Premetto che questo mio intervento risulterà, probabilmente, poco comprensibile e coerente...
Sono delle riflessioni sparse che facevo da tempo e che oggi, complice un po' di tempo libero, ho deciso di mettere per iscritto e questa mi è sembrata la sezione più adatta del forum...
Siete avvertiti, continuate a vostro rischio e pericolo...
La piglio un po' alla lontana...
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Fin dalla preistoria gli uomini hanno sempre cercato di costruire forme di vita associata: questo per ovvi motivi di efficienza e praticità... Il dato comune a TUTTE tali forme è sempre stato quello della struttura gerarchica: c'era il capo e poi tutti i sottoposti, via via declinando secondo ordine di importanza e ruolo nella gestione della vita associata.
Le strutture più primitive avevano una struttura gerarchica molto semplice, fondata essenzialmente su un unico parametro, su un unico "valore" distintivo: la forza fisica e/o il coraggio e/o la spregiudicatezza, caratteristica fondamentale per il soddisfacimento dei bisogni primari della comunità, il procacciamento del cibo ( la caccia.. ) e la difesa... In sostanza: chi picchiava più forte era il capo e gli altri potevano solo ubbidire... E, a seconda del grado di fedeltà e di "vicinanza" ( parentela... ) al capo stesso, occupavano un ruolo più o meno elevato nella scala gerarchica.
Mano a mano che le forme di vita associata diventavano più articolate, anche la scala dei valori che ne determinavano la gerarchia diventava più complessa... Non era più la semplice forza fisica ( che, tuttavia, manteneva COMUNQUE un certo ruolo... ) a determinare la "linea gerarchica" di una struttura associata complessa ( tribù, città, nazione, popolo... ), ma pure altri parametri, anche più importanti: l'abilità nell'agricoltura e nei commerci, per esempio... O la capacità di proporre innovazioni utili per tutta la comunità... O quella di fornire "servizi" essenziali come la cura della salute, per esempio... Molto presto, ebbe un forte ruolo anche la capacità di farsi interpreti di uno dei bisogni primari dell'individuo: la necessità di trovare una giustificazione ultima non effimera per la sua esistenza... La capacità, quindi, di proporsi ( lasciamo stare se in buona o in cattiva fede.. ) come intermediari tra il terreno e l'ultraterreno... Valore, quest'ultimo, che poteva essere talmente forte da diventare, come nell'antico Egitto, il criterio ultimo e fondante di tutta l'organizzazione sociale ( il Faraone altri non era che una divinità fatta Uomo... ).
Più in generale, però, man mano che passava il tempo, era una concatenazione di tutti questi valori a determinare la scala gerarchica che sovraintendeva la "gestione" di una società complessa.... Ed erano quindi le variazioni nelle proporzioni reciproche di questa "miscela" a determinare le peculiarità di una società rispetto ad un'altra e di un periodo storico rispetto ad un altro. Incidentalmente, nelle società più evolute, questi "valori", convertiti in beni "materiali" ( denaro ) o in titoli nobiliari, venivano "trasferiti" per via ereditaria: di modo che ben presto si trovavano ad occupare ruoli gerarchici di primo piano anche persone del tutto prive di qualunque capacità effettiva personale, fattore questo che, alla lunga, portava alla degenerazione ed infine alla crisi e alla caduta della società stessa...
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Ai "valori primari" che ho esaminato prima ( forza fisica, spregiudicatezza, abilità, inventiva ) si erano aggiunti, ben presto, anche altri valori meno "essenziali" da un punto di vista pratico: il gusto del "bello" ( l'arte, in tutte le sue manifestazioni...) e il gusto del ragionamento, della logica, della speculazione intellettuale.... In una parola, tutto quello che noi oggi chiamiamo "cultura".
Il valore "cultura", però, proprio per la sua caratteristica di bene non essenziale, di esigenza che un uomo poteva avvertire solo quando e qualora fossero state saziate le necessità primarie, ha sempre avuto un ruolo "di contorno": in qualche modo "un lusso" riservato alle elites, a chi si trovava ai vertici della società ( perchè in possesso dei valori "primari", per caratteristiche proprie o in virtù di acquisizioni ereditarie ).
L'intellettuale, insomma, come il filosofo, l'artista, il letterato ha sempre avuto una funzione di "supporto" al potere: in quanto era il potere stesso che, tramite la sua "munificenza", ne garantiva il benessere e la stessa sopravvivenza fisica...
Le cose sono cambiate ( o hanno mostrato una certa tendenza al cambiamento... ) solo in tempi recenti, dopo la fine della Prima e, ancor più, dopo la Seconda Guerra Mondiale... Le immense, insensate carneficine del secolo scorso avevano modificato, in qualche modo, l'atteggiamento di condiscendenza generale nei confronti della gerarchia dei valori come si era andata determinando nei secoli passati e la "cultura" aveva cominciato ad accreditarsi come il lasciapassare più adatto per la creazione di un "mondo migliore".. Un mondo in cui la scala dei valori che aveva fino a quel momento governato il mondo avrebbe potuto essere sovvertita in favore di una scala in cui, appunto, la cultura in tutte le sue accezione avrebbe potuto rappresentare il valore primario a cui subordinare tutti gli altri...
