
Originalmente inviato da
willy61
Buongiorno a tutte/i
Negli ultimi mesi, mi è capitato di leggere diverse discussioni (da quella sul transfert a quella sul toccare o meno i pazienti) nella sezione di "psicoterapie", che mi hanno portato a farmi alcune domande circa il senso di quanto accade in seduta e fuori seduta.
Ovvio che parlo "in generale" e da un punto di vista teorico e che non sto - né intendo farlo - facendo riferimento ad avvenimenti realmente accaduti. Anche perché è il punto di vista teorico quello che più mi interessa.
In alcune tradizioni teoriche (penso alla psicoanalisi e alle psicoterapie derivate da essa o che al suo quadro teorico fanno riferimento) una serie di azioni (sia del paziente che dell'analista) vengono classificate come "acting", cioè come un'azione causata da un deficit di pensiero e di rappresentazione. Se ho ben capito, il ragionamento è (grosso modo) il seguente:
Dato che nella situazione analitica il primato è quello della parola, quanto viene richiesto al paziente è di parlare di sé, non di agire. Se agisce, invece di parlare, attua un comportamento preverbale, in qualche modo più "primitivo", che esprime con l'azione invece che con la parola i desideri o i pensieri del paziente. In qualche modo, mi pare di comprendere che la situazione "più desiderabile" sia considerata quella in cui nulla viene fatto e tutto viene detto.
Ora, io seguo una tradizione differente, quella dell'Analisi Bioenergetica di Lowen, in cui - invece - uno spazio notevole viene lasciato proprio ad una serie di azioni che vengono considerate "espressioni", non "acting". In questo approccio si ritiene che non tutto possa venire espresso in forma verbale e che esistano ricordi, sentimenti, sensazioni, emozioni e pensieri per la cui espressione è necessario, oltre che utile, utilizzare il canale motorio piuttosto che quello verbale. Questo perché l'esecuzione di un'azione coinvolge circuiti riverberanti (a livello neurologico) diversi da quelli implicati nella semplice rappresentazione/verbalizzazione. Facciamo un esempio:
Un paziente si sente arrabbiato (e supponiamo sia cosciente della rabbia che prova). Può parlarne, ed esplorare con la parola tutti i vari significati, ricordi, sentimenti, tutti gli addentellati relativi a questa emozione.
Oppure può alzarsi dal divano e iniziare a dare pugni ad un cuscino. E sentire, nel proprio corpo, le tensioni muscolari, la localizzazione delle sensazioni, il nascere e lo scomparire delle emozioni, e molte altre cose. Parlando, poi, di queste altre cose, e dei collegamenti che potrebbero esistere tra queste altre cose e l'emozione che aveva provato.
Ora, dal mio punto di vista, molti dei comportamenti che in psicoanalisi vengono classificati come "acting" potrebbero ricadere, invece, nella categora dell'"espressione di sé". Dato che anche altre tradizioni psicoterapeutiche (penso alla Gestalt, ma mi chiedo come venga trattata la questione in ambito cognitivo o sistemico) considerano l'espressione di sé come un elemento importante della psicoterapia, è possibile discutere di questo aspetto? Quand'è che un azione rappresenta un'espressione di sé e quando è considerata un "acting"? Davvero è desiderabile che i sentimenti del paziente vengano sempre espressi con il canale verbale, qualunque essi siano? Davvero è utile l'espressione di sé attraverso l'azione?
Grazie a chi vorrà intervenire
Buona vita
Guglielmo