci si riferisce quando si parla di "inconscio cognitivo". E' un tipo di inconscio (o meglio, di preconscio) che, come abbiamo visto, assomiglia un po' a quello psicoanalitico, almeno quando lo psicoanalista lavora clinicamente e soprattutto se segue la Psicologia dell'Io, nel senso che anche in psicoanalisi si fa riflettere il paziente sulle motivazioni non del tutto consce del proprio comportamento, si cerca di rendere il paziente più consapevole delle sue vere motivazioni, si parte dalla superficie per poi eventualmente arrivare al profondo, e tutto questo ha certamente ripercussioni terapeutiche: il paziente, avendo ora una diversa rappresentazione conscia, può ad esempio compiere scelte più razionali. Infatti si può dire che la psicoanalisi in questo senso sia "cognitiva". Si pensi alla interpretazione, intervento per eccellenza dello psicoanalista: essa è un intervento cognitivo, si trasmette al paziente una informazione, e una diversa credenza, più razionale e più "vera", corregge la precedete credenza "patogena" o "transferale", originata ad esempio da esperienze infantili traumatiche che erano state memorizzate ma non in modo conscio.
Giova a questo proposito ricordare, come osserva giustamente Semerari (2000, pp. 6-9), che i due padri storici della moderna terapia cognitiva, e cioè Beck e Ellis, non provengono dal comportamentismo, bensì dalla psicoanalisi. Secondo un luogo comune, si suol dire che il cognitivismo è l'erede del comportamentismo, nel senso che la crisi insorta all'interno del comportamentismo (basato sul modello stimolo-risposta [S-R], troppo semplice e in definitiva errato se applicato alla psicoterapia) ha portato alla concezione di una "mediazione cognitiva" che elabora le informazioni e che quindi si infrappone tra S e R, onde l'attenzione per questa componente interna mentale, prima trascurata, e il passaggio da una concezione meramente ambientalistica a un modello più complesso (tra l'altro, questo passaggio - come ho sostenuto altrove [Migone, 1991, 1994, 1995 pp. 25 e 95-96] - ricorda il passaggio che aveva fatto Freud molti anni prima con l'abbandono della teoria della seduzione, cioè della teoria del trauma, per fondare la psicoanalisi vera e propria). Secondo questo luogo comune, dunque, il cognitivismo sarebbe nato dal comportamentismo, portando alla terapia cognitivo-comportamentale o cognitiva tout-court. In realtà questi sviluppi sono avvenuti più nella tradizione accademica che in quella clinica. Beck ed Ellis infatti erano soprattutto dei clinici, e provenivano entrambi dalla psicoanalisi. Quello che volevano fare era semplicemente proporre un trattamento più semplice, più breve e più funzionale di quello psicoanalitico che a quei tempi appariva troppo complesso, astratto e basato su una metapsicologia (che usava concetti come libido, energia psichica, Es, ecc.) il cui impianto cominciava a mostrare i difetti che poi sempre più autori, anche in ambito psicoanalitico, avrebbero segnalato (ad esempio Kubie, 1947; Holt, 1965, 1989; Ellenberger, 1970; Gill, 1977; Sulloway, 1979; ecc.). Estremizzando dunque questa idea, Beck ed Ellis non sarebbero due cognitivisti, ma, per così dire, due "psicoanalisti moderni" nel senso che avevano abbandonato, prima di tanti altri psicoanalisti, una certa metapsicologica da loro ritenuta un po' una zavorra per il lavoro clinico: Beck ed Ellis in sostanza miravano a rendere maggiormente cosciente il paziente di tutto quell'insieme di pensieri preconsci, originati da esperienze e traumi precedenti, che guidano il comportamento.
Arrivati a questo punto, non si capisce più allora quale può essere la vera differenza tra inconscio psicoanalitico e inconscio cognitivo, soprattutto se aderiamo alla Psicologia dell'Io. In realtà, come ho detto prima, l'aspetto specifico di quello che si può chiamare inconscio cognitivo non è quello implicato nella tecnica della terapia cognitiva di Beck o Ellis, la cui pratica clinica assomiglia molto a quella certi psicoanalisti contemporanei (per la verità ritengo che vi siano ancora precise differenze tra terapia cognitiva e psicoanalisi che qui non posso approfondire; per brevità, rimando a Migone, 2001).
