Salve a tutti,
volevo aprire un confronto sul sequente quesito:
in che senso e fino a che punto si può dire che la diagnosi di autismo è per definizione stabile e non risolvibile, ovvero che un bambino diagnosticato come tale sarà tale per tutta la vita?
Il problema nasce da alcune osservazioni fatte nella mia esperienza di psicologo con bambini di età prescolare in un'ambulatorio per l'autismo di Roma. Nel giro di un anno, ho visto diversi casi di bambini migliorare in modo tale da porre il problema della conferma diagnostica. Se questa viene formulata (ancora) di fatto esclusivamente con criteri comportamentali, ovvero con la ricerca osservativa di anomalie o deficit nell'espressione di specifici comportamenti criteriali, cosa succede se il bambino impara ad esprimere o modifica proprio quei comportamenti? Ad esempio, se impara a voltare lo sguardo quando viene chiamato, oppure a orientare il suo sguardo su un oggetto leggendo la direzione dello sguardo dell'altro (triangolazione), se insomma acquisisce una serie di abilità adattive che gli risolvono i limiti e le disabilità?
E' sensato continuare a riferirsi ad una diagnosi nosografica di disturbo autistico in un adolescente che, poniamo, vive la sua vita assolutamente autonoma e normale, ma che resta "peculiare" o bizzarro sul piano dei comportamenti sociali?
Cosa ne pensate?







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