Meg mi interroga sul "cosa è vera psicoanalisi".
Di sicuro sono affascinato dal pensiero del suo fondatore, Sigmund Freud. Forse non mi sono ancora svincolato da questa fascinazione abbagliante, ma credo di considerarlo semplicemente una mente capace di pensare pensieri preclusi alla maggior parte delle persone. Anche lui ha fatto i suoi sbagli ed aveva la sua macchia cieca.
Quanto conta il qui ed ora? E con quali mezzi analitici lo si affronta?
Ho aperto questo spazio di discussione per valutare i nuovi orizzonti possibili.
In questo periodo le richieste maggiori arrivano da patologie differenti da quelle trattate dal padre della psicoanalisi. Si tratta per la maggior parte di soggetti che col simbolo hanno ben poco a che fare. La stragrande maggioranza presenta delle falle nella rappresentazione.
Tornano utili il concetto di gioco come lo intendeva Winnicott, la questione della fase schizoparanoide di Melanie Klein, l'oscillazione PS-D di Bion. Siamo attorno a quell'area irrappresentabile (A. Green) che è lo scoglio della psicoanalisi (o dello psichismo). Una zona d'ombra in cui non si tratta di andare a reperire dei significati nascosti, persi in chissà quale passato sepolto (Freud archeologo), ma si è chiamati, piuttosto, a dar forma all'informe, a pensare pensieri non ancora pensati (cfr. Bion e i pensieri senza pensatore), a trovare lo spazio per un "conosciuto non pensato" (Bollas) che ci agisce, letteralmente. Siamo al Freud di "Costruzioni", se proprio vogliamo tirarlo dentro per il bavero.
Quindi, di nuovo, con il mio solito bisogno di nuovo ma anche un po' di economia teorica (di occamiana memoria): quali sono gli strumenti analitici che ci permettono di lavorare su questo materiale informe senza ridurci ad un gioco di specchi (cfr. Lacan)?









Rispondi citando