La relazione rappresenta il terzo pilastro del modello DIR. Ma sul significato di questa parola vale la pena soffermarsi un poco. Relazione è infatti una di quelle parole su cui sembra facile trovare un consenso anche se probabilmente non tutti intendono la stessa cosa. Poiché nel sistema DIR la relazione rappresenta ciò che veramente fa la differenza rispetto ad altri metodi terapeutici che propongono esercizi senza essere attenti a come essi si innestano e traggono spunto dalla relazione, vale la pena cercare di capire con precisione ciò che Greenspan e Wieder intendono con questa parola. Il fatto che il modello sia basato sulla relazione può innanzitutto far erroneamente pensare che si tratti di un modello di tipo psicoterapeutico: a tal proposito Stanley Greenspan è molto deciso nel volere che il lettore non commetta questa errore. La relazione su cui si basa il DIR non deve essere confusa con la relazione psicoterapeutica nella quale l’atteggiamento empatico e di sostegno al bambino non comprende interazioni che promuovono attivamente lo sviluppo del bambino secondo obiettivi predeterminati. Il termine relazione nella accezione di Greenspan non ha neppure a che fare con le rappresentazioni mentali delle relazioni che sono invece il focus principale delle psicoterapie. Nel volume in realtà le rappresentazioni delle relazioni sono prese in considerazione ma non relativamente alle relazioni interne del bambino, quanto relativamente ai pattern genitoriali e ai nodi generazionali che possono limitare le capacità dei genitori di interagire positivamente con un bambino difficile.
Il concetto di relazione nel linguaggio di Greenspan sembra essere in realtà molto più vicino a quello di interazione. Tuttavia l’uso di questa parola, al posto di relazione, potrebbe rischiare di non rendere ragione della complessità della relazione che secondo Greenspan deve comunque mantenere al suo interno uno stretto legame con le emozioni e gli affetti. Quindi se la parola relazione rischia di essere intesa in un modo esclusivamente psicoterapeutico, la parola interazione rischia di spostare eccessivamente il fuoco sul semplice comportamento. Sembra dunque che relazione significhi per Greenspan tutto ciò che è ‘interazione carica di affetti e di emozioni’: è a questo tipo di interazioni che Greenspan riserva il termine relazione.
Una relazione così intesa, e la sua costruzione a partire da brevissimi brani interattivi fino ad arrivare a lunghe sequenze interattive, è veramente il fulcro del modello DIR: in tal senso gli aspetti legati alla conoscenza dello sviluppo e delle differenze sensoriali – gli altri due pilastri del modello - vanno a rappresentare i prerequisiti di queste interazioni attraverso le quali il bambino con autismo può imparare a connettersi col mondo, e forse anche a migliorare le difficoltose connessioni del suo sistema nervoso centrale. La relazione, nella visione di Greenspan, è infatti strettamente connessa a quella di un cervello che costruisce le proprie connessioni attraverso le relazioni e cioè attraverso le sempre più complesse sequenze di interazioni cariche di affetti e di emozioni.