LA PROCESSIONE DEI MISTERI.
Angelo si taliava attorno siddiato dalla presenza di tutta quella folla di cristiani.
In mano aveva il cartoccio con le caccavette che rusicava nervosamente e che erano l’unica cosa buona della serata.
Da quando si era fatto fidanzato con Giusi e doppo, maritato, il venerdì santo, per tradizione, si doveva andare alla processione dei Misteri, quasi fosse questione di vita o di morte…
- Ma Angelo! Vengono da tutto il mondo per questo evento e tu che ce l’hai sotto casa manco ci vuoi andare?- gli aveva detto quella sera Giusì.
- E che faccio peccato?- arrispunnio seccato.
Si trattava della più lunga manifestazione religiosa italiana e tra le più antiche; durava dalle 14 del venerdì santo fino alle 14 circa del sabato.
I Sacri gruppi dei Misteri percorrevano, infatti, gran parte delle vie della città siciliana, in uno spettacolo di luci, suoni, colori ed emozioni.
Pì carità…Angelo era consapevole che fosse uno spettacolo…ma ogni anno era lo stesso…non canciava di ‘na virgola.
Per trent’anni si era rifiutato di andarci e in questo lasso di tempo solo gli uomini incappucciati che seguivano i Misteri erano scomparsi…tutto il resto era come sempre: le statue ornate di fiori portate in spalla, l’”annacata”, le musiche delle bande di tutta la provincia che accumpagnavano la processione e poi… il parcheggio che non si attruvava per chilometri e chilometri, i picciriddi chi vuaciavano, i cristiani chi ammuttavano pi taliari…ma che dovevano taliari si addumannava Angelo!!non se lo ricordavano com’erano l’anno passato?
Insomma ‘na vera camurria!!!
Giusi sorrideva contenta, salutava gente, parlava con gli amici che incontrava… e Angelo, iddu, mischinu, rusicava caccavette!
Erano le 2 passate quando Giusi si era fatta persuasa a tornare a casa.
Angelo si era subito messo a letto, ma tutte quelle arachidi che si era mangiato ora gli stavano presentando il conto…salivano e scendevano che era un prio.
Aveva preso sonno da pochissimo, finalmente, quando il telefono squillò.
Angelo manco lo sentiva, tanto dormiva a sonnu chinu, ma un calcio negli stinchi di Giusi lo svegliò di colpo.
- Angelo! Il telefono.
- Proooonto!
Dall’altro capo dell’apparecchio il suo vice Spatafora.
- Commissario c’è un morto a palazzo Riggio. Io sto andando adesso, l’aspetto lì.
Palazzo Riggio, un imponente edificio risalente al XVI secolo, era situato in via Garibaldi, una delle vie più belle del centro storico della città.
La famiglia Riggio lo aveva accattato dagli eredi del Barone d’Altavilla, qualche anno dopo la sua morte, alla fine degli anni ’30.
Antonio Riggio, capostipite della famiglia, da giovane era stato un “salinaru”, arrunzava sale, cioè lo incanalava verso le caselle salanti con una piccola pala in metallo.
Ma Antonio, detto Totò, che era un tipo ingignusu e grande faticatore, avia fatto carriera ed era diventato Sottocuratolo prima, poi Curatolo di saline e infine era riuscito a diventarne proprietario.
Il sale era la so’ vita…
Con la Seconda Guerra Mondiale però gli affari accuminciarono ad andare male, poi ‘u zu Totò morì e gli eredi furono sempre tentati di vendere la salina per risanare i debiti.
Peppino fu l’unico, doppo tanti anni ad aver ereditato, dal bisnonno Totò, l’amore per il sale…l’oro bianco di Sicilia.
E adesso era lì…appizzato ad una corda nel garage del suo palazzo che dava sul lungomare.
Il commissario trasennu si taliò un poco attorno.
Il cadavere impiccato penzolava ancora, a terra una scaletta a tre pioli che evidentemente era servita per salire e accianco un biglietto scritto a mano e firmato dallo stesso Peppino.
Angelo si abbassò per pigghiarlo. Sopra c’era scritto che i sensi di colpa lo attanagliavano, non arrinisceva più ad andare avanti e per questo aveva deciso di farla finita.
- Chi ha trovato il corpo?- addumannò Russo,
- La signora Carmelina, la governante.- rispose Spatafora indicando un cristianedda sicca sicca, assittata poco distante.
Il commissario le si avvicinò, si presentò e le chiese:
- Come mai è scesa in garage così presto stamatina?
- Commissario stavo andando alla processione. Io sono anziana e la sera vado a letto presto, ma la matina mi suso che è ancora scuro. Volevo seguire l’ultima parte della processione e poi andare alla messa come faccio tutti gli anni, ma uscendo mi ero accorta di aver lasciato il giorno prima la giacca dintra la machina ed ero scesa a pigliarla, quando…- e scoppio a piangere.
Doppo un poco ricominciò:
- Vede commissario, io a Peppino l’ho cresciuto. E’ comu un figghiu pi mia. Sono a servizio della sua famiglia che iddu e suo fratello Giacomino erano nicareddi. Ho pianto ai loro matrimoni, ho annacato i loro figli come nipoti miei. Pensavo di andarmene prima io e invece sia Peppino che Francesca mi hanno impedito di farlo !!- e ricominciò a chianciri.
