Il mito del terapeuta che abbia affrontato una personale terapia o che sia comunque in atto precedente alla professione è duro a morire. Mi spiego meglio. Lo psicoterapeuta è nell'immaginario collettivo inquadrato in quella categoria di professionisti (politici, medici, preti, poliziotti) piuttosto delicata verso i quali si nutrono notevoli aspettative non solo pertinenti alle competenze specifiche, ma che vanno a confluire in una versione purificata di individui al di sopra dei comuni limiti umani, i Superpartes, nel vero senso della parola, sopra le parti, o, meglio ancora, oltre le parti, arbitri delle nostre casuali faccende mentali e comportamentali.
A proposito dello psicologo, questi si presume debba avere il dono di aver chiaro il proprio mondo cognitivo ed emotivo, instaurare relazioni costruttive, essere esempio di una ufficiale sanità mentale, o per lo meno di un equilibrio di giudizio, di valutazioni e di partecipazione.
Insomma rappresenta quella persona a cui ci si "confessa", cosa che non si fa normalmente quasi con nessuno.
Prima considerazione: lo psicologo non è un amico. Chi prende appuntamento con lui è una persona che ha difficoltà senza dubbio diverse dalle semplici confessioni che si farebbero a uno o due amici in totale.
Seconda considerazione: la relazione terapeutica è senza dubbio un rapporto molto difficile da spiegare. Si raggiunge un grado di conoscenza asimetrica ( è il paziente che parla del suo mondo, non il terapeuta) impressionante.
Terza considerazione: perchè si crede che una terapia antecedente alla professione debba essere quanto meno necessaria per la categoria degli psicoterapeuti? da quale assunto si parte? Che una terapia personale possa sciogliere i problemi del professionista?
Vediamo di soffermarci sul terzo punto. Si presume che lo psicoterapeuta abbia adempiuto una terapia personale precedente al professione chiarendosi e risolvendo i propri problemi complessi, costruiti attraverso la sua biografia. Detta così è piuttosto confusa la cosa, perchè 1) quali sono i problemi che possono interferire eventualmente con quelli di un paziente? 2) quali sono i criteri che ci informano della avvenuta risoluzioni dei problemi? 3) come facciamo a sostenere il fatto che il terapista coi suoi problemi sia meno adatto a risolvere quelli dei suoi pazienti? 4) se fosse pure così, come la mettiamo col fatto che il teraputa in quanto partecipante attivo della relazione terapeutica non può non interferire nonostante terapie personali pregressse e quindi come faremmo di conseguenza a sciogliere il paradosso su cosa possa interferire e cosa possa non interferire?
Ho parlato di asimmetria nella relazione terapeutica giacché ne esisterebbe un'altra, contraria e speculare: il terapeuta accetta di impegnarsi a fornire il servizio organizzando un lavoro concordato ma di cui non può valutarne gli effetti in modo prevedibile. Il paziente in ultima analisi decide se il servizio è stato congruente con le sue aspettative, se valuta sentendosi soddisfatto coerentemente con le emozioni e i significati che via via acchiappa e riorganizza nella storia terapeutica.
Come avrete notato ho utilizzato un po' indifferentemente i termini psicologo, terapista, psicoterapeuta. Chiaramente sono immagini professionali diverse, ma il discorso penso che possa essere rivolto a ciascuna congruentemente al lavoro che svolgono in teoria e in pratica.
Q[ui, ho preferito utilizzarli indifferentemente.
A voi la parola digitale.
ciaz.







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