Per inconscio cognitivo si intende invece quella parte del funzionamento mentale che è inconscia non perché è stata rimossa, ma perché non è mai stata conosciuta, e quindi non sarà né potrà mai essere ricordata. Non solo, ma non è neppure utile né terapeutico che sia conosciuta, con buona pace di quegli psicoanalisti che volevano perseguire l'ideale di Freud (che derivava dalla sua eredità illuministica) secondo cui "dove c'era l'Es ci sarà l'Io", cioè che avevano la pretesa che la coscienza arrivasse dappertutto, a capire ogni cosa, prosciugando veramente lo Zuidersee, per usare la nota metafora di Freud (1932, p. 190) che ben esemplifica il mito dell'onnipotenza del progresso scientifico (lo Zuidersee era quel mare che una volta sommergeva buona parte dell'Olanda - detta appunto per questo i "Paesi Bassi" - e che fu prosciugato con grandi dighe consegnando così all'uomo molte terre da coltivare e civilizzare: Freud era affascinato da questa immane impresa dell'uomo durata decenni, che per lui simbolizzava un po' la vittoria dell'umanità nella sua lotta contro la natura). E' ben nota anche la metafora del millepiedi impazzito, che sa muovere alla perfezione i suoi tanti piedi senza mai inciampare o incrociarli, ma che quando, disgraziatamente, gli viene chiesto come fa, risponde che non lo sa e che non ci ha mai pensato prima, per cui prova a chiederselo e da quel momento non è più capace, si confonde, attorciglia i suoi mille piedi a ogni tentativo di camminare. Questa problematica, del resto, è stata ben affrontata dalla psicoanalisi, ad esempio riguardo alla questione del danno che può produrre lo stesso insight, cioè l'interferenza del conscio in certi comportamenti automatici che sono adattivi (è stato Kohut, in particolare, a riflettere su questo tema, ad esempio a proposito del Teatro delle marionette di Kleist [1810], secondo il quale l'attore ideale era una marionetta che eseguiva meccanicamente quello che voleva il regista, senza alcuna interferenza da parte dell'uomo-attore, mentre l'approccio opposto - ben rappresentato dalla scuola teatrale di Grotowski - prevedeva che la bravura di un attore consistesse invece nell'interpretare il personaggio, non nel rappresentarlo fedelmente come secondo la scuola di Stanislawsky; anche qui non posso dilungarmi, ma rimando a Kohut, 1972, 1978a, 1978b; Schaefer, 1975, 1978; Heller, 1978).
Si può anche dire che l'inconscio propriamente cognitivo sia quella parte di noi "che non si può mai ricordare né dimenticare", ed è una parte importantissima del nostro funzionamento mentale, indispensabile nella vita quotidiana. Si può anche chiamare "memoria procedurale", o "elaborazione parallela distribuita" (Parallel Distributed Processing [PDP]) delle informazioni della memoria a lungo termine, memoria che regola e controlla i movimenti automatici (andare in bicicletta, camminare, ecc.). Noi afferriamo una palla al volo senza essere consci di come facciamo, e se ce lo chiediamo è possibile che non riusciamo più a prenderla così bene. Questa memoria è "parallela" perché appunto una caratteristica dei processi inconsci è di non essere "seriali", cioè non operano uno dopo l'altro ma con infiniti processi paralleli che avvengono simultaneamente. La coscienza invece per definizione è seriale, cioè le informazioni passano una dopo l'altra, per così dire in "fila indiana": questa è una grossa limitazione, nel senso che non possiamo fare consapevolmente due cose simultaneamente (ad esempio due discorsi), ma solo una per volta, mentre possiamo conversare con un amico e nello stesso tempo guidare la machina. Mentre cioè pensiamo o facciamo una cosa, avvengono simultaneamente tanti altri processi nel nostro inconscio cognitivo (si pensi ad esempio alle informazioni date dal nostro cervello ai muscoli del tronco che ci permettono, mentre parliamo, di mantenere la stazione eretta, di cui non siamo consapevoli né ci servirebbe esserlo). Ne consegue che la coscienza opera, per così dire, una selezione tra le tante informazioni presenti nell'inconscio, e questo è il motivo per cui quello che diventa conscio è sempre una parte molto ridotta, limitata, e forse anche distorta, della complessità delle elaborazioni inconsce parallele (tra l'altro, una delle domande più interessanti che si chiedono alcuni filosofi della mente e studiosi del rapporto mente-corpo non riguarda tanto la natura della coscienza, sulla quale peraltro il dibattito è ancora mollo vivo, quanto il motivo per cui essa esiste, dato che molte specie animali sono sopravvissute bene per millenni, e si sono anche evolute raggiungendo livelli elevati di funzionamento e adattamento, senza aver mai avuto alcun bisogno della coscienza). Inoltre la coscienza è molto più lenta, funzionando un po' come un "collo di bottiglia": occorre più tempo affinché tutta "l'acqua dell'inconscio" esca e divenga conscia.