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Eh, immagino.. Ma il punto è che non è affatto chiaro il perchè le 2 figure debbano essere per forza distinte. Ora, non dico che sia un male tenerle distinte, ma vorrei capire perchè lo ritieni necessario.
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Beh, ma si tratta di aree di intervento che sono in continuità, se anche si sovrappongono qual è il rischio? Se l'analista, in supervisione, occupa la posizione del supervisore perchè dovrebbe perdersi quello sguardo?
Ritengo che ci siano diversi ordini di motivi. In primo luogo la distinzione è a salvaguardia del lavoro di analisi, dove il presupposto logico sono le libere associazioni finalizzate al processo di cura dell'analizzando mediante la creazione di un campo analitico (nevrosi di transfert). In una supervisione il lavoro ha una finalità differente (verifica di un caso) e quindi utilizza strumenti differenti. Il presupposto non sono le libere associazioni, ma l'esposizione del caso ed il lavoro è finalizzato a valutare le caratterstiche del campo creatosi tra candidato e paziente (e non tra supervisiore e candidato). Sinceramente vedo come piuttosto problematica la possibilità di scindere queste due funzioni, visto che il setting (in entrambi i casi) va possibilmente lasciato il più sgombro possibile. Esercitare le due funzioni in contemporanea va nella direzione opposta.
Il secondo motivo è l'evitamento dell'autoreferenzialità: per questo ritengo che l'opportunità di fare supervisione con almeno 2 analisti, oltre che disgiungere le figure di analista personale e supervisore, sia buona cosa. La coppia analitica, per quanto creativa e produttiva, viaggia comunque su binari limitati dalla relazione che si è instaurata tra analista e paziente. Mettersi a confronto con un altra persona o due (o più...) significa poter cogliere in maniera più ricca le sfaccettature.

Saluti