La pazzia, parola disusata.
La pazzia non è altro che un comportamento bizzarro, strano, fuori contesto.
Il pazzo buono fa la sua rivoluzione a colpi di battute di spirito e carezze.
Il pazzo cattivo invece la fa offendendo e picchiando qualcuno.
Entrambi girano per le strade vestiti da Robespierre e chiedono al passante in quale piazza è stata sistemata la ghigliottina.
Un errore quest'ultimo, perché le ghigliottine non ci sono nelle nostre città; ma chi è che non fa errori nella vita? Errare è umano, un errore di per sé è perfettamente "normale".
Ma "anormale" è la pazzia: è stranezza, bizzaria, non contestualità.
Il pazzo è temuto. Pare che un pazzo possa fare di tutto. Io però preciserei che, se è vero che la pazzia non è di per sé né cattiveria né bontà e che i pazzi sono pazzi, un essere umano pazzo non è solo pazzo, sarà pure qualcos'altro. Per esempio buono, o cattivo; meno astrattamente: non-violento o violento - e così via dicendo.
Ma perché allora temere il pazzo sempre, indistintamente? Non ha il diritto un pazzo di ricevere, tanto per fare un esempio, anche lui un rimbrotto, tanto per fare un esempio, da un prete, un genitore, un vigile urbano; o un complimento (non da un vigile urbano, certo, quelli non fanno complimenti)? Certo, potrebbe essere su altri registri comunicativi e non capire nessuno di loro. Ma con un po' di intelligenza si potrebbe dialogare sullo stesso piano:
"Complimenti, il re di Francia se ne è andato, ha fatto un lavoro splendido."
Oppure:
"La monarchia non va abbatuta con la ghigliottina!"
Anche nel caso della pazzia l'uomo esprime se stesso attraverso i propri gesti: il violento vive la sua anormalità da violento e il non-violento da non-violento. Certo, scambiare l'attuale Roma per la Parigi di fine settecento potrebbe
essere fastidioso, svantaggioso, pesante da sopportare per i romani; vi potrebbero essere fraintendimenti (da parte di tutti, non solo del pazzo) e addirittura incidenti non attribuibili a una responsabilità, né del pazzo né degli altri; ma come sempre. Gli incidenti, i fraintendimenti, capitano anche tra gente "normale". Se poi i pazzi fossero a rischio imbranatezza, si potrebbe cercare di prendere qualche precauzione nel rispetto del pensiero di tutti, anche di chi pensa d'essere nella Parigi del 1789.
La "civiltà" (chissà se ne esistono altre oltre a questa), invece, è ben lontana dal comprendere tutto questo.
"Il pazzo va temuto - sempre.
Se uno, oltre ad essere pazzo, fa anche il violento, non ha bisogno del rimbrotto della civiltà ma di tanti pilloloni in più.
Se un pazzo non fa il violento bisogna stare in guardia, perché potrebbe diventarlo in futuro, e allora bisogna dargli i pilloloni, non tanti come a quell'altro, ma per un lungo periodo, per stare sicuri (ciò va a suo vantaggio).
L'addetto ai lavori, inoltre, a maggior ragione se lavora nello stato, non può impazzire. O meglio, lo può, ma si fa conto che non lo può.
Infatti il pazzo non è consapevole che è pazzo e, se impazzisce il medico, si salvi chi può, nessuno se ne accorge senza una laurea in medicina."
Ecco qui, fra virgolette, la "logica" della "civiltà".
Ma chi ci assicura che l'esser fuori dalle norme sia una mancanza di consapevolezza d'esserlo? Certo, l'errante non sa di stare sbagliando, o altrimenti non sarebbe tale; il 1789 è passato; ma l'essenza della pazzia non è l'errore, o altrimenti dovremmo ingoiare una pillola ogni volta che sbagliamo, e non dovremmo risparimare neppure gli studenti.
A parte questo, come si può pensare che l'esistenza di un essere umano possa ridursi alla "malattia" stessa, sicché un uomo diventerebbe "solo pazzo"? Come si fa a definire un uomo "nient'altro che un pazzo"?
Non lo si può, non lo si deve.
Allora si dovrebbe prendere atto che nessun pazzo merita l'indifferenza e l'emarginazione, da parte di nessuno, nemmeno dei vigili urbani.
Si dovrebbe capire che la "civiltà", illudendosi d'essere andata al di là del bene e del male, ha finito per giudicare la follia al di qua del bene e del male. Invece è proprio questa "civiltà", nella sua corsa folle, ad essere finita al di qua del bene e del male.
In fondo la tanto celebre "incapacità di intendere e di volere", che tanto fa paura all'ignorante, non è altro che un termine della scienza giuridica, non della scienza medica, per cui si auspicherebbe, da parte di tutti, medici e giuristi, una coscienza maggiore della differenza dei rispettivi ruoli. O altrimenti qui si finisce per fare troppa confusione tra galere e manicomi, cosa che porterà a qualche nuovo (o vecchio) manicomio, ma non solo a questo, purtroppo: a un'assurdità, generalizzata, per niente bizzarra, del tutto funzionale: a un Sistema che funziona, ma che non sa neppure perché deve funzionare, o a chi sta servendo o servirà. Certo non alla causa della libertà, dell'uguaglianza e della fraternità.
Allego anche la data di oggi per evitare fraintendimenti: 28/11/2009.
Sul mio abbigliamento fa fede la mia dichiarazione: stile casual, occhiali comunissimi di metallo. Nessun parrucchino settecentesco o roba simile.
Astolfo








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