Ciao a tutti, vorrei avere il vostro parere su un tema a mio avviso centrale nella professione di psicologo:
"Il cliente e lo psicologo".
Uno studio condotto nel 2004 dall'ordine degli psicologi della Toscana sull'immagine dello psicologo in Toscana analizza il modo in cui si costruisce la relazione tra il cliente e lo psicologo. Vengono indivbiduate due tipologie:
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l’intervento fondato sul mandato sociale:
In sostanza è lo stesso rapporto che si ha col medico. Il medico, infatti, è una delle figure professionali che operano con un particolare riferimento al potere del mandato sociale. Ci si sente male e si va dal dottore.
Nell’ambito psicologico, se un giorno si cadesse in una forte depressione, il medico di famiglia ci “consiglierebbe” di andare dallo psicologo/psicoterapeuta.
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l’intervento fondato su una committenza:
La committenza invece si basa sul consenso tra le aspettative del cliente e i risultati ottenibili dall’intervento psicologico. In questo caso assumono importanza gli obiettivi del cliente. Lo psicologo è tenuto a tradurre in dimensioni operative le aspettative del cliente e ciò implica la necessità della verifica, orientata dagli obiettivi del committente, in base a criteri appositamente individuati.
La psicologia ha tentato di porsi entro l’area medica, al fine di evitare l’incontro con la domanda del cliente, quindi nella speranza di poter fruire dei vantaggi di una professione “obbligata”. Questo può spiegare il fermo e costante ancoraggio degli psicologi alla psicoterapia, quale unica via professionale per loro possibile.
Quando uno psicologo –psicoterapeuta pensa al suo lavoro, crede che l’unico suo cliente possa e debba essere il “paziente” nella sua accezione classica: una persona che soffre di un disagio, che ha un problema riconducibile ad una qualche psicopatologia, che si rivolge con atteggiamento di dipendenza allo psicoterapeuta per essere “curato”, per ricevere un trattamento che gli comporti la soluzione del problema.