Caro Willy,
se per transfert intendiamo, classicamente, quel processo secondo cui il paziente riproduce con l’analista relazioni ed esperienze passate, basato su un doppio equivoco di tempo e di persona, e su un “falso nesso”, allora non ci sono dubbi, io non cerco di favorire una cosa del genere. Lo stesso lettino e la neutralità dell’analista sono tesi a favorire lo sviluppo di questo processo, rimandando continuamente il paziente al suo intrapsichico e al suo passato invece di porre l’accento sul relazionale e sul presente.
Cito le parole di Paul Williams: “Il problema di questa concezione è che ha dimostrato sempre più (per l’enfasi “monopersonale”) di sottostimare la complessità della relazione del soggetto con l’analista, specie per quanto riguarda il modo in cui l’individuo organizza e adatta il suo sistema di autorappresentazione per adeguarsi agli sviluppi analitici che favoriscono il cambiamento nella relazione terapeutica”. (Che cos’è la psicoanalisi? Che cos’è uno psicoanalista?, in Psicoanalisi. Teoria-Clinica-Ricerca, (a cura di), Ethel S. Person, Arnold M. Cooper, Glen O. Gabbard, Raffaello Cortina, 2006, p. 318).
Un simile concetto parte dalla concezione, per me assolutamente sbagliata, di Freud secondo cui il soggetto si apre al mondo solo spinto dal bisogno e per evitare un dispiacere e per cui l’oggetto è la parte più variabile di una pulsione.
Io, a contrario, parto dalla concezione (supportata dalle osservazioni della Enfant Research) secondo cui il bambino è aperto al mondo, all’altro e alla relazione fin da subito: la ricerca attivamente, ne trae un piacere primario (non subordinato ad altri tipi di gratificazione), e quando è stanco o si stufa, la interrompe.
Solo se l’oggetto è la parte più variabile della pulsione l’analista può essere uguale (attraverso quel falso nesso di cui si parlava) al padre o alla madre. Mentre io non credo che il paziente stia replicando qualcosa del passato, ma stia relazionandosi per come è nel presente (se volete, possiamo usare il concetto di Matrice relazionale di Mitchell) e non stia scambiando l’analista per suo padre, ma stia semplicemente relazionandosi per come è (per questo magari è possibile trovare delle somiglianze, non certo una sovrapposizione, fra il suo modo di relazionarsi col padre e quello con l’analista). Ovvio, per me, pensare che un’analisi potrebbe essere anche molto diversa se fatta con analisti diversi.
E qui entra in gioco il controtransfert, anche questo termine è “monopersonale” perché descrive, molto banalmente, ciò che il paziente suscita in me avendo escluso accuratamente che in questo ci possa essere qualcosa di mio. Es. “la rabbia che provo è quella che il mio paziente non si permette di provare e che inietta inconsapevolmente in me proiettandola”, con l’implicito che quella rabbia non è mia, ma del paziente.
Non so se la relazione è migliore del transfert, posso dirti che io mi trovo molto meglio lavorando con la relazione (col paziente) e non col transfert (sul paziente); però mi viene il sospetto che attraverso la relazione puoi vedere più cose e puoi avere un più ampio spettro di intervento terapeutico.
Chiudo con le parole di Michell: “Si pensa che il cambiamento analitico non sia un evento semplicemente intrapsichico: l’insight generato dalle interpretazioni dell’analista. Ora, pensiamo che il cambiamento analitico abbia inizio nei cambiamenti del campo interpersonale presente tra analista e paziente quando nuovi pattern relazionali vengono co-creati interattivamente e successivamente interiorizzati, generando così nuove esperienze sia con gli altri sia in solitudine”. (Il modello relazionale. Dall’attaccamento all’intersoggettività, Raffaello Cortina, 2002, p. 86).