Buongiorno a tutti.
Vi scrivo per sottoporvi una questione per me delicata.
Lavoro in ambito privato e mi capita che a volte i pazienti mi chiamino per rimandare gli appuntamenti, il giorno stesso del colloquio.
Oltre a riflettere sulle ragioni per cui il paziente voglia posticipare il colloquio, come vi comportate?
Alcuni istituiscono un contratto scritto (tipo carta dei diritti dell'ordine) in cui sono specificate le modalità di risoluzione della questione nel caso accada; altri si accordano semplicemente a voce all'inizio del percorso.
Se fate così, quali sono i termini del "contratto" (scritto od orale)?
Quali alternative proponete?
Penso anche a quei pazienti che vedo da tempo, con cui non ho mai stabilito una regola del genere e con i quali introdurla mi sembra importante, ma molto delicato (anche a seconda del paziente e della relazione creata con lui).
Spero di non essere stata contorta nella mia richiesta.
Grazie a coloro che vorranno rispondermi.
Buon lavoro e buona giornata!







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) non impronterei all'esplicitazione totale del contratto...starei un pò a vedere come il paziente 'gestisce' la possibilità che gli si spalanca innanzi: i sogni di inizio analisi mi sembrano essenziali a tal proposito; da essi posso capire se il paziente tornerà. E dipende anche dal sintomo: se c'è del panico disorganizzante non esiterei a fregarmene dei vari passaggi tendendo subito all'accoglimento. E' importante per me, nelle nevrosi d'angoscia, mostrarsi 'morbidi' e 'accoglienti': se sono problematiche di separazione-individuazione mi sembra della massima importanza ricostruire all'inizio il legame 'violentato' quanto prima. I transfert mostrerranno la strada da seguire. Sempre secondo me.