Ecco quindi l'apertura del sapere anche a classi sociali che fino a quel momento ne erano state escluse... Ecco, soprattutto, la diffusa convinzione che la "cultura", intesa in senso lato, fosse il miglior mezzo per raggiungere una promozione sociale e salire di gradino nella scala gerarchica della società...
I "vecchi" genitori spronavano i figli a studiare perchè " è solo con il pezzo di carta che si va avanti"... Gli operai, alla fine di un massacrante turno di lavoro, frequentavano le scuole serali sempre per raggiungere l'agognato titolo di studio...
Tutto questo negli ultimi decenni si è completamente ribaltato, non c'è più nessuno o quasi che consideri la cultura un mezzo di promozione sociale... Per di più, i programmi scolastici ed universitari, non solo in Italia, ma un po' in tutta Europa, sono radicalmente cambiati, abbandonando la vecchia impostazione di tipo umanistico-speculativo per diventare sempre più tecnicistici... Più in generale: la parola "cultura" senza aggettivi, la cultura che trova in se stessa la propria ragion d'essere, è diventata una parolaccia, e coloro che insistono a perseguirla poco meno di mangiapane a tradimento, fancazzisti autoreferenziali lontani dalla "ggente" ( con due "g"...) Che poi queste accuse siano rivolte sovente da persone che, in vita loro, non hanno mai visto neanche da lontano un martello o una vanga, è cosa che non interessa: l'importante è dare addosso all'intellettuale, all'"acculturato", a coloro che sono rinchiusi nella loro torre d'avorio fatta di libri e non capiscono la "ggggente" ( con 4 "g" questa volta...).
I motivi di questo vero e proprio odio sono per me sono evidenti: una società "colta" è più difficilmente controllabile di una "incolta", attenta solo ai bisogni "elementari", primordiali... La cultura porta sempre con sé, come postulato, uno spirito critico, il desiderio insopprimibile di porsi e porre agli altri domande "scomode"... E il rifiuto dell'accettazione supina delle decisioni imposte dall'alto....
Il "potere" ( chiunque e qualunque cosa ci sia dietro questo nome... ) sta, oggi, "rimettendo le cose a posto", ridisegnando la nostra società secondo gli schemi tradizionali dei secoli e dei millenni passati...
Sia chiaro: lungi da me una difesa aprioristica degli "intellettuali" ( ammesso che esista una categoria vera e propria cui possa essere attribuito questo nome... ): come tutti, anche tra loro ci sono delle persone valide, dei venditori di fumo e dei veri e propri gaglioffi...
Chiediamoci, però: è davvero un mondo migliore quello in cui torni in auge in tutta la sua interezza una "scala gerarchica" di tipo tribale? Che presenti come valori positivi assoluti la spregiudicatezza, la "forza" intesa come capacità e volontà di "difendersi", sopraffacendo i più deboli, non importa con quali mezzi e a che prezzo?
Che appiattisca le posizioni, aborrisca il pensiero critico, desideri "semplificare" sempre e comunque, considerando ogni distinzione, ogni tentativo di differenziare il giudizio, come un fastidioso intralcio, una inutile perdita di tempo?
Io sto scrivendo in un forum frequentato, presumo esclusivamente o quasi, da persone che già hanno o ambiscono ad avere una professione intellettuale, che vogliono, cioè, guadagnarsi il pane con l'opera del proprio cervello, utilizzando la propria cultura acquisita in anni di studi... Credo pertanto che queste riflessioni non siano del tutto prive di significato in questo contesto neanche da un punto di vista pratico...
Io sono convinto che, in parte almeno, proprio questo cambio di atteggiamento nei confronti di tutto ciò che abbia a che fare, in senso lato, con la cultura, sia corresponsabile della crisi profonda attraversata nella nostra società dalle professioni intellettuali di tipo speculativo... E quindi anche della psicologia ( la medicina è un caso a parte, di pillole e supposte la gente ha sempre un gran desiderio... ).
Che ne pensate? Sto delirando?....![]()








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). Ci sono persone laureate, professionisti, che non sanno scrivere, nè esprimersi correttamente.Spesso mi imbatto in errori grammaticali, che difficilmente farebbe un bambino di seconda elementare.Mi chiedo: come sono arrivati alla laurea, se hanno simili carenze di base? Cosa hanno realmente acquisito?



Non quelli davanti alle telecamere, generalmente già preparati da qualche loro scagnozzo, ma quelli in libertà nelle commissioni parlamentari ( li potete sentire a Radio radicale.. ). Beh, io, in un accesso di masochismo, qualche volta l'ho fatto e vi posso garantire che è semplicemente sconfortante sentire parlare i nostri rappresentanti con un linguaggio poverissimo, perennemente in lotta con i congiuntivi e la consecutio temporum...
).