Senza altri indugi, pubblico il mio ultimo lavoro
Buona lettura
LA NOTTE PIÙ' LUNGA
Loredana controllò che la porta fosse saldamente chiusa a chiave e passò alla finestra. La chiuse con un movimento rapido, energico e abbassò la serranda. Non un solo raggio di luce riuscì a trapelare da fuori.
La stanza era illuminata, oltre che dal vecchio lampadario in alto (così cadente, così pericoloso) anche dall'abat-jour sul comodino.
Loredana si piazzò davanti al letto e lo osservò a lungo.
Lungo i suoi lati, placidi e composti, stavano due pistole, due caricatori e un coltello. Pronti per ogni evenienza.
Tutto doveva essere pronto, perfetto in attesa del momento fatidico.
Guardò la sveglia.
Ancora dodici minuti.
Con movimenti piccoli, lenti, Loredana si distese sul letto, incrociò le mani sul grembo e attese. Tutto in lei tremava: le gambe, le mani, la mente.
Alzò un poco il capo e guardò la parete che aveva davanti. Era desolata. Nuda. I quadri che la adornavano un tempo erano spariti. I ninnoli sulla libreria, spariti anche quelli.
E i risparmi di una vita... nemmeno loro avevano mai fatto ritorno.
Lacrime di dolore ed amarezza solcarono il volto di Loredana.
Quanto avrebbe voluto tornare indietro! Quanto avrebbe voluto!
Guardò ancora la sveglia.
Nove minuti.
A poco a poco la sua mente si allontanò dalla stanza e tornò indietro nel tempo, fino all'origine di tutto.
Di chi era la colpa? Chi aveva reso il suo presente un incubo?
Giacomo, senza dubbio. Lui e quel suo invito al ristorante. Lui e quello stupido giorno.
Ma poveraccio, come poteva essere? Era stato solo gentile a invitarla... mica poteva sapere quello che sarebbe successo dopo.
Quella donna, allora?
Sì, lei, senza dubbio!
Lei e le sue maniere. Era solamente colpa sua. Sua e di nessun altro.
Però...
In un'altra occasione, in un altro momento, quella giornata non avrebbe avuto seguito: sarebbe stata subito seppellita nel buio della memoria. E invece... invece aveva coinvolto lei, Loredana, quel giorno, in quel momento, in quel particolare periodo della sua vita... da qui era nato tutto.
Sua era la colpa, e di nessun altro.
O anche, per dirla tutta, di chi aveva reso la sua vita quella che era: una vera agonia.
In un moto di rabbia, il pensiero corse a Mauro. Quel bastardo! Si augurò che fosse precipitato in un inferno ben più terribile del suo.
Prese due fotografie dal portafoglio, le baciò e le strinse a sé.
Loro non potevano avere colpe, proprio no. Non si erano mai curati di come si sarebbe potuta sentire lei, dopo, sola... assolutamente sola...
Pose le fotografie a un lato del letto e sospirò.
Un'altra occhiata alla sveglia.
Tre minuti.
La notte più lunga è quella vissuta nella paura.
Da quando aveva sentito quelle parole, quella maledetta sera, non aveva smesso di pensarci un solo attimo... le tornavano in mente di continuo. Quante notti passate a lamentarsi, a tormentarsi, a soffrire. Quelle volte aveva conosciuto il lato più angoscioso dell'eternità.
Loredana pianse ancora.
Solo la mattina era capace di levarle, e non del tutto, quel brutto pensiero dalla testa... ma presto ritornava. Quante ore trascorse a rimuginare, ricordare cercando di dimenticare... e quante giornate passate a pregare, implorare... senza risultato.
E lei era sola. Assolutamente sola.
Abbandonata da tutti.
Nessuno le voleva bene, proprio nessuno...
Doveva contare solo sulle proprie forze...
Un ultimo sguardo alla sveglia.
Era l'ora!
Loredana chiuse gli occhi.
Il suo corpo venne scosso da un tremito, un tremito convulso, come in preda alla febbre...
Le mani corsero a impugnare le armi, pronte a difendersi, colpire, uccidere...
La mente girava, in un vortice, mulinava, gridava, impazziva...
La porta chiusa a chiave...
Il lampadario...
La finestra...
Loredana urlò.
A poco a poco riaprì gli occhi.
Le sembrava fosse trascorsa un'eternità da quando si era calata un velo scuro attorno.
Guardò la stanza. Era tutto come prima: la porta, la finestra, il lampadario, la libreria. Non era cambiato nulla.
Si avvicinò alla sveglia. Ascoltò. Era tutto a posto. Assolutamente.
Anche il campanile da fuori confermò le sue impressioni. I suoi rintocchi infondevano una sicurezza a cui era impossibile resistere.
Ma allora...
Pian piano, la sua bocca si allargò in un sorriso.
Quanto era stata stupida! Stupida!
Solo adesso capiva.
Il suo corpo si rilassò. Le mani abbandonarono le armi.
Quante sciocchezze aveva fatto! In quale vortice d'assurdità era precipitata!
Rise. Rise a lungo. Una risata piena, liberatoria, rassicurante. Come da tanto non le capitava di fare.
Poi la stanchezza l'assalì. Gli occhi si chiusero di colpo e non trovò la forza di resistervi. Lasciò cadere la testa sul cuscino, e presto s'addormentò.
Quella notte, finalmente, gli incubi e le paure la abbandonarono.
L'indomani mattina, appena riprese le forze, sarebbe andata da Sarti. Senza un minuto da perdere. Poi avrebbe contattato Andrea, la spalla ideale a cui appoggiarsi nel lungo e difficile cammino che avrebbe dovuto intraprendere.
Presto si sarebbe risolto tutto. Ne era sicura.
E allora, solo allora, avrebbe cominciato di nuovo a vivere.
A voi![]()










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