essere "psicoterapeuta" per un/a tuo/a amico/a..
essere amico per un/a tuo/a paziente, ex-paziente..
cosa ne pensate?
essere "psicoterapeuta" per un/a tuo/a amico/a..
essere amico per un/a tuo/a paziente, ex-paziente..
cosa ne pensate?
penso che sarebbe la mia situazione ideale,soprattutto per quando riguarda la seconda ipotesi.....
penso che sia un problema di molti pazienti accettare la NON AMICIZIA del proprio terapeuta. Regola necessaria ma devastante e che purtroppo spesso non si realizza come desideri tu,anche se continui a sperare.
Virus Freudiano:il vostro computer è ossessionato dall'idea di sposare la sua scheda madre.
Ultima modifica di Johnny : 11-10-2010 alle ore 09.35.33
eppure ti assicuro che ho conosciuto tanti psicologi e pazienti che hanno avuto frequentazioni anche al di fuori dalla terapia,la maggior parte dopo la fine della terapia....ma penso che questo sia a discrezione del terapeuta stesso.
Virus Freudiano:il vostro computer è ossessionato dall'idea di sposare la sua scheda madre.
sì, Johnny, ma il codice deontologico è solo un'indicazione di massima, non è una legge, sono norme etiche, non è vietato niente, in terapia, basta che funzioni.
Ma chi lo controlla il Codice, la polizia?
a me fa ridere, quando si invocano i Codici Deontologici, sono Codici di Categoria.
Vedrai che se era nocivo, lo inserivano nel Codice Penale.
Ultima modifica di complicata : 11-10-2010 alle ore 16.43.18
Ma poichè in campo giuridico qualunque cosa la devi dimostrare, vorrei vedere come si farebbe a dimostrare che tra due persone intercorreva un rapporto di amicizia pregresso.
si per quanto riguarda l'amicizia forse hai ragione.... ma è capitato che pazienti hanno avuto relazioni sentimentali con il proprio terapeuta o che il terapeuta stesso ne abbia approfittato,e su questo sono completamente daccordo. Il codice deontologico ha valore penale... se succede qualcosa di grave sei radiato dall'ordine degli psicologi e non farai mai piu questo lavoro nella tua vita!
Virus Freudiano:il vostro computer è ossessionato dall'idea di sposare la sua scheda madre.
Parlando di un'analisi classica, è ben difficile pensare che il paziente si innamori del proprio analista. O meglio: è perfettamente possibile che si innamori di qualche personaggio di fantasia, o che rimanga affascinato da alcuni particolari e si lasci trasportare (come avviene spesso anche a livello amoroso, fuori dal setting analitico). Le scelte possibili sono: analizzare il transfert e progredire con la conoscenza; spaventarsi e ritrarsi, arrestando il processo analitico (vedi Breuer e Anna O., per citare gli albori della psicoanalisi); cedere al desiderio inconscio del paziente o al proprio, mandando alle ortiche quanto fatto fino a quel punto, scordandosi della professionalità e della sofferenza del paziente. Quindi, in un certo senso, sì: gli analisti fanno voto di castità rispetto ai pazienti (si chiama astinenza). Freud allargava un po' il campo di questa astinenza, ma è un'altra storia.
In che senso, Freud, perdona, allargava un po' il campo di questa "astinenza"?
Giusto per destituire il Soggetto Supposto Sapere, leggi QUI
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Questo è interessante, perché si presuppone l'esistenza di una discriminante per riconoscere quando una persona si innamora veramente di qualcuno oppure quando si innamora di un personaggio di fantasia o rimane affascinata da alcuni particolari e si lascia trasportare.
Qual è questa discriminante?
Come fai a capire che un/una tua paziente si innamora veramente di te oppure no? Tramite l'analisi del transfert? E se si, siamo sicuri che non sia in qualche modo interpretato come non vero amore dall'analista che non vuole che il suo paziente si innamori di lui?
Saluti
Ultima modifica di benedetta14 : 12-10-2010 alle ore 20.59.05
Caro Lalangue,
se dovessi sintetizzare al massimo il mio concetto di transfert, al di la delle molteplici definizioni che se ne possono dare, direi che si può racchiudere nel fatto che noi parliamo sempre a qualcuno. Formulare un pensiero o una parola, significa pensare e parlare a qualcuno. Il pensiero o la parola appartengono a chi li formula, ma anche a chi li riceve, perché quella cosa, in quel modo, possiamo dirla solo a quella persona in quel momento. Pensare, come succede in alcune teorie psicoanalitiche (e come mi pare di capire anche in te), che ciò che il paziente mi sta dicendo non sia diretto a me è, secondo me, spostare il problema da ciò che sta accadendo in questo momento, ad un ipotetico e inattingibile passato, dalla coppia analitica ad altre coppie. Su ciò che accade si può “non volerne sapere” in molti modi, uno è certamente abdicando al compito analitico, infrangendo la regola dell’astinenza (il paziente viene per chiedermi aiuto, non affetto, o amore), un altro è certamente rimandandolo in un altrove spazio-temporale ogni qualvolta mi manifesta qualcosa. La manifestazione di un sentimento in analisi è molto importante per perderne l’immediatezza del qui e ora e l’unicità dell’io-tu. Mi pare, anzi, che la foga di Freud di insistere sulla non autenticità del sentimento d'amore del paziente rispondesse al problema che molti analisti erano fin troppo sensibili invece e accadeva che l'astinenza andasse a farsi benedire; pur di porre argine a questa deriva, Freud non esita a dichiarare falso (il falso nesso) il sentimento del paziente per l'analista e a volerlo ricondurre altrove: forse siamo di fronte ad una mistificazione storica.
Un saluto.
Ultima modifica di Megiston Matema : 13-10-2010 alle ore 10.03.12