C’è un articolo, che rigiro a soprattuto agli psicodinamici e agli appassionati di Freud, interessante che trovate sul Corriere della Sera che può essere preso come esempio sull’imbarazzante grado di approssimazione con cui è trattato il mondo della psicologia da parte dei media. L’Autore sostiene che finalmente ci sono ricerche “scientifiche” che dimostrano la capacità della psicoanalisi di cambiare il cervello.
A distanza di quasi un secolo dalla sua morte arriva la prova sperimentale di ciò che Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, aveva intuito senza mai poterlo dimostrare perché gli mancarono i mezzi tecnici per farlo: l’attività psichica inconscia plasma le strutture del cervello e le fa cambiare.
Ora basta solo quest’incipit, basta leggerlo ad alta voce per afferrare l’ingenua retorica e la mancanza di serietà scientifica in queste affermazioni. Abbinare i due verbi “plasmare” e “cambiare” lo trovo quasi buffo. Ma sarebbe anche il caso di constatare che collegare in modo causale plasmare con cambiare è da sconsiderati. L’autore dell’articolo ha utilizzato “plasmare” perché da credito a quelle incontentabili speculazioni che concepiscono il cervello come una massa di plastilina. Ora, questa ipotesi in parte è vera ma all’interno di un modello neuropsicologico del cervello che non ha niente a che fare con il contenuto dell’articolo.
I network cerebrali possono essere modulati, possono variare le loro oscillazioni elettromagnetiche, i flussi neurochimici tra neuroni possono subire delle alterazioni, ma stiamo parlando di processi a lungo termine ed entro un range di cambiamento piuttosto ristretto. Possono verificarsi modificazioni locali oppure dei fenomeni traumatici come può esserlo un’intossicazione acuta per una sbornia, ma nella maggioranza dei casi il cervello resetta tutto. Il cervello è un conservatore e solo in casi eccezionali ristruttura certe proprietà interne: ad esempio dopo delle lesioni traumatiche o asportazioni chirurgiche si può verificare un cambiamento neurofunzionale a favore della preservazione di un processo cognitivo.
Ma stiamo parlando di fatti cerebrali in cui il caso ci deve dare una grossa mano (anche la riabilitazione neurocognitiva può essere d’ausilio), perché l’idea del cambiamento dell’attività neurofisiologica va contro una logica di base che continuamente preserva l’organizzazione neuropsicologica. E poi, ci sono altri due aspetti che mi preme far notare:
1) Ai cambiamenti strutturali non corrispondono automaticamente cambiamenti funzionali.
2) Il cervello non è il rappresentante essenziale della vita psicologica dell’uomo.
Questi punti riflettono la concezione scorretta, condivisa tra giornalisti e pure scienziati di chiara fama mondiale, in base alla quale la persona, il sé, la mente (l’anima, lo spirito, etc.) si riducono alla massa cerebrale, così telegenica grazie alle tecniche avanzate di visualizzazione corticale (neuroimaging). Anzi, in questo caso specifico all’attività elettrica dell’encefalo. Perché nell’articolo viene riferita una ricerca nella quale si “dimostra” che una serie di sedute psicoanalitiche hanno un effetto sull’attività cerebrale misurata alla fine della sessione terapeutica tramite l’elettroencefalografia. [continua qui]
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), apri lo sportello della cucina, riposa il bicchiere incastrandolo tra gli altri bicchieri e i piatti già posati, chiudi lo sportello. Si creano circuiti che poi ripetendo la stessa azione vengono rinforzati e consentono quindi di svolgere quell'azione in modo automatico. E' chiaro che ogni nuova piccola azione anche insignificante, come bere un bicchiere d'acqua, corrisponde a sinapsi nel cervello e crea nuove connessioni. Anche mio nonno ci sarebbe arrivato. Ecco, figuriamoci anni di psicoanalisi quante connessioni attivano e quanti circuiti si creano e si rinforzano. Stanno passando per scoperta sensazionale quella che è la normale fisiologia dei neuroni. Che giornalismo di bassa lega...Non aiuta di certo a capire la psicoanalisi.