Perché alla depressione o alla malinconia sono associati sempre sentimenti di colpa?
Oggi non è obsoleta questa associazione? E' vero che oggi chi è depresso nella maggior parte dei casi si sente in colpa? O questo è un mito prodotto da una certa letteratura che tratta questo argomento?
Dico io se si sentisse in colpa davvero, la persona dovrebbe pensare di "poter fare qualcosa se solo..." o quanto meno che "avrebbe potuto fare qualcosa se solo...", ma questa cosa stride col senso di impotenza estremamente radicato relativo all'idea di poter condurre una vita soddisfacente, non c'è proprio questo "se solo...".
Oggi una persona depressa, secondo me è una persona che si trova di fronte ad una perdita, perdita di un ideale di vita buona che sente come irrimediabile: la vita così come la si è conosciuta e la si conosce è cattiva. Per questo i depressi oggi di fronte alla comunicazione di avere malattie che portano a morte quasi certa non si preoccupano più di tanto, la presenza di un'esistenza buona la si era già perduta da tempo, non la si può perdere due volte, se si deve rinunciare a qualcosa di inutile ed insoddisfacente non si rinuncia a nulla.
Mi sembra sia più questa un'idea ricorrente, che quella relativa al sentimento di colpa, che forse è più presente in persone con disturbi ossessivi (che io ho conosciuto e che sono realmente preoccupate di ogni forma di responsabilità morale) e non nei malinconici odierni.
Parlo direttamente insomma anche per esperienza personale. Il senso di impotenza dei depressi oggi non è un senso di impotenza morale come questo "avrei potuto vivere bene se fossi stato capace di essere all'altezza del compito ma non l'ho fatto e perciò sono indegno di vivere", oggi è molto più radicale e non è inquadrabile in un conflitto morale di questo tipo.
Il disagio moderno ha più a che fare con una mancanza di soddisfazione ed una esposizione alla frustrazione irrimediabili che si desiderano realmente evitare (che rappresentano una voragine esistenziale che ha preso il posto di un'esistenza immaginaria più piena e felice, ma che sembra ormai essere irrimediabilmente assente nella realtà) e che non si traducono affatto automaticamente in un senso di indegnità relativa all'incapacità di sopportare l'esistenza che produce un certo senso di colpa.
L'ideale dell'esistenza buona e che risulta assente non si traduce affatto in un'assenza dell'ideale della condotta morale dell'individuo.
Le analisi di questo tipo (che martellano sul senso di colpa) non attecchiscono molto per me proprio per questo, sono delle forzature. Il senso di questo disagio oggi è ben diverso da quello delle persone che vivevano nei secoli scorsi.
Cosa ne pensate?
Saluti







Rispondi citando