Il commissario Russo ricordò che 15 anni fa la prima moglie di Peppino Riggio, Francesca, si era suicidata nello stesso modo…si era impiccata nel bagno con la cintura dell’accappatoio.
Aviaa lasciato due figli piccoli Davide che allora aveva 9 anni e Sabrina di pochi mesi, poi, sette anni doppo Peppino si era risposato con Greta, giovane ragazza di cui si era follemente innamorato.
Sia la morte di Francesca in circostanze tragiche, che il successivo matrimonio avevano fatto parlare tutti in città, per questo il commissario se ne ricordava.
E adesso un altro suicidio…
- Chi abita nel palazzo?- chiese Angelo a Spatafora.
- Oltre a Peppino Riggio, la moglie Greta, i figli di lui Davide e Sabrina, il fratello di Peppino, Giacomo, con la moglie Rosa e il figlio Saverio, la governante Carmelina, ed era ospite dei Riggio, per passare la Pasqua assieme, anche il cugino Salvatore Musumeci.
Sono tutti nel salotto se vuole parlare con loro.
Il commissario entrò in quell’enorme salotto chiamato da tutti Sala Rossa per via delle pareti di un intenso rosso vermiglio e nel soffitto il grande affresco di Giunone che manda Iride nel regno del sonno per svegliare Giove.
Angelo stava cu la ucca aperta; era incantato dalla bellezza di quel palazzo e sorpreso di come gli altri che ci abitavano non ci facessero quasi più caso.
Risvegliatosi dall’incanto notò che erano tutti presenti.
Giacomino Riggio passeggiava nervosamente per tutta la stanza col suo antico toscano, spento, in bocca. La moglie invece era assittata nella poltrona vicino a quello che doveva essere il figlio, un piccutteddu di sedici anni cu ‘na pettinatura stramba che Angelo non si capacitava proprio. Inoltre u picciottu pareva imbalsamato: era fermo immobile, solo le dita si muovevano su uno di quei cosi che doveva essere un videogioco, ma il commissario non era pratico di certe cose…suo figlio aveva solo un anno. “Ancora u megghio avi a veniri” pensò.
La figlia di Peppino invece, poco più che na picciridda, chiancia abbracciata al fratello, anche lui molto provato. Lui le accarezzava dolcemente la testa senza dire nenti.
Il cugino dei Riggio, Salvatore Musumeci, si sforzava di avere un’aria tranquilla, ma la fronte corrugata svelava il fatto che fosse siddiato.
Lo sguardo del commissario, sensibile alle bedde fimmine, non poté non essere attirato dalla giovane moglie di Peppino.
Avrà avuto poco più di trent’anni, lunghi capelli lisci, biondi e il viso rigato dalle lacrime e gli occhi di un azzurro intenso che Angelo non arrinisceva a non taliare di continuo.
Finalmente si decise a pigliare la parola.
- Nessuno di voi ha sentito o visto nulla? Il signor Riggio deve essere morto intorno alle 4 del mattino secondo il medico legale. Voi dove vi trovavate?
- Ma perché tutte queste domande?- domandò di scatto Giacomino Riggio- cosa vuole insinuare? Che mio fratello non si sia suicidato? Ha pure lasciato un biglietto scritto di suo pugno.
I miei nipoti e tutti noi abbiamo solo bisogno di essere lasciati soli con il nostro dolore.
- Sull’autenticità del biglietto sarà la perizia calligrafica a darcene conferma. Intanto siete tutti pregati di collaborare!- arrispunnio secco il commissario.
Giacomino addivintò russo in faccia e disse.- Visto che le interessa tanto io e mia moglie eravamo a letto alle quattro. Fino all’una eravamo con mio cugino Salvatore appresso alla processione, poi ci siamo presi una granita al bar e verso le due ci siamo arritirati. -
- Confermo!- si preoccupò di arrispunnere Salvatore.
- Mio figlio invece non è voluto venire. E’ rimasto a casa a giocare col computer. –
Il commissario non fece fatica a crederci.
- Io, Peppino e Sabrina eravamo andati con gli altri alla processione, ma verso mezzanotte ci eravamo ritirati perché avevo un forte mal di testa.- intervenne la bella Greta- Ho preso un analgesico e sono andata subito a dormire e anche Sabrina. Peppino invece ci ha dato la buonanotte ed è andato nel suo studio dicendo che doveva lavorare, rispondere a delle mail…lui la notte dormiva pochissimo, la passava sempre a lavorare. Lo sapevano tutti.-
- Lei invece?- rivolgendosi al figlio Davide.
- Ero con degli amici in giro per la città. Sono tornato a casa verso le 5.
- E non è entrato nel garage?-
- No perché ero uscito a piedi…qui al centro è difficile che si prenda la macchina, soprattutto durante la processione tutte le strade sono bloccate.
Angelo si perse nuovamente nei suoi pinzeri, tanto che Spatafora gli diede uno scossone.
- Commissario sta bene?-
Angelo lu taliò cu l’occhi torti. Odiava essere sconciato mentre rifletteva.
- Sto bene Spatafora, sto bene! Amunì ora.- e poi rivolgendosi ai presenti disse: -Signori, buongiorno e ancora condoglianze. Mi farò sentire nei prossimi giorni.








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tranne due: è naturale che Giacomo sapesse del biglietto, cioè è previsto nella costruzione della storia o è invece non plausibile perchè magari quel dettaglio non è mai stato riferito dalla polizia e quindi, parlandone, si tradisce?